Letteratura - Storia e tradizioni popolari

Per gli amanti della storia e delle tradizioni siciliane e non solo, una raccolta di testi interessanti di etnoantropologia che riportano alla luce usi, costumi, musiche e storie dei tempi che furono.

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Nel V sec. a.C la sicilia era in forte crestia, tanto da contrastare le mire espansionistiche della Grecia. L'epoca dei tiranni di Siracusa era tramontata e la democrazia si affermava sull'esempio di Atene, è in questo clima socio politico che il nobile Ducezio, di Mineo, concepisce il suo disegno di respingere l'invasione greca e di costruire lo stato dei Siculi, indipendente e socrano, ma aperto alle influenze culturali di tutti i popoli del Mediterraneo. In questo romanzo viene ricostruita la sua vicenda e la sua biografia ideale, dagli iniziali successi politici e militari fino al malinconico epilogo che, per l'autore, continua ancora ai nostri giorni.

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Solo chi si è lasciato (almeno) mezzo secolo di vita alle spalle, può rievocare l’emozione intima trasmessa da quei capolavori di gusto ed eleganza che furono i calendarietti tascabili, con i fogli tenuti insieme da un leggiadro cordoncino di seta con nappa, offerti in bustine trasparenti di carta velina e spesso profumati d’essenze penetranti. 

Oggetti ormai anacronistici, ma proprio per questo degni d’esser rivalutati e non solo dai tanti collezionisti che con feticistica goduria continuano a trattarli con la cura e la dedizione che di solito si riserva ai gioielli d’inestimabile valore o agli animali in via d’estinzione. Tanta dedizione per i nostri... eroi è meritata e ha una profonda ragion d’essere. 

Non furono infatti, e a lungo, dei semplici prodotti commerciali o pubblicitari, il cadeau di fine anno per clienti di riguardo, ovvero il subdolo strumento di propagande insinuanti e occulte. No. Costituirono il biglietto d’ingresso in un mondo poetico e romantico che l’inesistenza degli attuali mezzi di comunicazione rendeva semmai ancor più ampio e sconfinato. In certi ambienti – nei villaggi rurali, ad esempio, o nelle
suburre urbane – rappresentavano un autentico passepartout, talvolta l’unico, per i paradisi fittizi del sogno. Una sorta di tessera d’adesione al club dei viveur… sia pur di poche pretese.
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La serenata continua a sopravvivere, a riscuotere successo, tanto che ormai sono numerosi i gruppi di cantanti e musicisti che offrono questa forma di intrattenimento, soprattutto per matrimoni o in occasione di feste e sagre sparse in tutta la penisola italiana.

Come mai allora gli autori di quest’opera affermano all’unisono che la serenata è estinta? In effetti i racconti e le testimonianze non parlano della serenata in sé – compito invece egregiamente assolto ad apertura del volume dalla “breve storia” di Pavone – ma di tutta una società, quella siciliana in particolare, che è cambiata e narrano con taglio ora letterario ora storico o socio-antropologico l’evoluzione degli usi e costumi di un popolo che si apre alle influenze culturali e comportamentali esterne, sia nel bene che nel male.

Talora, com’era inevitabile, la narrazione diventa struggente nostalgia, seppure sempre disincantata. Si vedano ad esempio i racconti di Guardì, Castiglione, Nobile, Patti, Piscopo, Privitera, Vilardo. In altri contributi prevale il taglio critico letterario, come in Di Marco e Ferlita. Di assoluto interesse le considerazioni socio-antropologiche di Sferrazza o quelle sorprendentemente poetiche come il “cantico” di Arnone. Non possiamo citare qui tutti gli Autori, tutti di gradevole e istruttiva lettura.

I componenti della “Compagnia di canto e musica popolare” pensano, a ragione, che ogni donna sarebbe felice di ascoltare (“ricevere” si diceva) una serenata a lei dedicata; e in effetti, è ciò che fanno oggi tanti innamorati dedicando una canzone all’amata in uno degli innumerevoli programmi musicali delle radio private. Ma certamente questo tipo di dedica non può surrogare il significato profondo della serenata “vera” soprattutto in Sicilia. Prima di tutto l’originalità, spesso il pretendente era l’autore delle parole della serenata da cantare all’amata; poi la sorpresa, con i pericoli a essa connessi, senza dimenticare l’atmosfera sempre notturna, ariosa, liberatoria come un bel sogno. Questo oggi, in aperta contraddizione con l’evoluzione dei costumi, ripropone la Compagnia; e una serenata fatta come si deve non ha nulla a che fare con le folcloristiche esibizioni dei gruppi ai matrimoni. E, coerente con questa proposta, la Compagnia ha inserito nel cd brani sconosciuti o raramente ascoltati: dal breve accenno iniziale intonato con giovanile baldanza dall’ultra ottuagenario Giunta all’ultimo brano solo strumentale di incomparabile dolcezza.
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Come in un racconto fiabesco la Vucciria che Giacomo Cimino ci consegna non può che essere quella del … c’era una volta. Una volta, quando? Inevitabilmente nel tempo della memoria di un testimone che ne ha seguito le vicende incarnate nel suo vissuto personale e in quello della sua famiglia, nella culla protettiva del quartiere, madre di mille e una storia, tutte degne di una narrazione. 

Una memoria che affonda le radici negli anni Cinquanta, gli anni in cui Giacomo fa i primi passi sotto lo sguardo vigile dei suoi, titolari di un noto panificio del quartiere, conquistando spazi sempre più ampi negli ambiti prossimi alla bottega e che solo col tempo diventeranno la Vucciria, un seducente caleidoscopio di volti, voci, colori, odori. Ma gli anni Cinquanta sono anche gli anni in cui Palermo con i suoi quartieri storici e i suoi mercati avverte i primi, anche se ancora deboli segnali di una mutazione che ne avrebbe modificato nei due decenni successivi in maniera radicale gli assetti urbanistici e socioantropologici. 

A chi con Giacomo condivide l’impietosa anagrafe incisa nei Cinquanta e che come lui ha sperimentato l’avventura di seguire genitori, nonni o parenti prossimi nei meandri della spesa alla Vucciria o in altri viciniori mercati, quel mondo non poteva che sembrare l’unico possibile, sottratto alla temporalità come in una magia ogni giorno rinnovata sulle balate sempre bagnate, specchio per una moltitudine in movimento di uomini, donne e bambini. Uno spazio che oggi ci piace ripensare come una comunità articolata in ambiti di vicinato che Giacomo ricostruisce con devota attenzione e topografica attitudine, a calata maccarrunara, i cutiddieri, via pannieri, le tre chiese di Sant’Antrìa, San Domenico e infine a chiazza, Piazza Caracciolo e la sua celebre e infida scalinata verso la Via Roma, l’altra città che il progetto ottocentesco aveva sostituito a una parte dell’antico quartiere talmente degradato da preferirne più che la bonifica la distruzione.

La vicenda della ditta Cimino, raccontata con misura e gusto nelle sue alterne vicende e nel drammatico quanto emblematico epilogo, fa da baricentro di una ricostruzione che non si fa schermo di intellettualismi per mettere in ombra la sua schietta natura di narrazione soggettiva nata da un vissuto riproposto senza enfasi e retorica. Nel mosaico di personaggi incastonati in questi ristretti e perciò spesso conflittuali spazi di relazione, alcuni con le loro voci e il loro dialetto si stagliano a tutto tondo e poco importa se per tratti positivi o negativi, quasi a residiare come geni loci uno spazio che anche per merito di Giacomo è destinato a diventare mitico, marca territoriale forte di una identità che continuamente viene rinnovata dall’inesorabile fluire delle generazioni e cui oggi contribuiscono, come nel passato, artisti, fotografi , registi e scrittori più o meno noti.
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Quando, come e perché i Florio si trasferirono e si radicarono in Sicilia? Quanti orafi operavano a Palermo nel ‘500? Chi ha progettato il palazzo Rammacca in piazza del Garraffello? A queste e ad altre mille domande simili questo libro dà una risposta.

La storia millenaria di Palermo viene indagata con acume e rigoroso metodo storico dall’Autore che si basa su inoppugnabili documenti; e l’immagine di Palermo che Prestigiacomo ci restituisce diventa viva e di palpitante attualità, pur nella dolorosa consapevolezza del degrado. Un libro diverso dai tanti testi che hanno come soggetto Palermo in quanto città di mafia o "felicissima". Qui invece il lettore viene guidato nei meandri e nei segreti di una grande capitale attraverso le miriadi di storie di personaggi e di famiglie la cui memoria ci è tramandata da ogni singola pietra.
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Non v’è studioso o cultore di musica popolare siciliana che non si sia imbattuto nelle melodie provenienti dal “saloni”, nei ritornelli delle fisarmoniche, dei mandolini e dei violini – quest’ultimi spesso irrimediabilmente calanti – nonché negli accordi di chitarre risuonanti nelle vecchie sale da barba dei paesi, luoghi di ritrovo e di incontro per naturale antichissima elezione.

Le occasioni d’ascolto della musica dei barbieri si offrivano spontanee, fino a qualche anno fa, nei piccoli comuni dell’isola allorquando si fossero percorsi i centri storici, dove erano allocate le antiche botteghe gestite da incanutiti personaggi, quasi sempre occhialuti, con montature pesanti e scure, adorni di camici bianchi spesso ridotti a gabbanelle, dai quali trasparivano ordinatissimi vestiti, talvolta un po’ lisi e tuttavia corredati da accessori (cravatte, gilet, polsini) indicativi di scelte selettive e identificative di un ceto tendente, se non agognante, ai livelli medio-alti della società.


Prologo di Andrea Camilleri e nota di Sergio Bonanzinga

Contributi di: Nino Agnello, Enzo Alessi, Gaetano Basile, Marco Betta, Daniele Billitteri, Francesco Buzzurro, Giorgio Chinnici, Carmelo Ciringione, Matteo Collura, Nino De Vita, Salvatore Ferlita, Melo Freni, Girolamo Garofalo, Mario Gaziano, Giuseppe Giudice, Pasquale Hamel, Alfonso Lentini, Antonio Liotta, Giovanni Moscato, Giovanni Lo Brutto, Salvatore Giovanni Loforte, Giancarlo Macaluso, Antonio Patti, Giacomo Pilati, Mario Pintagro, Paolo Polizzotto, Vincenzo Prestigiacomo, Otello Profazio, Giuseppe Quatriglio, Alessandro Russo, Nonò Salamone, Gaetano Savatteri, Mario Scamardo, Angelo Scandurra, Salvatore Sciortino, Nuccio Vara, Angelo Vecchio, Carmelo Vetro, Stefano Vilardo, Calogero Zarcone

Fotografie di Antonio Giordano, Giuseppe Leone, Melo Minella

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