Il naso lungo

raccontini bugiardi
Il naso lungo di Giovanni Occhipinti

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ISBN: 978-88-7676-143-0
Edizione 1997, 96 PAGINE

Editore: Nuova Ipsa Editore
Collana: Colapesce

12 disegni originali di Saverio Rao


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Il libro è stato concepito per i lettori la cui età va dai dieci ai tredici anni e nasce dall’intuizione e dalla fantasia che si intrecciano nel gioco delle parole sin quasi a farne un luogo di divertimento e di riflessione.

Nella scelta dei testi narrativi l’Autore ha tenuto conto della psicologia del pre-adolescente, sicchè il libro riesce fruibile anche senza l’intervento di intermediari.

L’aspetto narrativo e fantastico dei racconti ha una presa immediata sul giovanissimo lettore e il mondo che rivive nel libro suscita rispondenze dentro di lui. La “leggibilità” del libro consiste nella coincidenza tra l’esperienza del lettore e lo spirito del testo narrativo, la cui lunghezza (altro criterio di “leggibilità”) o durata non è mai psicologicamente eccessiva.

L’Autore ha di proposito voluto insistere sulla dimensione favolistica dei racconti per meglio sottolineare, tra divertimento e pensosità, le ambizioni, le vanità, le passioni, i buoni sentimenti, le buone e le cattive azioni dell’uomo, le distorsioni del progresso e della tecnologia. Tutti temi che appartengono alla nostra contemporaneità e su cui è doveroso far riflettere, sia pure attraverso un tono scherzoso e grottesco, i giovanissimi che si avviano a divenire la generazione responsabile di domani. Una sorta di “Libro cuore” contemporaneo.

Giovanni Occhipinti

Giovanni Occhipinti è nato a Santa Croce Camerina nel 1936 e vive a Ragusa.

In poesia ha pubblicato L’Arco maggiore ((Rebellato). L’Agave spinosa (ivi), Occasioni per un poemet-to intorno a ipotesi di distruzione (Laboratorio delle Arti), II gioco demente (Rebellato), Poema ultimo (Valenti d’Allegranti), Agl’Inferi all’Averno (Lacaita), // giorno che ci vive (Bastogi), // cantastorie del­l’Apocalisse (Sciascia), Giro di Boa (Euroeditor), Lo Stigma del verso (Bastoni), Rime nel museo delle cere (Scheiwiller), Dalla placenta del mare (Scheiwiller), Un ’ombra di dialogo (Sciascia.), Come una maranta (Edizioni della Pergola,). Per la saggistica: Uno splendido Medioevo (LallU, La poesia in Sicilia (Forum), P(r)o(f)eti dell’Isolamondo (Giannetta), L’ultimo Novecento (Bastogi). Per la narrativa: Favola di una emarginazione volon­taria (Rebellato), Parfìabole (Bastogi), Un rapporto postumo (Cappelli), Lo scarabeo d’avorio (Rubbettino), Delirio di un vagabondo (S.E.I).


L’acqua e il sogno di Giovanni Occhipinti

Giovanni Occhipinti

Qualcosa di ancestrale, di amniotico, di magmatico e lucido insieme, insiste, con perentoria fierezza, in questi versi di Giovanni Occhipinti, elaborati alla fine degli anni Ottanta e raccolti sotto il titolo L’ac­qua e il sogno. Non a caso l’innervazione che si offre, quasi dolente, sul versante delle stazioni poe­tiche, dislocata nella interfaccia dei singoli versi, in bilico su di uno sprofondamento d’abisso, o protèsa (quasi) in una sorta di desiderio navigatorio nel cyberspazio disposto tra remotissime virtuali galassie, o volta alla ricerca di un platonico iperuranio, o an­cora diretta per biologica appartenenza alle raggela­te certezze del mito, appare qui risolta in forma di un reticolo ombroso costellato di incertezze, dubbi, di addensati frammenti della memoria. Occhipinti investe tutto nel suo ipermetro cauto e coinvolgen­te; quale corporeità gorgonica egli dispone il nutri­mento al turbine dell’anima; e in questo turbine tut­to vi trova alloggiamento, la funzione primigenia: dalle elitre degli insetti, alle pigmentazioni metafisi­che imposte dal diorama della pittura, ai suoni, coinvolgendo, in una sorta di espressionismo verba­le, la condizione più intima dei rapporti umani. Così: amore, sesso, dialogo estraniante, volti fami­liari, affetti, sentimenti, trovano la loro giustificazio­ne nell’autunno dell’esistenza (tempo privilegiato dei resoconti), in quella piega debole arricchita da­gli occhi di figli, nipoti, e nei quali il poeta riflette il suo scoramento, soprattutto per ritrovarne la subli­me ragione del suo esserci lungo "l’asse che condu­ce a dio". Dalla graduale perdita delle capacità d’opposizione al frastuono della quotidianità, affiora, quale flebile suono umano, quell’incerto "mi spau­ra", che punteggia - e rasserena - il ritmo incalzante del racconto poetico. In tale dispersione emotiva resta comunque a galleggiare, sulle acque laminanti, la fronda esile di un’incomparabile, diafana, pena.


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