Rassegna stampa

Una raccolta dei migliori articoli di giornale sulle pubblicazioni della Nuova Ipsa editore di Palermo

in questa pagina del sito della nostra casa editrice puoi trovare la lista completa di tutti gli articoli dei principali giornali e testate giornalistiche che hanno effettuato le recensioni dei nostri libri

Giornale di Sicilia del 16 marzo 2008
Testa & Gambaro, vietato l’ovvio
I Quartini sono l’antidoto ideale contro l’insulso quotidiano  
 
Amava spesso ripetere che la seconda metà del Novecento ce la saremmo giocata a Testa (Gaetano) o Croce (Benedetto). Munito di questa perfida ironia, ancora giovanissimo, si addentrò in studi matti e disperatissimi, ripetendosi con il Faust di Goethe: «Ho indagato, ahimè, filosofia, diritto e medicina; anche, purtroppo la Teologia. Ho faticato e sudato, e sono giunto qui, povero pazzo, che ne sa oggi quanto ne sapeva ieri».
Questa volontà di conoscenza onnivora lo condusse a una precoce ribalta, soprattutto per i tramiti del «Gruppo 63», che lo riconobbe a Palermo fra i suoi adepti più prestigiosi. Onore che egli ricambiò con sospetto critico e indifferenza, non prediligendo profeticamente il percorso d’un Arbasino, con la sua reiterata e stucchevole gag sulla massaia di Voghera (Signora mia); e d’un Eco coi suoi orribili romanzi neogotici, succedanei a periodi creativi più felici. Si circondava, intanto, di giovani stanchi di consuetudini banali, segreterie di partito, accomodamenti e inchini, con loro preferendo organizzare un evento teatrale memorabile fra quanti avvenuti a Palermo. Mi riferisco alle Lettere dello Yage di William Burroughs e Allen Ginsberg, viandanti in cerca nell’antico Messico dell’oro filosofale, che essi identificavano con un allucinogeno particolarmente efficace, già noto ad Antonin Artaud. La scena che Testa predispose non si avvaleva di macchine teatrali complicate, effetti speciali, costumi, grandi spese e grandi attori; bensì di bottiglie polverose – all’interno delle quali ronzavano mosconi – di luci gialle appestate, di abiti sdruciti, che evocavano assenze popolate di emozioni, fantasmi, suggestioni. L’impresa faceva il paio con le sue prose, fatte di rapinosa simultaneità e cosmica arbitrarietà associativa. Cercai a lungo di comprendere quale ossessione lo guidasse in questi suoi viaggi nei labirinti della parola, e ho creduto di scoprirle nelle visioni degli antichi Gnostici.
Strana visione, e straordinaria illusione, che doveva in seguito ispirare persino gli sforzi di Giordano Bruno, volto anch’ egli a rifondare le tracce delle immagini celesti in tutti i contenuti della nostra esperienza terrena, per quanto in apparenza umili e peregrini. Ed è proprio da questa temperie che si originano i Quartini, da Gaetano Testa scritti con Francesco Gambaro, da sempre suo emulo e sodale, capace nel contempo d’essere uomo cortese, giornalista di rango e poeta. Quartini che affascinano per quel loro sapiente lacerare l’intima essenza delle parole; o per quel loro impulso a esprimersi, formulare e abbagliare senza riguardo per i risultati; o per quella loro tenace volontà d’estinguere infine i contenuti a profitto di inesplicabili premonizioni. Si avvicendano così, come in una raccolta di Haiku giapponesi, pensieri compiuti che ammoniscono: «forse non sono propriamente un fiore, ma quante farfalle accanto alla mia carcassa»; oppure: «scendo le scale con una prudenza che mi racconta favole sul volo dei lombrichi»; o infine, perfetto endecasillabo, «le ossa sparse sotto le lenzuola», che mi riporta con prepotenza alla memoria un incontro per strada con Aldo Pecoraino, il quale, indicandomi il suo corpo affaticato, mi confessò con somma levità: «Sono stanco di trascinarmi dietro questo carico d’ossa».
Quartini, pubblicato dalla Nuova Ipsa, opera ultima di Gaetano Testa e Francesco Gambaro che, guardandosi vicendevolmente, si rispecchiano identici, è un autentico gioiello che ci ripaga di tanti giorni insulsi e di tante insulse letture. 
 
Aurelio Pes
 
 
 
 


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