Rassegna stampa

Una raccolta dei migliori articoli di giornale sulle pubblicazioni della Nuova Ipsa editore di Palermo

in questa pagina del sito della nostra casa editrice puoi trovare la lista completa di tutti gli articoli dei principali giornali e testate giornalistiche che hanno effettuato le recensioni dei nostri libri

Giornale di Sicilia del 23 marzo 2011
Bersaglio Bianco
 
 
C’è una mutazione importante nei personaggi di Bersaglio bianco, il romanzo di Angelo Vecchio che Nuova Ipsa Editore ha mandato in libreria (196 pagine, 14 euro). È una mutazione caratteriale che ne sottende un’altra più profonda, più alla radice, quasi genetica. È come se il cronista di nera che Vecchio è stato e il cui mestiere ha finora riversato nelle sue creazioni di fantasia, cedesse il passo a uno scrittore al quale piace indugiare sull’evoluzione del male, dentro i personaggi stessi. Senza connotazioni sociologiche né analisi antropologiche, soltanto attraverso quella fitta rete di fili che avviluppa implacabilmente primi e secondi ruoli, protagonisti e comprimari, teste pensanti ed esecutori, tutti pronti a presentarsi in proscenio o a scomparire dal cono di luce del riflettore con sapiente calibro dei tempi.
Lo stesso scrittore si mette come in una condizione di attesa, di curiosità nel vedere non soltanto come andrà a finire ma a cosa si potrà arrivare, un atteggiamento che condivide quasi con il lettore-passeggero pur essendo lui, il macchinista. La mutazione psicologica (che in un certo senso, inevitabilmente, si trasforma poi in mutazione narrativa, ed è per questo che Vecchio abbandona una forma breve di romanzo per «largheggiare» in trama e dettagli) è dunque «dentro» e non «fuori» i personaggi, è la società che patisce il marcio (o che gode di quel po’ di buono) che c’è in loro, è il mondo che si fa specchio di questo male sia lo accetti che lo respinga, sono il sistema, la collettività che si fanno riflesso del singolo.
In questo noir (c’è qualcosa che ha a che fare più col poliziesco più che con la storia di mafia tout court) ambientato nel mondo della sanità che si fa risucchiare nel gorgo della malavita organizzata, che collude con la criminalità, che non si fa scrupolo di atrocità pur di coltivare e difendere danaro e privilegi, conti in banca e status, è come se i personaggi (anche gli stessi «buoni», quelli che stanno dalla parte della legge, quelli che sanno discernere fra torti e ragioni) abbiano la consapevolezza amara di una malattia difficile da debellare, non tanto un cinismo ruvido, quanto un disincanto che solo in apparenza lascia un fugacissimo spiraglio di speranza, una porta verso la consapevolezza che si schiude appena e si richiude subito dopo con fragore. In un viavai di figure e di «tipi» (cui Vecchio, da buon siciliano, non rinuncia), di sentimenti di odio e passioni amorose, di inferni quotidiani e redenzioni inutilmente invocate, è l’epilogo, la stessa soluzione finale a lasciare la sensazione di un conto aperto: la scena è la stessa dell’incipit, il copione è pronto per essere nuovamente recitato, la pellicola è riavvolta.
 
Salvatore Rizzo

 
 
 
 


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