Zef Chiaramonte

 Zef Giuseppe Chiaramonte <1946> è un arbëresh di Sicilia. Già docente nei licei, poi direttore biblioteca-rio, vive e opera a Palermo.
Studioso dell’Europa Orientale, ha perfezionato le sue conoscenze sui Balcani con stages presso le Università di Salonicco e di Prishtina.
Per vari anni ha tenuto corsi liberi di alfabetizzazio-ne e cultura arbëro-albanese nelle scuole pubbliche e nella biblioteca da lui diretta. Come interprete ufficiale, da marzo a giugno 1991 ha collaborato con la Prefettura e la Questura di Palermo alla migliore riuscita del Centro di Ospitalità Albanesi di Buon-fornello (COAB), ricevendone nota di merito da parte del Prefetto Jovine. Nel 1999 ha accolto i pro-fughi kosovari presso l’ex base americana di Comiso, facendo da interprete al Ministro degli Interni, Rosa Russo Jervolino e, in seguito, al Presidente Ibrahim Rugova. Nel Kosovo libero ha collaborato con l’UNMIK (United Nations Mission in Kosovo) per conto di alcune ONG e come osservatore durante le prime elezioni democratiche.
Già componente del Comitato Esecutivo Regionale A.I.B. (Associazione Italiana Biblioteche), è corri-spondente della Radio Vaticana-Sezione in lingua al-banese, segretario del Comitato Italiano Pro Kosovo, responsabile per la cultura arbëreshe e albanese del Centro Internazionale di Studi sul Mito.
È autore, tra l’altro, di Noi veniamo dall’Albania, ed. Sinnos, Roma, 1992 e de La Terra di Costantino: Bizantini Arabi Normanni e Albanesi a S. Cristina Gela: fonti documentarie, Palermo, 2002.
Per i suoi interessi in campo albanologico la Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo gli ha conferito il titolo di cultore della materia.
In copertina: Adem Kastrati (1933-2000), Oda e burrave, tempera su tela, cm. 81 x 65.

Non so come questi versi suonino nella lingua originaria con la quale sono stati concepiti ma credo che anche la traduzione fornita dalla stesso poeta contenga quella musica interiore che sembra affidata alla lahuta della tradizione albanese con quanto di nostalgia e di memoria fermenta ancora nell’anima dell’autore che da italoalbanese siciliano conserva tale stato d’animo nei suoi precordi.

Si tratta di una silloge, quasi una biografia sintetica in versi, dove la storia personale, l’amore, la quotidianità e la memoria del passato costituiscono un humus poetico che si fa canto stringato e talvolta solenne che parla di una Arberia di Sicilia come luogo dell’esistere e del vivere in una continuità col passato rivolto alla decifrazione del presente; una sorta di autobiografia in versi, appunto, che si rivela a se stessa e alla nostra sensibilità di lettori che riconosciamo Istanbul e Teresa di Calcutta, la casa siciliana e la terra del Kosovo, i legami familiari e le allusioni incantate ad un eros “acqua e fuoco” che esprime pienamente l’umanità e la religiosità di un uomo che sa attraversare e vivere la vita guardando verso il cielo e aperto al vasto orizzonte della cultura nella quale sa trovare i fondamenti che nutrono la sua poetica visione della realtà.  
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