Rassegna stampa

Una raccolta dei migliori articoli di giornale sulle pubblicazioni della Nuova Ipsa editore di Palermo

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Repubblica - Palermo del 10 giugno 2008
C’era una volta la Vucciria
Il grido di dolore per l’agonia del vecchio quartiere  
 
Giovanni Cimino fa un viaggio nel presente e a ritroso tra i luoghi e i personaggi

Ci sono dei luoghi, dei quartieri, dei monumenti, legati in maniera così intima e profonda alla città che li ingloba da non essere neanche immaginabili lontani da essa; e, contemporaneamente, la stessa città perderebbe gran parte del suo fascino e della sua ragion d’essere senza quel particolare luogo. Basti pensare a Monmartre a Parigi, o alla Riesenrad di Vienna. Se volessimo trovare un siffatto simbolo anche per Palermo, la scelta non potrebbe che ricadere sulla Vucciria, il mercato popolare che di Palermo esprime in maniera perfetta spirito e contraddizioni.
È vero, non c’è palermitano che, al solo nome della Vucciria, non si senta a casa; e non c’è turista che, puntualmente edotto dall’ultima guida, non pretenda, appena sceso dall’aereo, di fare un giro tra quei vicoli che odorano di pesce e verdure, di spezie e interiora. È altrettanto vero, però, che la Vucciria di oggi è solo un pallido ricordo di ciò che era non più tardi di trenta, quaranta anni fa, e che la vivacità commerciale di oggi non è che una sbiadita copia del fervore che aveva contraddistinto per secoli la vita del quartiere.
A parlarci della Vucciria è Giovanni Cimino, oggi professore di scienze in un liceo palermitano, ma testimone attento della storia del quartiere, cui dedica questo C’era una volta Vucciria (Nuova Ipsa editore, 154 pagine, 12 euro). Atto d’amore, quello di Cimino, a partire già dal titolo, in cui quell’articolo mancante vuol significare la familiarità e l’affetto profondi, quasi si trattasse della donna amata; ma anche atto d’accusa per il degrado in cui una classe politica inadeguata ha abbandonato il cuore stesso di Palermo, in compagnia di tutto un centro storico che, unico tra i centri storici delle grandi città europee, porta ancora adesso i segni e gli sfregi dei bombardamenti del ’43.
In effetti, la storia che l’autore traccia è, più che altro, una storia intima. Con rimarchevole precisione, saracinesca per saracinesca, elenca tutte le attività commerciali presenti nelle vie e nelle piazze, disseminando tale elenco con aneddoti divertentissimi e con racconti di vita vissuta (e taluni, ovviamente, anche molto cruenti, come la strage del 15 aprile 1978 in una della tante taverne). Ne viene fuori una sorta di Amarcord dai tratti forti, talvolta forse troppo caricaturale, ma sicuramente assai efficace, palermitanissima nei toni come nell’uso della lingua, che Cimino continuamente infarcisce di vocaboli e modi di dire dialettali.
Superato però l’aspetto folcloristico, resta il difficile e controverso rapporto del quartiere con la città. A partire dal dopoguerra, si assiste a un lento ma continuo calo demografico, a una perdita di centralità del quartiere, il cui mancato recupero fa sì che, poco per volta, esso si trasformi, insieme alla gran parte del centro storico di Palermo, in zona marginale e sotto-sviluppata.
A ben pensarci, anche questo è tipicamente siciliano: il sentire fìnanco i monumenti più belli come qualcosa di non appartenente al proprio patrimonio ed alla propria storia, e di conseguenza trascurarli sino al degrado più completo, alimentando così quel senso di sciatteria e abbandono che invariabilmente ci contraddistinguono. Unire questo con le inevitabili mire di affaristi, palazzinari e politici senza scupoli, fa capire il perché di quel grido di dolore che, nelle pagine finali del libro, l’autore consegna ai lettori: «Signore e signori, le balate della Vucciria asciucàru!» Peccato, verrebbe da dire, anche se c’è ancora molto da salvare e qualche pur timido tentativo di recupero è stato tentato. Ma, ahinoi, il rischio che quelle secolari "balate" non vengano nuovamente irrorate dagli abbondanti spruzzi di pescivendoli e "verdumai" è purtroppo assai elevato.

 
Massimiliano Mineo


’Nciurie per scherzo e per dispetto
PROVATE a fare, in rete, una ricerca del termine "nciuria". Troverete, ovviamente sull’onnipresente Wikipedia (e stavolta strettamente in siciliano!) questa definizione: «la nciuria è lu suprannomu schirzusu ca spissu alludi a qualitati fisichi o murali». Naturalmente, l’argomento è serio nonché materia di attenti studi etnoantropologici. Piace in questa sede sottolineare che, di "nciurie", il libro di Giovanni Cimino è pieno, e lo scrittore ribadisce come, nella vita della "Bocceria" si era conosciuti e identificati più per il soprannome che veniva affibbiato che per il proprio cognome. Abbiamo allora Giovanni "faccia ’i limiùni" e "Mimmo culu quatràtu", "Cairnmela ’a lavannàra" e "Ni-culietta’apulla", "Pinùzzu ’nzituni e Pinùzzu u tinnirumàru", tanto per citarne solo qualcuna. E talvolta la "nciuria" finiva per essere addirittura dominante rispetto a qualsiasi altro identificativo: è il caso di "pani rum", piccolo sgherro di quartiere, o di "tri mutùra", prostituta dalla indubbia intraprendenza ed esuberanza professionale a dispetto dei suoi limiti fisici.


 
 
 
 

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