Rassegna stampa

Una raccolta dei migliori articoli di giornale sulle pubblicazioni della Nuova Ipsa editore di Palermo

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La Repubblica del 20 ottobre 2014
Pugni in strada
Pino Leto, la vita ritrovata, una battaglia antimafia sul ring della Vucciria  
 
 Non serve Guttuso per fare un ring alla Vucciria. E nemmeno Scorsese. Basta Pino Leto, la sua faccia sfregiata, la sua storia. Per capire che la vita può stenderti subito, appena nasci, senza carezze, a frustate. Con una cicatrice da 215 punti sulla guancia. A qualcuno sembrerà Verga, roba e miseria antica, invece Pino è nato nel ’57, c’era il boom economico, ma non nel suo rione, a Palermo. Lì solo fame, botte e violenze. Pino ha fatto il pugile, è stato campione europeo dei superwelter nell’89, poi non ha più vinto, ma ha ragionato su perdite e sconfitte. Quelli attorno a lui sono morti ammazzati, anche lui ha sparato (per difesa) e ucciso, con la divisa da metronotte. Erano banditi, ma anche ragazzi del quartiere: «Quasi miei figli».

Pino ha iniziato con i pugni, poi ha guardato un po’ più in là. Ti fanno vivere da carogna, tu li ricambi con un progetto imprevisto. Il libro si chiama “Dalla strada al ring” (Nuova Ipsa Editore, in uscita il primo novembre, prefazione Nino Benvenuti, con allegato un documentario diretto da Gaetano di Lorenzo).

Pino Leto non doveva nemmeno nascere. «Mamma Caterina, quattro figli in cinque anni, quando ha capito di essere di nuovo incinta, ha dato colpi di mestolo sul ventre. Ero così bello che mi chiamavano “Miricanu”, l’americano. Sono cresciuto scalzo, con poco vivere e vestimento. Mi sono subito sentito l’ultimo degli ultimi. Quello che ti fa stare male non è essere povero, mangiare pane e latte condensato, ma l’invisibilità. La maestra che mi picchia a colpi di righello sulla testa, che mi manda dietro la lavagna con il cappello da asino, l’umiliazione di essere somaro e ripetente, sentirsi dire che sei un chiodo storto da raddrizzare. La prima persona che ho odiato è stato mio padre. Pensavo: appena divento grande ti pugnalo a letto. Mi dava 50 frustate, io avevo dieci anni, mamma stava zitta.
Piangevo, volevo diventare un killer, odiavo la mia vita. Dovevo aver pietà? Perché mi rifiutava? La violenza è stata togliermi il diritto di essere bambino. Mi chiedevo: perché sono nato?».

Pino arriva in palestra sporco di calce. I traumi infantili lasciano segni. L’istruttore capisce: «Questo ha preso bastonate». Gli danno il soprannome: Rocky Balbetta. Miseria e nobiltà con i guantoni. «Nell’89 a 33 anni vinco l’europeo contro Sekowitsch, l’ho steso, i miei destri andavano tutti a segno. Per il primo titolo prendo 25 milioni di lire e divento il buon samaritano. Il mio telefono squilla sempre, tutti hanno bisogno, e io firmo assegni. Compro la prima macchina in contanti, i mobili per arredare casa, e tanti giocattoli. Erano per i miei figli, ma ci giocavo io, ero rimasto con la voglia che avevo da bambino di avere quello che hanno tutti».
Leto combatte, si perde nella vita, si ritrova. «Ho preso la licenza elementare a 21 anni quando mi sono sposato, a 28 quella di terza media, a 32 il diploma. Sono divorziato, ho 5 figli, la prima Katia, è morta a un anno, un dolore forte. La seconda l’abbiamo chiamata sempre Katia, l’ho vista solo tre volte, Filippo lavora a Varese, ha due figli, anche lui lo vedo pochissimo, Paolo è quello che mi è più affezionato, è disoccupato, sposato, ha un bimbo piccolo, che pochi giorni fa per la prima volta mi ha chiamato nonno. I rapporti con la mia ex moglie sono brutti. Poi ho altri due figli da due diverse compagne: Anais Piera e Francesco. Ci vediamo ogni settimana. Ho un bar, Caffè Antico, nel centro storico, ma va male».

Il 27 luglio ’93 Pino è in banca come guardia giurata. «Erano in quattro, la faccia non era da bravi ragazzi. Anzi quello che mi sibila “cornuto e sbirro” ha una bestialità che mi fa subito capire che la rapina è di quelle serie. Il fendente con il quale mi colpisce è diretto al collo, io d’istinto mi abbasso, mi stacca il labbro, me lo metto in bocca per non perderlo, spruzzo sangue come un idrante, ma non voglio che lui e il complice escano, sparo verso terra, quello tira la canna della pistola verso di sé per disarmarmi, parte il colpo. Per quattro ore sento i medici cucire la mia faccia. Mi risarciscono con otto milioni di lire, a un porco avrebbero dato di più, hanno detto che non facevo il modello, la bella faccia non mi serviva».
A terra restano in due: Damiano Sciaramitaro, 17 anni, morto, e Andrea Ferrante, 18, ferito. Il pugile metronotte ha difeso i soldi di una società che non ha mai fatto nulla per lui.
«Era mio dovere. Io ho fatto un giuramento, sono un uomo d’onore. Solo che sto dall’altra parte della barricata. Anch’io ho avuto fame, ma non ho mai rapinato nessuno. Ho sempre lottato per salvare i ragazzini dalla strada, averne ammazzato uno è dura. Al processo ho scelto di non costituirmi parte civile, perché Ferrante non avrebbe potuto risarcirmi e gli avrebbero dato un inasprimento della pena. Qualche anno fa lo hanno arrestato per l’ennesima rapina. Il danno per me è stato soprattutto psicologico: avere ucciso un ragazzo che poteva essere mio figlio, vedermi ogni giorno con una lunga cicatrice sul volto, un morto che cammina».
A Pino bruciano il locale. Chissà chi è stato. «Per questa cultura sono un traditore. Capita ancora che qualche sconosciuto mi fermi per strada e mi dica: tu sei quello che ha ucciso Damiano, vedi che era mio cugino. Mezze frasi, che però tranquillo non mi fanno stare. Sono passati 21 anni, non mi sono mai liberato dal ricordo di quel giorno. Quando ci ripenso, mi brucia il labbro come se mi stessi scottando con il vapore.

L’idea del libro mi è venuta quando hanno ammazzato il mio amico Rosario Succiddu in trattoria. Lo chiamavamo Topolino, perché era svelto negli scippi. Aveva una pistola-giocattolo, un carabiniere in borghese gli ha sparato alla testa. Giovanni Vitale invece è morto alla guida di un’auto rubata, lui che non sapeva guidare. “Vinti Liri” l’hanno trovato tagliato a pezzi in un sacco di immondizia. Poveri amici miei. Allora mi è venuta voglia di prendere carta e penna per raccontare la mia storia. Prima con la biro, poi con una macchina da scrivere e lettera per lettera con un dito solo. Per spiegare che le strade sbagliate non ti fanno mai uscire da niente e chi pensa che la mafia è bella non si emancipa».


Emanuela Audisio


 
 
 
 

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