New Digital Frontiers


I protagonisti del libro sono i sistemi di misura e le strategie politiche che è necessario seguire per mettere ordine in questo campo. E poi, ci sono gli uomini che queste operazioni devono ideare e (cercare di) realizzare. E, tra questi, Piazzi è protagonista assoluto. Nelle sue battaglie, nelle strategie adottate, nelle sue convinzioni e anche nelle sue idiosincrasie. Il libro, oltre a fornire al lettore ricchissima documentazione di quanto viene discusso, è corredato anche delle tavole di conversione dei pesi e delle misure sia di quelle relative alla riforma borbonica del 1809 sia di quelle che introdurranno, infine, il sistema metrico decimale in Sicilia dopo l’unità d’Italia.

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Anni fa, parlando delle ultime due regine del regno di Sicilia, Maria di Sicilia e Bianca di Navarra, avevo notato che una regina è come le bamboline russe dette matrioske: diverse immagini femminili, inscatolate una dentro l’altra, tutte simili e tutte differenti e di differente grandezza, ognuna delle quali corrisponde ad un diverso aspetto di quella cultura femminile, ma non esclusiva delle donne, che si esprime nell’abbigliamento, nel sostegno agli altri, nella capacità di comunicare (ma anche nel senso dell’umorismo e nell’arte di narrare), e che è stata sepolta dalla valanga della storiografia femminista. E dunque una regina è, ovviamente e innanzi tutto, un corpo di donna o meglio un utero, la cui funzionalità assicura alla sua famiglia la sopravvivenza e il mantenimento del potere. Poi è anche un’immagine, un’icona della regalità; è una moglie e, se ha figli, una madre, con un ruolo più o meno attivo nel sostenere il marito e i figli; è una straniera, perché in genere viene da un paese diverso da quello su cui regna; e infine è un ricordo, che può anche trasformarsi in un mito.

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Il volume con cui iniziano le Cronache di New Digital Frontiers – L'Identità di Clio fa questo: osserva, registra, racconta e non fa mai mistero di esser espressione di un punto di vista. Privilegiato, interessato, ostinato, ma proprio per questo prezioso come insieme di testimonianze sempre confrontabili con altri punti di vista, leggende più o meno metropolitane o ricostruzioni con pretese di validità storica.
È un libro fatto di tempo, in certo modo paradossale perché scritto a conclusione di un’esperienza (i primi mandati di Orlando a Sindaco di Palermo) che non aveva certezza di rinnovarsi ma che pure era nata guardando oltre se stessa, al futuro di quella terra sempre tutta da inventare che è la Sicilia. Il tempo dell’elefante, il titolo di questa raccolta di racconti (la prima in Italiano) di Leoluca Orlando, allude a molte cose. Dalla passione per la terra in cui ci si radica, al gusto di percorrere strade lontane e inconsuete. Dall’ostinazione con cui ci si schiera convinti delle proprie ragioni, alla pazienza come ingrediente indispensabile per condividere ruoli e contesti sociali. In equilibrio tra forza e delicatezza, ardimento e timore, l’elefante (bianco, nero, grigio) è immagine della memoria, degli istanti che passano aspettando di essere raccontati. E forse per questo ci appare, tra gli animali, il più vicino al senso del tempo. Tanto da diventare, nei racconti di Orlando (da anni destinatario del dono e collezionista di elefanti), il simbolo di tutte le storie grandi e piccole, affascinanti e misteriose, che si annunciano in ogni vita umana.

€ 19 20
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La storia moderna del vino e dell’enologia siciliana percorre strade affascinanti che intrecciano i destini della Casa di Francia degli Orléans, di Horatio Nelson e della sua flotta, dei mercanti-imprenditori britannici e di quella piccola parte dell’aristocrazia siciliana che potremmo definire illuminata. Da questo punto di vista, il libro di Rosario Lentini è un romanzo storico straordinario.
Non è solo il resoconto di un’incredibile capacità di visione e di una rivoluzione tecnologica che accomuna tutti i protagonisti dai Woodhouse, agli Ingham, ai Whitaker, agli Orléans, agli Alliata; è la storia di un intero territorio e di una, fortissima ma quanto disperata, ambizione di fare della Sicilia un centro, se non il centro, di un’economia agroalimentare di livello mondiale. Perché questa è la tensione che si legge tra le righe e nelle lettere dei protagonisti. La voglia di essere nel mondo; di essere il mondo di riferimento. Un’agricoltura figlia dell’Illuminismo e avida di scienza, che ambisce a divenire industria, l’unica possibile, e a cimentarsi sui mercati internazionali, senza confini alle proprie ambizioni, senza complessi.
Francia, Regno Unito, Stati Uniti d’America, Corti europee: questo è lo scenario di riferimento di questi pionieri dell’agroindustria siciliana. Colti, ognuno di loro capace di vedere ben oltre i propri confini di imprenditore del vino. Capaci di costruire opifici e palazzi e ville di grandissimo valore architettonico e, allo stesso tempo, di immaginare sistemi produttivi e prodotti con l’ambizione di rivaleggiare, vincendo, con i più blasonati prodotti francesi, portoghesi e inglesi. In grado di vincere la fillossera, di importare i vitigni francesi, il mitico Sauternes tra tutti; di studiare i processi e i sistemi di vinificazione. Le battaglie di sempre e di oggi dell’agricoltura siciliana. Storie che pongono domande ancora oggi importanti, come per esempio sono quelle legate all’imprenditoria di stampo familiare. Storie che ci fanno capire come di passi avanti a volte rivoluzionari sia fatta quella che oggi chiamiamo la tradizione viticola ed enologica siciliana. Storie che, ancora oggi, insegnano a tutti, all’impresa, alla politica, alla ricerca, la necessità di avere un progetto, una visione del futuro, una strategia. Si fondono insieme il pensiero illuminista, la grandeur ottocentesca e la Belle Époque siciliana, con il suo rapido declino che segue gli ultimi trionfi, come le luci di un fuoco di artificio. Emergono personaggi che non è esagerato definire “giganteschi” nella loro capacità di credere, a dispetto di un sistema sociale, burocratico, politico che allora, come oggi, fa fatica a immaginare un futuro. Si avvertono gli echi della sciasciana “colpa del fare”. Non c’è finalmente, nulla di gattopardesco. Non è una Sicilia di lamentosi gattopardi, disillusi quanto cinici. È del tutto diversa. È una Sicilia responsabile, operosa, fantasiosa, creativa, quella che emerge. Non ha poi neanche tanta importanza, alla fine, se l’impresa specifica abbia avuto o meno successo. Rimane tantissimo di quel periodo, rimane un patrimonio di reputazione che si è costruito nel tempo e che oggi è un patrimonio di tutti e del quale tutti i protagonisti dovrebbero sentire la responsabilità.

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Antonino Giuffrida ci mostra con questa pregevole e agile pubblicazione una “Tessera del mosaico Palermo”, capitale del Regno di Sicilia, sovrano dal 1130 al 1816, da Ruggero II al Regno delle Due Sicilie.

La tessera del XVI secolo in pieno periodo vicereale; un secolo a Palermo fortemente segnato dagli effetti degli editti del 1492 dei Reali di Spagna contro ebrei e musulmani, che troncarono per secoli i rapporti di Palermo con la realtà mediorientale, mediterranea. Giuffrida illustra con grande efficacia narrativa i tratti salienti di una città con meno di 30000 abitanti e in trasformazione:


a) nuovi grossi dirigenti con “uomini nuovi”, emergenti quali Don Cola Bologna e Giovanni Sollima.

b) La istituzione del primo banco pubblico, la tavola, formalmente riunito il 1.2.1553 sotto la presidenza di don Ottavio Spinola, Pretore della città.

c) Nuove sensibilità culturali con librai, tipografi e rilegatori che introducono il commercio del libro e trovano rappresentazione emblematica alla fine del XVI secolo nella Bottega di Achille Piffari, e che si collegano in qualche misura alla figura di Pietro Agostino, grande “commis” con una nuova ascesa sociale legata ad una accorta politica matrimoniale, ma anche numismatico, collezionista, astrologo.

d) l’effimero delle cerimonie civili e religiose espresso da archi trionfali e scene mitologiche quale conferma e preludio di nuove sensibilità architettoniche;

e) grandi catastrofi con numerosi terremoti ed alluvioni e migliaia di vittime ma anche la bonifica delle paludi del Papireto;

f) rivolte e tensioni sociali frutto “naturale” del percorso di
trasformazione;

g) la indimenticabile, e ancora oggi in dimenticata, storica visita a Palermo, capitale, di Carlo V nel 1535.

Tutto ciò - ricorda il Giuffrida - ha caratterizzato il sorgere e il declino del progetto di Palermo “capitale felicissima”, un progetto alimentato dal grande sviluppo economico dei primi decenni e mortificato dalla crisi economica degli ultimi decenni del XVI secolo.

Cosa resta di quel secolo a Palermo? Tanto certamente... ma in particolare il tentativo di fare di Palermo “capitale” una realtà urbana, una “città” e non soltanto luogo fisico di residenze sfarzose o miserabili, di ricchezze e povertà, fortemente e prevalentemente legata ad una economia agricola e feudale. Vieni alla memoria - ma non è oggetto di questa opera di Giuffrida - la dimensione urbana, di Palermo non più capitale, realizzata alcuni secoli dopo dalla colta ed innovativa borghesia imprenditoriale dell’epoca dei Florio, che ha lasciato una impronta mitteleuropea alla città al di fuori del centro storico, il sacco di Palermo del secondo dopoguerra e l’attuale cammino di rinascita, altre tessere della stessa Palermo. Resta la gratitudine che desidero esprimere per il professor Giuffrida per aver rispolverato una delle tessere del complesso e multicolore “Mosaico Palermo”.

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Nella cronaca italiana degli ultimi anni non sono mancati i casi di morti sospette (quasi sempre per qualcuno “opportune”) che hanno riguardato appartenenti alle Forze dell’Ordine: in particolare vertici dei Carabinieri, della Polizia, della Guardia di Finanza, dell’esercito e dei servizi segreti. Si tratta di morti che si verificano con inquietante regolarità quando è in atto uno scontro di concorrenti in situazioni di potere o riguardanti personaggi a conoscenza di fatti che coinvolgono vertici militari e politici. In una sequenza crescente di scomparse improvvise, attentati mascherati da incidenti o suicidi annunciati dalla dinamica sempre meno chiara. Come se in molte vicende centrali che hanno attraversato il nostro Paese l’eliminazione fisica e misteriosa di qualcuno fosse il modo privilegiato per risolvere conflitti di potere, alimentando una sensazione di incertezza funzionale alla sopravvivenza di strutture inconfessabili che tuttavia reggono la vita pubblica. In tutti i casi analizzati ci si trova alla presenza di una verità processuale a fronte della quale permangono interrogativi non risolti che potrebbero portare a conclusioni diverse, soprattutto quando su molte di queste morti aleggiano presenze concretissime ma evanescenti (dalla Loggia segreta P2 di Licio Gelli ai settori deviati dei servizi segreti). Al lettore il compito di affrontare una sfida interpretativa che è al tempo stesso esercizio di critica storica, sociale e politica.

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La storia dell’alimentazione medievale è stata rivisitata due volte durante il mezzo secolo passato: dall’immagine pietosa, terzomondista, di un medioevo travagliato dalla carestia, si è arrivati ad un’immagine ben definita di un Medioevo che non ignora le crisi, ma valorizza gli equilibri tra domanda e offerta. Gli studi si sono allora concentrati sulla disponibilità delle risorse e sul consumo quantitativo. Un secondo momento ha visto l’emergere dello studio approfondito della cucina medievale, della sua qualità. Si può ora provare a mettere insieme queste problematiche per un’isola che conserva una documentazione ricca sulla produzione agricola, sulle masserie, sull’allevamento, sugli orti e sui giardini e anche sulla pesca, e che rimane povera invece per la parte che riguarda cucina e gastronomia. Queste ultime si possono però integrare in un insieme, la cultura culinaria meridionale, illuminata dai libri di ricette legati alla Corte napoletana degli Angioini e poi a quella, itinerante, di Alfonso V il Magnanimo.

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La Mostra Chiaromonte - Lusso, politica, guerra e devozione nella Sicilia del Trecento - Un restauro verso il futuro allestita nella Sala delle Armi e nella chiesa di Sant’Antonio Abate allo Steri lo scorso ottobre rappresenta per l’Università degli Studi di Palermo un momento particolarmente importante e felice nella vita dell’Ateneo. Grazie alle competenze scientifiche interne all’Università, infatti, è stato finalmente possibile esporre nella propria sede naturale, lo Steri di Piazza Marina che fu la dimora palermitana di una dinastia così importante nel contesto storico medievale della Sicilia e del Mediterraneo, opere e manufatti strettamente connessi proprio a quel contesto, contribuendo a definirlo, ampliarlo, approfondirlo, come soltanto la seria e rigorosa attività di ricerca scientifica svolta nella fase preparatoria della mostra poteva fare.

N/A 100
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Questo libro costituisce un valido e utile strumento per tutti coloro che desiderano riconoscere la multiforme e complessa compo-nente vegetale legnosa presente nei parchi, nei giardini e nelle strade di Palermo, la città che esprime la più elevata diversità di specie ornamentali sia in Sicilia che in Italia. Il nostro legame con le piante è senza dubbio ancestrale e difficilmente rimaniamo indifferenti di fronte alla loro bellezza e alla straordinaria varietà di forme e colori di foglie, fiori e frutti. Ma nelle città di oggi, oltre che decorativa, questa flora può anche definirsi “strutturale” proprio per lo stretto rapporto intrinseco che la pianta, il verde, riesce ad instaurare con la persona, il cittadino

Il libro riporta più di 150 specie arboree e arbustive corredate da una dettagliata scheda descrittiva e da un cospicuo numero di immagini relative agli stadi fenologici più salienti e significativi, che consentono al lettore di confrontare le specie osservate dal vivo con quelle riportate nel volume, traendo utili informazioni per operare un rapido riconoscimento.Per consentire la corretta identificazione delle specie durante la stagione invernale, allorquando diversi alberi e arbusti sono spogli o non presentano fiori e frutti, il testo è corredato anche da immagini relative ai caratteri della corteccia del fusto e da una tavola delle gemme.

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