Rassegna stampa

Una raccolta dei migliori articoli di giornale sulle pubblicazioni della Nuova Ipsa editore di Palermo

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La Sicilia - Palermo del 20 gennaio 2007
Il segmento Aureo
Tratto dalla prolusione resa il 15 giugno 2004 da Ernestina Pellegrini, professoressa di  
 
Quando ho finito di leggere il libro di Lorenzo Matassa, mi sono chiesta: di che cosa si tratta? E’ un romanzo storico e, se lo è, come si presenta davanti ad un lettore contemporaneo? È un romanzo esoterico? E’ un romanzo di fantapolitica? E’ un romanzo di formazione?
E’ forse una storia d’amore?
La risposta non è facile, perché credo che questo libro appartenga un po’ a tutti questi generi. Si potrebbe dire, semplificando la questione, che questo strano di centosettantatre pagine, che si leggono tutte d’un fiato, è "un romanzo sulla Storia".
E’ un libro emozionante e questo non è facile dirlo dei libri di oggi, a meno che non si tratti di materiale pulp. Questo libro, invece, emoziona (e so che questa dell’emozione non è una categoria di giudizio letterario), emoziona pur rimanendo un testo di particolare delicatezza.
Tratta argomenti forti, sconvolgenti (campi di concentramento, uccisioni, servizi segreti, strategie dell’alta finanza, voltafaccia politici, amori assoluti) eppure lascia un’impressione d’anima (una parola, questa, che può avere, come diceva Calvino, molteplici applicazioni).
Che tipo di scrittore è Matassa?
Semplificando direi un fabulatore visionario (con un senso molto vistoso, però, dell’impegno letterario).
Naturalmente io non ho le competenza storiche sufficienti per analizzare e discutere il libro sotto un’angolazione di carattere storiografico. Anche perché io ho voluto leggere, e godere, come un testo quasi esclusivamente letterario, lasciando agli altri relatori il compito di valutare il peso fortemente provocatorio e sorprendente della documentazione storica che sottende tutta l’architettura romanzesca (come è esplicitato dall’appendice finale che si intitola "Breve itinerario per chi voglia approfondire il racconto di Artico Blinder" che ha molteplici sezioni del tipo: sui riferimenti del protagonista fino al 16 ottobre 1943 nella città di Roma; sui riferimenti all’Office of Strategic Service O.S.S. e l’operazione Safehaven; sui riferimenti ai flussi economici attribuiti alla finanza vaticana e ai rapporti tra esponenti dello Stato Vaticano e i gerarchi nazisti (e si rimanda in questo caso allo studio di Ernst Klee, Chiesa e Nazismo, Einaudi 1993).
Lo scheletro degli avvenimenti storici è disegnato mirabilmente in queste pagine: si segue, ad esempio il ruolo della C.I.A. nella ricerca dell’oro nazista, le tappe delle missione "Safehaven" e così l’autoconsegna al controspionaggio americano del capo dell’intelligence nazista nell’Est europeo, Reinhard Gehlen, che negoziava la consegna di tutti i segreti militari sull’U.R.S.S., la sostituzione di "Safehaven" con "Sunrise" (e qui si segue il ruolo del Vaticano nei rapporti con il Governo nazista del Terzo Reich, l’istituzione da parte di Papa Pio XII dell’Istituto Opere di Religione (conosciuto come I.O.R.) per l’investimento delle ingenti somme che arrivano nelle casse vaticane (fu una specie di banca d’affari a livello mondiale). Sembra che ingenti somme di denaro venissero quindi dirottate per garantire l’appoggio ai gerarchi nazisti fuggiti in America Latina. Così si individua, grazie ai documenti declassificati dalla C.I.A., il ruolo dei prelati vaticani Felix Morlion, Krunoslav Draganovic e Gregory Rozman, che lavorarono in stretto contatto con i Servizi d’informazione americani per portare in salvo circa cinquemila nazisti.
Non voglio sembrare più ingenua di quello che sono, ma chiedo a Matassa: cos’è vero e cos’è invenzione in questo libro?
Ho detto che questo è un libro sulla Storia.
Non entro nel merito della veridicità documentaria… Voglio solo aggiungere che alcuni giorni fa, nella pagina culturale di "La Repubblica", si dava notizia dell’uscita di due ponderosi volumi di documentazione inedita che raccolgono i messaggi destinati al Papa Pio XII che fanno riferimento al ruolo di protezione da parte dello Stato Pontificio e in genere della Chiesa cattolica di oltre due milioni di prigionieri, e soprattutto nei confronti degli ebrei perseguitati dai nazisti e dai fascisti. Sarebbe questo, insomma, un gigantesco mosaico di voci popolari che informano su due milioni e centomila prigionieri e dispersi di cui la Santa Sede si prese cura durante la Seconda Guerra mondiale e di cui gli archivi vaticani si preparano a dar conto con la pubblicazione di questi due volumi. Il primo di 1511 pagine, contenente l’intero fondo dell’Ufficio Informazioni Vaticano per i prigionieri di guerra (1939-1947) e il secondo con un’ampia scelta degli oltre dieci milioni di messaggi raccolti (con prefazione del Cardinale Sodano). In qualche modo questi due volumi rappresenterebbero un documento impressionante della "Storia delle vittime".
Dico questo per far capire quanto sia attuale, tempista e provocatorio il libro di Lorenzo matassa, pubblicato da un piccolo e coraggioso editore di Palermo (Nuova Ipsa Editore), per far riflettere gli storici e il largo pubblico su un determinato segmento della storia mondiale, con tutte le sue contraddizioni, i retroscena, le strategie clandestine, le funzioni dei Servizi segreti, gli imponenti spostamenti di capitali e le inevitabili stragi di inconsapevoli e umili uomini di cui non resta traccia.
Un aspetto forte e originale del libro è dato, però, dalla sua piega esoterica, già presente nel titolo (Il Segmento Aureo), un’opera alchemica, un’opera al nero (per dirla con la Yourcenar, alla ricerca di armonie cosmiche, di quel retrotesto sapienziale della realtà che ritroviamo, per esempio, nel recente splendido libro di poesie di Franca Bacchiega, uscito per Garzanti con il titolo Aelia Lelia, libri questi che hanno molteplici strati e che entrano nella sfera di ciò che Cocteau aveva chiamato L’eternità piegata.
Ma se torno al mio ambito - che è quello letterario - e catalogo il romanzo sotto l’etichetta un po’ antiquaria di "romanzo storico" e mi chiedo quale sia il rapporto tra Storia e Invenzione, devo subito constatare un fatto curioso, cioè che la celebre formula manzoniana è stata da Matassa completamente invertita: nel capolavoro manzoniano la Storia serviva per dare un esempio di "provvida sventura", vale a dire mostrare il ruolo del "divino" dentro le vicende umane, qui (credo) il rapporto è invertito perché le superiori armonie e le trame del divino servirebbero per contrabbandare una verità storica davvero terribile e sconcertante.
Il divino è una sorta di maschera, di lasciapassare fantastico. Infatti - come annuncia il risvolto di copertina - questo romanzo sulla Storia è anche un romanzo sulla storia dell’uomo, della sua predestinazione, sul suo essere parte di un progetto generale, sulla funzione basilare, fondante della proporzione divina, della sezione aurea che - come si sa - da Platone a Leonardo Da Vinci, da Piero della Francesca e Leon Battista Alberti è la regola dell’armonia universale.
E’ il problema vicino alla quadratura del cerchio che è presente nell’opera di tanti poeti, da Eliot a Segalen Tesi Maura Del Serra, e che tanta parte ha in ambito musicale nelle sinfonie di Mozart o nelle fughe di Bach. Così lo si trova alla base della forma del guscio delle conchiglie, della forma delle galassie e delle molecole del DNA (un segmento aureo, un’armonia divina che ha l’espressione nel numero 1,61803).
Mi viene da dire che forse la posta in gioco della letteratura di questo giudice palermitano che ha, credo una funzione importante all’interno dell’ "intelligence" (che, quindi, è nella stanza dei bottoni dei segreti della Storia), dicevo che la posta in gioco della letteratura di questo curioso scrittore-giudice che è anche un po’ scrittore-mago, è "una ricerca delle cose ultime" di una verità sacra che dà trasparenza alla pesante tristezza dei casi umani.
E la trasparenza, senza dubbio, qui si nutre di rivolta: c’è un rifiuto di accettare la condizione imposta all’uomo nel tempo, insomma, qui c’è una concezione alta dell’umano, che collaborerebbe alla determinazione del bene e della giustizia divina.
Potrei aggiungere che questo romanzo fantastico, che si basa su reali fatti storici, a cui si aggiungono sentimenti e pensieri che sicuramente appartengono all’autobiografia dell’autore (ci sono dei "gong emotivi", al di là della freddezza operativa di Artico). Questo romanzo fantastico - dicevo - va letto e amato come tanti romanzi americani moderni, nonostante il loro realismo.
Questo libro ha, infatti, colpito la mia fantasia di letterata per qualità che vanno oltre o che stanno prima della verità storica, prima o al di là dell’interessante bagaglio di scottante merce storiografica.
Questo romanzo narra storie estreme d’amore e d’avventura, storie scatenate e irriducibili alla società regolare. Ci sono i Servizi segreti, i delitti, gli inseguimenti ma ci sono anche le donne acrobate del circo, sulle cui spalle artisti sublimi, come Matisse, hanno dipinto ali come angeli o uccelli.
C’è un senso vertiginoso della suspence narrativa, del succedersi e accavallarsi degli avvenimenti, per cui tutto ha rimbombi fantastici o animistici e ogni incontro non è casuale: è folgorazione e destino.
Si individua un campo radicalmente "fuori" da questo mondo. Questo mondo fortunatamente accettato, confessabile, giudicabile e giudicante è il mondo in cui Matassa giudice la Storia.
Eppure le qualità del romanzo stanno oltre ogni realismo.
Romanzo fantastico, vi ho detto.
Siamo, però, del tutto agli antipodi della letteratura d’evasione.
Anzi, viene al lettore il sospetto che, dietro tutto il pittoresco attraente, l’obiettivo primario da centrare, per l’autore, sia proprio la verità storica nascosta, camuffata, interdetta e negata.
"Il Segmento aureo" è un libro incantatorio, a tratti perfino consolatorio, ma è soprattutto un libro violento sulla violenza. Agli occhi di Lorenzo Matassa - che io non so se creda alla predestinazione, alle reincarnazioni, alla provvidenzialità della Storia - ai suoi occhi, dicevo, soltanto l’azione è ciò che giustifica in quanto uomini.
Nel romanzo ci sono due binari:
1. Di ricostruzione razionale della storia.
2. Di ricostruzione latamente religiosa.
Su tutto il binario della predestinazione.

Due tensioni: una di disperazione e un altro di meraviglia. Sono tensioni che si esasperano e si acquietano per rendersi evidenti agli occhi del lettore. Eppure, i lati e i dettagli letterariamente più affascinanti provengono da altre pieghe del testo: dalla coscienza legata all’intensità dell’istante.
Ci sono gli incontri d’amore di Jakob Levi divenuto Artico Blinder, un eletto sfuggito allo sterminio concentrazionario, con Elise Brown, una impalpabile e sfuggente figurina di donna lentigginosa e luminescente che un’estenuante fatalità sottrae al mondo della durata terrena (a ciò che amerei chiamare "l’imperialismo della verità"), per consegnarla indelebile alle tele di un grande pittore moderno.
Il romanzo è anche una storia d’amore e di disincanto.
Artico Blinder narra in prima persona la sua vita dominata dall’erranza. Lui ebreo di nascita e poi cacciatore e vendicatore antinazista, è anche il biografo di se stesso. Un biografo che, come già l’imperatore di Margherite Yourcenar, potrebbe dire, sin dall’inizio: "Comincio a vedere il profilo della mia morte".
Ma Lorenzo Matassa - come la Yourcenar, come Carlo Fuentes - pensa che la morte appartenga alla vita, così come le appartiene la nascita.
Pensa che l’uomo ha un destino che in fondo non è altro che la ricerca di diventare totalmente ciò che è.
Artico deve diventare totalmente Artico, deve realizzare pienamente il proprio destino e contiene in sé la propria morte (come per Rilke, la morte è solo l’altra metà del frutto.
Artico, vecchio elegantissimo, che in apertura di libro ritorna nella Basilica di San Pietro per incontrare la propria morte, pensa che la vita non sia altro che una stagione di noi stessi e che la riempiamo di ciò che siamo profondamente.
Il lettore, a chiusura di libro, ancora si chiede se i casi meravigliosi del romanzo, le occasioni che salvano Artico dalla morte, le mani invisibili che lo afferrano per non farlo piombare nel vuoto, sono solo trovate narrative, oppure - come credo - convinzioni profonde dell’autore in una totalità già scritta (come ne "La pelle di zigrino" di Balzac, attraverso nostre azioni e nostri desideri possiamo vedere accorciarsi quel pezzettino di stoffa che ci contiene).
Alcuni mesi fa, Vittorio Taviani, il primo dei due celebri registi toscani delle "Affinità elettive", disse una cosa che mi colpì e che mi commosse profondamente, senza che capissi bene il perché di quella commozione. Disse una cosa che mi sembra possa funzionare enigmaticamente anche oggi, per la presentazione del libro di Lorenzo Matassa.
Vittorio Taviani disse che al fondo di ogni opera e di ogni uomo c’è un grande inganno. Dico inganno, nel senso alto della parola, nel senso magari del grande valore dell’implicito che Tomasi Di Lampedusa diceva di preferire rispetto alla volgarità e alla prevaricazione dell’esplicito.
Così, questo libro è anche un giallo. E’ la storia di una simulazione autobiografica di un uomo che, sul punto di essere ucciso, nel bel centro delle geometrie della Piazza di San Pietro, rievoca la propria vita come se gli fosse concesso di farlo solo nella dimensione del sogno, tanto che al lettore resta alla fine fra le mani una specie di inafferrabile sostanza di verità (una verità supportata, radiografata, poi, nelle tre pagine di riferimenti bibliografici e di documentazione storica che prima ricordavo).
Insomma, voglio dire che ci sono due livelli di lettura che - a mio avviso - è obbligatorio seguire, per tirare fuori tutta la bellezza narrativa e umana del romanzo e fra i due livelli c’è una invalicabile barra:
- C’è il livello di ciò che "è detto"
- C’è il livello di ciò che "si vuole dire, accennare, far baluginare.
Una barra fra ciò che è detto e ciò che è taciuto (o detto solo ai lettori più sensibili, attenti e iniziati).
Che cosa c’è dietro ogni fatto, dietro ogni parola? Psicoanalisi, occultismo, sapienza segreta o parodia di tutto questo?
Forse tutti questi elementi insieme sono alla base dell’intera operazione letteraria di Lorenzo Matassa.
A lui spetta dare la chiave dell’enigma, di ciò che è vero e di ciò che è ancora più vero e di ciò che, infine, appartiene all’illusione estetica.
A lui - se crede - spetta di spiegare il dosaggio di una letteratura "come itinerario del meraviglioso", per dirla con le parole di un altro intellettuale palermitano a me molto caro, Angelo Maria Ripellino, il dosaggio fra il trucco e l’anima.
Lo scrittore di questo libro, insomma, è un po’ storico e un po’ cerimoniere, perché Matassa dissolve i confini storici e non si spaventa per gli accostamenti abusivi, gli agganci paradossali, le iperboli, gli anacronismi, le scene a tinte forti, così come si diverte a dipingere immagini di delicatezza struggente, quasi elaborate in punta di lapis, in un gioco allusivo di spie, demoni, carnefici, maschere e controfigure.
Io non ho letto niente altro di Lorenzo Matassa, ma sono curiosa.
Anche perché credo si tratti di un autore, tutto sommato poco italiano anche se molto siciliano (c’è dietro il giallo alla Sciascia, ma anche i qui-pro-quo della storia di Gesualdo Bufalino - il mio indimenticabile, insostituibile amico e complice di necropoli letterarie - c’è la parodia quasi surreale del romanzo storico alla De Roberto e, in qualche punto persino il cerebralismo sofistico alla Pirandello). Un autore poco italiano - dicevo - perché incline alle "cime tempestose", a una letteratura a due piani, a due quote (molto cielo e molta terra).
Ci sono altitudini olimpiche, ghiacciai purissimi, divinità inaccessibili, nidi delle aquile… e c’è la valle mortale, torpida, peccaminosa, imperfetta dove sopravvivono e faticano i più.
A un certo punto il protagonista si chiede: "Esiste la fuga perfetta?". La risposta può essere trovata in un altro punto del libro "Siamo solo presente che dura e ricorre…".
Tutto nasce dal destino di un tatuato di Auschwitz, da tre piccole pepite d’oro servite per riscatto e finisce nell’inseguimento e nella registrazione delle imprese rocambolesche di un angelo sterminatore e banchiere, pronto ad abbandonare ogni pietà pur di collaborare al progetto divino di una giustizia che deve correggere ad infinitum la grande impostura della storia umana.
Così i personaggi storici si accompagnano ai personaggi letterari e fantastici, le acque fra ciò che è vero e verosimile e inventato si confondono e si agitano, con effetti di eco e di dissolvenza molto suggestive. Sullo sfondo c’è "WEAVER", scritto a caratteri cubitali, il grande burattinaio: sia Greg Venezia, o sia Dio, timonieri intercambiabili, sovrapponibili o, se si preferisce, binari paralleli.
Tutti i nomi del romanzo hanno un doppio fondo. Persino la seconda donna di Artico ha un nome-segmento aureo: Blanca Goldsmith.
Elise, nome roussoiano, si suicida, in un salto acrobatico, per punire il compagno traditore, traditore se pur passivo e rassegnato oggetto del desiderio della nuova venuta.
Si scrive, infatti: "Eloise era morta perché Blanca potesse entrare nella mia vita". Sarà Blanca, infatti, che porterà Artico "sul nido dell’aquila".
La storia procede con le sue marionette elettive: Onassis, Nixon, Evita Peron. Le maglie della finanza internazionale lasciano filtrare criminali politici, li nascondono e li nutrono in una rete di collaborazioni infinite, dietro un sogno nostalgico di restaurazione delirante di un sacro romano impero di lingua tedesca… La banche svizzere coprono i commerci e danno copertura anonima a immensi capitali insanguinati.
Eloise, ormai fantasma, manda intanto un profumo di rosa araba… Tutto si chiude con un colpo di pistola, mediante i quali Artico Blinder, un po’ veggente, un po’ cieco, al centro della Piazza della Città Eterna, si concede l’ultima e decisiva fuga.
Il romanzo finisce e chiude il lettore sprovveduto di strumenti storiografici come me nel cerchio stregato delle proprie sollecitudini letterarie, lo allontana dallo scandalo doloroso del sottotesto, dallo scandalo storico che, con la sua ruvida prosa della cronaca, turba l’immobilità dell’eterna bellezza.
Mi sia permessa una riflessione ultima: Sezione aurea e lingotti d’oro, come sono abissali i confini. Eppure quanto contigua la loro presenza nell’universo semantico di queste centosettanta pagine. Verità estrema o finzione letteraria?
Allora ci si chiede: Chi è Eloise? Una bellezza celeste o una colombina di cartone?
Tutto nel libro e nel mondo di Lorenzo Matassa ha una dimensione larvale e ipnotica, un trauma di febbrili messaggi cosmici.
Tutto ha voce.
Tutto ha voce come in questa pagina:
Calò il crepuscolo. Una calma piatta aveva trasformato il mare in una distesa di seta fluida e scura. L’assenza di onde e di vento dava spazio ad un rumore surreale che saliva dal fondo di quello scenario. A bordo solo un silenzio siderale rotto solo dallo sciabordio dell’acqua che si infrangeva nella prua e dal borbottio del motore. Fissai a lungo la liquida patina sulla quale il motopeschereccio scivolava e mi convinsi che anche le cose hanno voci e silenzi. La voce delle cose è il più antico e immediato dei linguaggi che l’universo trasmette all’uomo perché interpreti il suo cammino. Lo fa il mare, quando con il suono metallico delle onde polverizzate una sull’altra, ti sconsiglia di avventurarti in una rotta. Lo fa il turbinio del temporale, il sibilo del vento, lo scrosciare della pioggia, l’esplodere del vulcano. Questa è la voce delle cose che dovremmo ascoltare senza paure, come segno di vicinanza confortevole, nello stesso modo in cui si ascolta il palpito regolare di un cuore, sintomo di salute, manifestazione di vita. E’ il silenzio della natura che deve preoccupare… è il silenzio delle cose che annuncia eventi imprevedibili.
Solo con gli occhi, ma turbati e ansiosi, interrogai Greg Venezia sulla distanza che ancora ci separava da Safehaven e sul motivo, per me inspiegabile, dell’appuntamento con un peschereccio incrociante al largo del Mediterraneo francese. La risposta fu rassicurante:
"Attendi Artico… un ghiacciaio alla deriva non conosce l’impazienza".
Il fascino di questo libro per me sta nella sua consistenza, nei suoi disegni ariosi che paiono tessuti col fiato, dove il mondo dell’attesa si sovrappone a quello della memoria: nascono così i paesaggi nebbiosi, gli stinti tendoni del circo, gli oceani mossi e inghiottenti, gli scenari in cui si insinua, sottile, il profumo narcotico della grande Storia, con gli intrighi e i suoi veleni.
Matassa vi soffia dentro il suo gergo esoterico e i suoi sogni di libertà e giustizia, quelli della propria eterna giovinezza.
Qua e là provengono, nel cielo di carta squarciato come nel teatro dei pupi de "Il Fu Mattia Pascal" pirandelliano, spifferi iinquietanti o consolatori di un’impura, teatrale trascendenza.
Mi chiedo ora: non sarà una grande satira di tutto ciò che è pericolosamente segreto?
Ernestina Pellegrini
 
 
 
 

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