Rassegna stampa

Una raccolta dei migliori articoli di giornale sulle pubblicazioni della Nuova Ipsa editore di Palermo

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Avvenire del 19 dicembre 2014
Leto, la mafia presa a pugni
 
 
Il sole scalda una Palermo che si prepara a un altro Natale duro, ma che vuole essere di speranza. Quella, da sempre riempie il cuore di Pino Leto che, ogni giorno accetta la «sfida quotidiana», assieme ai suoi ragazzi della Palestra Popolare.

«Sono giovani che hanno occupato l’ex convento di San Basilio. Quelle stanze chiuse e abbandonate da trent’anni, sono diventate la palestra di pugilato, uno spazio polivalente come quello di Gianni Maddaloni a Scampia (Napoli, ndr). Paga il comune di Palermo? Macché, i ragazzi cacciano i “picciuli” di tasca propria, e vorrebbero anche buttarli fuori...». 

È il racconto accorato di Pino Leto, il 57enne ex campione di boxe, l’unica gloria vivente del quartiere mentre, sguardo fiero e occhiali sulla nuca, il “Sindaco dei poveri”, «così mi conosce e mi chiama il popolo della Vucciria», esce per la “pesca” giornaliera. «Tutti i santi giorni il mio mestiere è quello di tirare su per la giacca e strappare alla strada qualche “picciottu” che sta per finire nelle mani degli zù Tano, zù Totò, zù Vito... Chi sono? I “gregari” della mafia, mezze tacche, perché i pesci grossi stanno in galera, ma è comunque gente che fa leva sull’ignoranza di questi ragazzini che imparano in fretta la “lezione marcia” dello spaccio e del malaffare». La scorciatoia per mettersi in mostra... 

Un 16enne ieri mi ha detto: “Maestro, ciò che guadagno io in un giorno facendo certi “servizi”, mia madre nemmeno in un mese dopo aver lavato tutte le scale dei palazzi dei “borghesi”...». Il termine “borghese” ricorre spesso nei discorsi del “Sindaco dei poveri” che ce l’ha soprattutto con «quei signori che governano, indifferenti quando qui i ragazzi muoiono sparati o finiscono al Malaspina». La storia di Pino poteva finire benissimo come quella dei detenuti del carcere minorile palermitano.

Quei ragazzi di Mery per sempre narrati da Aurelio Grimaldi che «quando era un giovane insegnante del Malaspina veniva a casa mia per darmi lezioni. È grazie a lui se ho preso la licenza media, l’unico nella mia famiglia ad aver strappato quel benedetto pezzo di carta», racconta orgoglioso. «La vita va lottata», è il suo grido di battaglia. E lui a lottare ha cominciato quando era ancora in grembo. Figlio di una coppia “fujuta”, con mamma Caterina incinta che voleva abortire a “mestolate”. 

Ma quel bimbo non ne voleva sapere di essere ricacciato indietro da «questa terra amara, eppure tanto amata». Così nacque forte e grosso, «pesavo più di cinque chili», e talmente bello che per la gente della Vucciria divenne subito “u’Miricanu”, «perché ero bello come un marines». In casa e fuori però, tante botte per “u’ Miricanu” e per sopravvivere ho imparato presto a difendermi». Dopo l’ennesima razione di frustate, «con il tubo di gomma», del padre Filippo, Pino scappa di casa. Dorme sotto un bancone al mercato, abbracciato a un cane, «randagio come me» e pur tra mille lavori puliti («garzone, muratore, imbianchino, scaricatore di casse»), la retta via la trova grazie al pugilato, che assicura: «Non è uno sport violento, ma l’unica palestra di vita che a quelli come me ha permesso di salvarsi e di diventare uomini».
Dal buio della notte pesta di quegli anni ’70 in cui ebbe inizio la “mattanza” della mafia, ad illuminare il suo cammino incerto furono le luci della palestra pugilistica di via Bandiera, «dove andavano i ragazzi della Vucciria, ma anche di Ballarò e del Capo». Pugni in faccia o chiusi, in tasche sempre vuote per quel figlio della miseria. Speranze nel futuro tutte riposte su un quadrato con le corde ai lati, e per guida paterna, «negli anni in cui non mi parlavo più con mio padre», il pittore Numa che gli ripeteva: «Non è certo il ceto sociale a rendere diversi gli uomini gli uni dagli altri, né tanto meno il denaro».

Ma i picciuli, i soldi servivano eccome, per mangiare, per far crescere i muscoli su quel fisico asciutto del ragazzo che tartaglia un po’ e per questo diventa “Rocky Balbetta”. Quando passa alla «più borghese» e periferica palestra Gimnasium, sembra la svolta e invece lo costringono subito ad abbandonarla. «Ci fu il furto di una catenina d’oro e io ero l’unico che veniva dalla Vucciria, perciò il solo ladro secondo loro... Poi si scoprì che era stato il figlio di una famiglia della Palermo bene che rubava per “farsi” di droga». Anni ’80, vuoti come i buchi nelle vene, iniettate da quella roba bianca («l’eroina») che impolverava le vie e i vicoli di una Palermo sempre all’ultimo stadio, senza dover passare dalla Favorita. 

«Gli stessi tifosi del Palermo a un certo punto cominciarono ad appassionarsi ai match di quel ragazzino palermitano della Sferracavallo, la palestra del maestro Antonio Scalia – spiega Pino –. Qui solo il povero Nino Castellini (morto nel 1976, a 25 anni, in un incidente in moto) era arrivato a vincere il campionato italiano (pesi medi, ndr). Io quel titolo l’ho vinto otto volte». L’unico talento del pugilato palermitano finisce sotto l’ala protettiva del “Don King” di casa nostra, Umberto Branchini che lo accompagna fin sotto l’arco di trionfo. Il 20 agosto 1989 a Terracina, «avevo 32 anni e e pensavano che era già suonato il gong», Pino Leto sconfigge l’austriaco Edip Sekowitsch diventando campione europeo dei superwelter. 

«Con la borsa guadagnata, 25 milioni di vecchie lire, ho sistemato un po’ di cose a casa. Sono padre di cinque figli (Katia, Filippo, Paolo, Anais Piera e Francesco) e con il pugilato non mi sono certo arricchito. Almeno il 50% andava via tra Irpef, premio alla palestra di appartenenza, poi al manager e quel che restava a me. Però il pugilato mi ha permesso di conoscere meglio il mondo, di volare in aereo (la prima volta a Milano a 19 anni) e dopo anni di tornare a parlare con mio padre che era diventato il mio primo tifoso». Grazie alle vittorie sul ring ha ottenuto anche un posto di lavoro, «sono guardia giurata dal 6 gennaio dell’86» che gli ha permesso di allenarsi con relativa tranquillità, fino all’ultimo match. «Ho appeso i guantoni nel ’92, ai tempi a 35 anni, ti ritiravano la licenza agonistica». Un anno dopo gli toccò in sorte un colpo basso che avrebbe mandato al tappeto anche il suo «unico mito, Marvin Hagler», ma non il tenace “Miricanu”.

«Un giorno di luglio nella banca in cui prestavo servizio entrano quattro tossici . Uno di loro mi insulta e poi fa partire una coltellata, qui – indica dal collo in su –. Un pezzo di labbro me lo sono tenuto in bocca per non perderlo, d’istinto sparo un colpo a terra per intimidirlo, ma quello mi gira la canna della pistola e parte il colpo. Morto...». Pino si salva, ma a che prezzo? «Nella vita ho combattuto duecento incontri, ma non ho mai provato un dolore come quello... Quattro ore di intervento, 215 punti di sutura e un risarcimento di 8 milioni di lire, andati in fumo, come la mia palestra che per vendetta qualcuno pensò bene di incendiare». Dopo 27 notti senza mai dormire, «per i medici resta un fenomeno inspiegabile», il “Sindaco dei poveri” tornò in strada, a fare il suo dovere. «Con il pugilato ne ho salvati tanti, ma ho perso pure parecchi amici, come Giovanni Vitale: è morto mentre guidava un’auto rubata. 

Antonello Patti, vittima di “lupara bianca”. È finito ammazzato anche il mio amico d’infanzia Rosario, “Succiddu”. È anche per loro se mi sono messo a scrivere quel libro (Dentro e fuori il ring) che racconta la mia vita. Dentro ci ha messo gli incubi, i successi e le sconfitte: «La peggiore è stata perdere mia figlia Katia, aveva solo un anno... Poi è nata l’altra Katia». Quella bimba perduta «è uno degli angeli che mi parlano e mi proteggono». E angeli sono anche quei ragazzi della palestra della Vucciria di cui denuncia: «Era il più bel bazar d’Europa, ma l’hanno distrutto. Per capire cos’era puoi solo guardare il quadro di Guttuso». L’unica risorsa del quartiere restano i suoi giovani: «Nei loro occhi rivedo la stessa fame d’affetto che avevo io, la stessa rabbia e quella solitudine che allenandosi magari un giorno potrà diventare una speranza collettiva».
Massimiliano Castellani

 
 
 
 
 

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