Letteratura

Selezione di testi di varia: biografie, carteggi, gialli, classici, poesia, racconti, romanzi storici, romanzi, noir, storia della Sicilia, storia e tradizioni popolari.

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Nel V sec. a.C la sicilia era in forte crestia, tanto da contrastare le mire espansionistiche della Grecia. L'epoca dei tiranni di Siracusa era tramontata e la democrazia si affermava sull'esempio di Atene, è in questo clima socio politico che il nobile Ducezio, di Mineo, concepisce il suo disegno di respingere l'invasione greca e di costruire lo stato dei Siculi, indipendente e socrano, ma aperto alle influenze culturali di tutti i popoli del Mediterraneo. In questo romanzo viene ricostruita la sua vicenda e la sua biografia ideale, dagli iniziali successi politici e militari fino al malinconico epilogo che, per l'autore, continua ancora ai nostri giorni.

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“I Florio. Regnanti senza corona” è la storia appassionante e drammatica di quattro generazioni della famiglia che ha modificato il corso della storia della Sicilia.
Il noto giornalista palermitano Vincenzo Prestigiacomo ripropone una nuova e più accurata versione della storia dei Florio. Anni di ricerche negli archivi privati e nel mondo del collezionismo hanno portato alla luce una grande mole di fotografie e documenti inediti che smentiscono molte leggende legate alla famiglia originaria di Bagnara Calabra. Pagine che hanno consentito di creare un nuovo percorso sulla storia siciliana dei Florio a partire dal 1786, da quando a Napoli si incontrano il bagnaroto Paolo Florio e il palermitano Giovanni Custos.
Il testo racconta della ricchezza e del dissesto, di nascite, malattie, lutti, vizi, sontuosi ricevimenti con re e regine, imperatori e imperatrici, zar e zarine tutte storie documentate e scrupolosamente verificate. C’è il mondo dell’alta finanza con i Rothschild, i Morgan, i Lipton. Insomma, tutto lo splendore e il declino della famiglia Florio, che raggiunge l’apice
della potenza con Vincenzo I e la consolida con Ignazio senior. Fino agli ultimi eredi, Ignazio junior e Vincenzo III, che fanno calare il sipario sulla drammatica storia dei Florio. Nel quadro della narrazione si descrive anche la vita e gli avvenimenti di una Palermo che non esiste più. In primo piano Donna Franca, toccata dal successo ma anche da tanto dolore.
È una delle “dame di Corte” più influenti d’Italia fino all’avvento del fascismo. Donna di forte temperamento, giustifica persino i tradimenti del marito. La scomparsa di tre figli in poco più di un anno conduce alla depressione di Donna Franca e al pessimismo schopenhaueriano di Ignazio: “Dio mi perdoni, comincio a dubitare della giustizia, di tutto”.
Il fratello minore, Vincenzo III, irrequieto sin dalla nascita, fu un pioniere della comunicazione e un vulcano di idee.
Ricco, colto, moderno. Qualità che fanno di questo gentleman un indimenticabile eroe del Novecento. Nel silenzio dell’Olivuzza, fra l’altro, il giovane Florio matura l’idea di allestire una grande competizione automobilistica tra festoni di ulivi e ginestre nelle tortuose strade delle Madonie. La chiama “Targa Florio”. Il 6 maggio 1906 le vetture scattano rombanti e fumanti. La corsa diventa subito una leggenda.
Il reportage storico della famiglia è completato e arricchito dalla figura discreta di Lucie Hanry, la seconda moglie di Vincenzo III. Donna affascinante dai modi gentili, amante dei salotti e delle buone maniere. Modella francese contesa da pittori famosi come Federico Beltràn Masses, Vincenzo la conosce nel 1912, in una libreria all’ombra della Tour Eiffel.
Lei è colta, brillante, sportiva. Tra i due è subito colpo di fulmine.
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 Il romanzo Utopia mediterranea parte dal presupposto che Garibaldi nell’accingersi a compiere l’Unità d’Italia, anziché da Marsala, decide di iniziare da Reggio Calabria la conquista dei territori che diedero vita all’Italia unita.
Ne consegue che la Sicilia diventa indipendente, il popolo siciliano può così dimostrare a se stesso e al mondo intero le proprie capacità che sino ad allora non ha potuto esprimere al meglio.
Tali capacità traggono nutrimento dalle innumerevoli dominazioni che nei secoli hanno occupato l’isola, dai fenici ai greci, ai romani, agli arabi, per finire con gli spagnoli e i francesi; da tutti quanti questi popoli i siciliani hanno saputo cogliere gli aspetti positivi, sfruttando le innumerevoli risorse dell’isola che vanno dai beni storici e culturali alle bellezze naturali e paesaggistiche, allo splendido mare e al clima decisamente favorevole, nonché alle risorse minerarie e petrolifere che l’isola possiede.
Il volano di tale sviluppo è comunque dato dalla presa di coscienza della classe nobiliare che, dopo il 1863, si rende conto della svolta che il mondo sta vivendo e, accompagnata dalla notevole disponibilità economica della quale dispone, piuttosto che cadere nell’abulia disfattista, si impegna in attività imprenditoriali facendo della Sicilia una nazione che addirittura diviene leader in alcuni settori industriali d’avanguardia.
Utopia mediterranea è anche il sogno di poter fare di questa terra un ponte tra l’Europa, l’Africa e il Medio Oriente, essendo posta la Sicilia al centro del bacino del Mediterraneo....
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Nel quarto centenario (1605-2005) della prima edizione del capolavoro di Miguel de Cervantes, che ha reso immortali e proverbiali in tutto il mondo i personaggi dell’intrepido e avventuroso hidalgo e del suo fedele scudiero Sancio Panza, Nuova Ipsa Editore propone un altro capolavoro, del più grande poeta siciliano di tutti i tempi, Giovanni Meli (1740-1815), tradotto in mirabili e limpidi versi endecasillabi da Gina D’Angelo, interamente restaurato nelle sue incisioni originali, restituito nella veste definitiva voluta dall’Autore (sull’ultima edizione del 1814) e splendidamente illustrato da Sveva Santamaura. Il poema è suddiviso in tredici canti per un totale di 1074 ottave (8592 versi).
In Appendice le regole grammaticali e il glossario siciliano-italiano composti dallo stesso Meli.

Don Chisciotti e Sanciu Panza continuano le loro straordinarie avventure per un lettore moderno e attento alle riscoperte. Un’occasione per ritrovare intatta la tradizione e le sue voci più intense ed autentiche.

Meli lavorò fino all’ultimo a quest’opera, la più vasta e significativa della sua notevole produzione letteraria.

La Sicilia con i suoi intensi panorami, la vita degli umili, dei contadini, dei pastori e dei pescatori, i loro amori, i problemi e le lotte sociali del Settecento europeo, le utopie, le speranze, i sentimenti di una realtà varia e complessa, ricchissima di ansie e di fermenti in un periodo decisivo della storia tra rivoluzione francese e restaurazione.

Un’opera centrale della letteratura italiana del Settecento che nella forma del poema mette in scena avventure esilaranti, episodi indimenticabili e dialoghi intensi e ricchi di un humor divertente e graffiante, ironico e critico che precorre, come è stato scritto, il teatro di Luigi Pirandello.

Caratteristiche

Volume di grande formato (cm 24,5 x 34,5), di 450 pagine, stampato su carta avoriata Burgo di g 120, rilegato in cartocino goffrato Cedro Burgo di g 250 in quadricromia. All’interno, fuori testo, la riproduzione su tela (cm 21 x 29,7), stampata singolarmente a 7 colori, del dipinto realizzato da Sveva Santamaura.



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€ 41,65 € 49
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La frenetica ricerca, da più parti e attraverso i secoli, degli averi nascosti di un mercante siracusano accusato di eresia fa da trama ad una vicenda in cui si stratificano fatti storici e di fantasia.

Conflitti di pensiero, aberrazioni religiose, crisi mistiche, deliri di potere si alternano in un incalzante sequela di avvenimenti tutti fermamente aderenti (con precisione di data) alla storia della Sicilia spagnola. Il contradditorio ruolo del Tribunale dell’Inquisizione, la teatralità delle pene ingiuste, i contrasti per l’esercizio del potere, la Palermo nuova che nasce all’insegna del barocco, fanno da scenario a vicende personali che ne escono schiacciate.

Storie d’amore incrociate navigano verso un incerto destino. Credenze popolari e linee di pensiero umanistico si oppongono al nascente razionalismo scientifico mentre nell’ombra operano alchimisti e indovini alle formule dei quali, molti, di ogni strato sociale, demandano il rapporto con il sovrannaturale.

Una serrata lotta contro enigmi, esposti in sequenza dai messaggi segreti, coinvolge intelligenze distanti trecento anni. Verranno risolti in chiave colta consultando l’opera postuma dell’abate Tritemio e comparando revisioni storiche con ricerche d’archivio.

Colpi di scena improvvisi, eventi tragici o misteriosi lasciano spazio, infine, al tema di fondo che vuol far luce sul bisogno di una corretta formazione culturale, morale e umana degli operatori religiosi, non sempre adeguata ai tempi ed ai climi sociali e soffocata, oggi come allora, da fuorvianti motivazioni ed esposta all’insidia delle umane debolezze.

Il collante narrativo è ridotto al minimo, in una storia che con formula diaristica procede per scene e dialoghi, lasciando spesso al lettore il gusto dei collegamenti necessari allo sviluppo della vicenda.

Salvatore Requirez, nato a Palermo nel 1957, medico, ha diretto diverse aziende sanitarie del servizio pubblico. Nel 1991 è vincitore del secondo premio di Storiografia Municipale bandito dalla Provincia Regionale di Palermo con l’opera inedita Una città tra le ville. Ha fino ad oggi pubblicato: Le Ville di Palermo (1996), presentazione di Dacia Maraini; Targa Florio (1997) con la presentazione di Luca Cordero di Montezemolo che nel 1998 riceve la targa d’onore al Premio Bancarella Sport; I campioni della Targa Florio (2003); il romanzo Il Leone di Palermo (2005) e Storia dei Florio (2007); il romanzo Di nessun colore è stato pubblicato nel 2008. Nel 2013 pubblica La regina delle Madonie. ...
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Questa volta il prolifico giornalista-scrittore Vincenzo Prestigiacomo ci fa conoscere le avventurose vicende dell’antiquario palermitano Mario De Ciccio. La vita di questo mercante si intreccia, nel primo Novecento, con la colpevole miopia della decandente aristocrazia siciliana e con l’ascesa di un’avida borghesia che sotterrerà il dominio degli ultimi Gattopardi. Infatti, l’aristocrazia chiede aiuto alle banche private, che aprono i loro forzieri ma sul lato destro della bilancia caricano interessi da capogiro, al punto da costringere i clienti a svendere le loro terre ad amministratori furbi e cinici che si ingrassano alle spalle dei padroni. De Ciccio, che conosce bene la nobiltà e i suoi vizi, parte per Parigi alla ricerca delle opere d’arte svendute per far fronte alle improduttive spese di sfarzose feste. Prestigiacomo segue le tracce di De Ciccio, dei suoi ritrovamenti di opere d’arte e dell’incredibile clientela che frequenta la sua bottega in corso Vittorio Emanuele a Palermo, da Wagner a Freud.
Una mattina del luglio 1907 il napoletano duca d’Angiò affida a De Ciccio una tela di Rembrandt da vendere. È ritratta la palermitana Giulia Gezio, o più verosimilmente Saskia Rembrandt? È un luglio rovente e per De Ciccio inizia la ricerca di un compratore della preziosa tela che si concluderà nella Russia zarista.

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€ 10,20 € 12
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 I racconti, popolati di oggetti e animali che offrono il loro peculiare punto di vista, condividendo con gli umani molte forme di ego-centrismo, sostengono incontri e scambi (apparentemente) impossibili, consentendo a personaggi incongrui una condivisione su un ideale piano temporale. Così antichi personaggi possono mescolarsi ai contemporanei, mentre sulle stesse passerelle narrative salgono eroi del passato e miti mediatici, ad offrire nuove interpretazioni di storie personali e collettive. Al centro: il punto di vista di coloro che di solito non hanno voce. Inconsapevoli del proprio destino i protagonisti delle storie possono essere gli ultimi a comprendere la rete di eventi che li unisce, l’intreccio prende forma loro malgrado e l’attenzione si rivolge più all’interiorizzazione dei fatti da parte dei personaggi che ai fatti stessi.
In questi racconti lo stesso tipo di considerazione viene dedicata all’infanzia come alla vecchiaia, al mondo animale e vegetale, perché in ogni età e in ogni forma di vita si manifesta l’anelito al legame più profondo, al raggiungimento dell’unione. Ognuno cerca la felicità, spesso senza riuscirci (la felicità sembra essere da qualche altra parte, forse è momentaneamente occupata), e il senso di solitudine dell’animo umano scaturisce dalla continua ricerca dell’infinito in un altro essere finito.

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La Fata Galanti (1762) è il primo poema in versi composto e recitato dal ventenne Giovanni Meli nella moderna accademia, la Galante Conversazione, che il principe di Campofranco aveva aperto nel suo palazzo di Palermo (oggi palazzo Valguarnera-Gangi) nel 1760. L’opera sviluppa finalità diverse: encomiastiche, nei confronti del padrone di casa, ma anche e sullo stesso piano dei confratelli massoni; volontà di mostrare le proprie ampie e sicure conoscenze della tradizione letteraria, filosofica e scientifica; desiderio di distinguersi intelligentemente in un’innovazione moderata, in nuove combinazioni della tradizione e soprattutto nel saperla piegare con una sorta di sorriso ironico e divertito, che a volte diviene riso aperto, nelle forme e nei modi della cultura cittadina, soprattutto popolare, dell’epoca; mostrare, per questa via, un punto di vista interno ma superiore rispetto a questa classe di appartenenza; far conoscere la propria ortodossia (religiosa e filosofica) e quindi presentarsi quale legittimo candidato per la confraternita massonica del Campofranco che con la sua Conversazione portava a Palermo ciò che aveva sperimentato nelle sue frequentazioni parigine.

Ne viene fuori un poemetto dalla vena leggera e delicata, tra Ariosto e Berni (non senza però la lettura di Giulio Cesare Cortese) che trascorre dal serio e rispettoso al tono decisamente comico e irriverente e svela nel Meli capacità evidenti di abile verseggiatore.

La nuova edizione ne restaura l’ultima volontà dell’Autore riportando il testo dell’edizione 1814 e, insieme con le varianti dei manoscritti, ne riporta quelle dei testi a stampa delle edizioni ’62, ’69, ’87.

L’analisi critica dell’opera e dei suoi rapporti intertestuali è preceduta da un’ampia ricostruzione della vita culturale di Palermo e della Sicilia della metà del Settecento e, in particolare, da una completa ricognizione sulle accademie siciliane e, in particolare, della Galante Conversazione e sugli intellettuali che ad essa aderirono.  ...
€ 25,50 € 30
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Famiglie! Vi odio! è una saga familiare terribile e bellissima, così come terribile e bellissima è l’esistenza. Il romanzo si legge tutto d’un fiato. Coinvolgente e ben scritto, si avvale di un solido impianto narrativo che gli fa assumere un valore universale, e ogni lettore può riscoprire se stesso in qualcuno dei numerosi personaggi che popolano la vicenda....
€ 10,20 € 12
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Nella letteratura europea del Settecento l’antica tradizione della poesia pastorale conosce una ripresa vigorosa e viene reinterpretata alla luce di interessi del tutto moderni: la riflessione sull’ordine cosmico e il suo sistema di forze inaugurata dalle ricerche newtoniane, l’approccio filosofico allo studio del tempo naturale e del tempo storico (regolati entrambi da un andamento ciclico), la diffusione dei modelli di sviluppo economico fondati sulle teorie fisiocratiche.

In questa nuova prospettiva si colloca anche il progetto de La Buccolica di Giovanni Meli, poema composto di egloghe e idilli in dialetto siciliano, suddiviso in quattro sezioni intitolate alle stagioni dell’anno e pubblicato fra il 1787 e il 1814. Sia nell’ampiezza che nella varietà dei metri e dei registri quest’opera rivela la felice disponibilità dell’autore ad assimilare e rifondere originalmente alcuni recenti esempi europei (da Pope a Thomson, da Saint-Lambert a Gessner) e l’illustre tradizione ‘sicula’, ricondotta con orgoglio a Teocrito.

Così, sotto il segno di Pan, nei versi meliani si alternano segmenti lirici in cui l’amore è celebrato, lucrezianamente, come «focu dilicatu» che «scurri e va di cosa in cosa», e terzine celebrative di un mondo agricolo dai connotati utopici, pacifico e laborioso, retto dalla giustizia e dalla fratellanza. E ancora, alla rivendicazione della necessità di educare gli uomini così come si coltivano le piante (temperando «pri la via di lu cori e di la menti» la forza selvaggia dell’istinto) si accostano le lodi dell’antica sovranità di Gelone siracusano, che impiegò la sua forza non per spargere il sangue ma «a stabiliri in tronu la raggiuni», o la contemplazione ammirata delle infinite specie che popolano l’aria, le acque e la terra, fino all’«occulti vii» delle sue profondità, in cui la natura custodisce pietre e metalli preziosi confusi «tra rocchi, crita e fangu».

Il volume presenta il testo Buccolica nella redazione critica già felicemente messa a punto da Giorgio Santangelo, ma con una nuova traduzione italiana di Michele Purpura, l’introduzione e il commento di Francesca Fedi.
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€ 21,25 € 25
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Beppe Galasso, medico e poeta, nasce a Palermo nel novembre del 1955, cresciuto sotto la guida di Cesare Sermenghi, poeta, archeologo, scultore e pittore, buon amico di Sciascia e Guttuso, che lo educa allo studio dei poeti contemporanei. Consegue la maturità al liceo classico Meli ai tempi del professore Cannata, guida di giovani promesse, fra cui Gianni Riotta e ne subisce il fascino rivoluzionario.
Dal ’74 all’81 completa gli studi di medicina specializzandosi in nutrizione e diventando esperto in omeopatia e agopuntura... Quandi si trasferisce a Bergamo e Milano, dove tutt’ora vive e lavora.
Dopo un intimo travaglio, approda, spronato da Anna, figlia di Cesare, alla sua prima silloge poetica, raccogliendo frammenti ed esperienze personali, maturate nella sua vasta esperienza di medico e studioso dell’animo umano. ...
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Una intensa ed emozionata poetica della memoria che caratterizza la silloge "È luntana la sira" di Tania Fonte trova nella verità del dialetto siciliano il veicolo espressivo e comunicativo più autentico. La raccolta rivela, sotto il profilo letterario, il proprio maggior pregio nella qualità alta del dettato linguistico, riuscendo a conferire a ogni lirica un pathos di nostalgie e di speranze.  ...
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Non so come questi versi suonino nella lingua originaria con la quale sono stati concepiti ma credo che anche la traduzione fornita dalla stesso poeta contenga quella musica interiore che sembra affidata alla lahuta della tradizione albanese con quanto di nostalgia e di memoria fermenta ancora nell’anima dell’autore che da italoalbanese siciliano conserva tale stato d’animo nei suoi precordi.

Si tratta di una silloge, quasi una biografia sintetica in versi, dove la storia personale, l’amore, la quotidianità e la memoria del passato costituiscono un humus poetico che si fa canto stringato e talvolta solenne che parla di una Arberia di Sicilia come luogo dell’esistere e del vivere in una continuità col passato rivolto alla decifrazione del presente; una sorta di autobiografia in versi, appunto, che si rivela a se stessa e alla nostra sensibilità di lettori che riconosciamo Istanbul e Teresa di Calcutta, la casa siciliana e la terra del Kosovo, i legami familiari e le allusioni incantate ad un eros “acqua e fuoco” che esprime pienamente l’umanità e la religiosità di un uomo che sa attraversare e vivere la vita guardando verso il cielo e aperto al vasto orizzonte della cultura nella quale sa trovare i fondamenti che nutrono la sua poetica visione della realtà.  ...
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«Può la parola poetica trasformare un amore, uno dei tanti e infiniti, in un amore unico? Può la Poesia lenire le ferite con il canto? Ed aprire la solitudine ad una avventura ardua ed esaltante alla scoperta del sé, sorridere degli idoli da noi creati, e donarci infine la primordiale armonia con il tutto?
Si diceva un tempo che la voce umana può levarsi fino ai seggi di antichi dèi a testimonianza delle nostre passioni: partecipi, essi immortali e noi eterni viandanti, che vibriamo dello stesso fuoco eterno. Può un libro raccontare tutto questo?»
(Domenico Diafèria)


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Antonio, il protagonista di questa favola surrealista, dopo aver combattuto nella Legione Straniera, ha deciso di isolarsi a casa sua, senza quasi più contatti con il mondo, esclusi l’amico Roberto e la sua donna, Adalgisa.
Ha strane abitudini Antonio, personaggio eccentrico forse, ma tanto sensibile; ama le donne, il caffè, fare lunghe camminate e l’idea che ha del tempo e delle ore che scorrono è un concetto tutto suo particolare.
Stimato in paese, nonostante la sua ritrosia nei rapporti interpersonali, un giorno gli viene chiesto di candidarsi a sindaco destituendo quello in carica. Antonio non è il tipo, non riprenderebbe mai i contatti con il mondo, e mai e poi mai con la politica. Ma un’apparizione, una vecchina rugosa che sbuca da dietro un roseto in giardino, col suo sguardo ambiguo, quasi indagatorio, lo costringe a porsi tante domande. La vecchina non ha mai parlato, se non una volta sola; le sue rughe sono storie, i suoi occhi verdi uno specchio infinito. Sta sempre in giardino ad aspettarlo, nessuno tranne lui può vederla e a volte è quasi inquietante. E così Antonio ci prova, ma non ha il coraggio di andare fino in fondo, ed eletto quasi all’unanimità, si dimette dopo 39 secondi e va via. In viaggio per un anno con l’amico Roberto, sotto consiglio di Adalgisa, che lo vede sconvolto da tutti questi avvenimenti.
Il protagonista viaggia tanto, infine approda nella Capitale dove viene a conoscenza di una storia che lo colpisce tanto. Gli raccontano di un palazzo in costruzione in cui avveniva un fenomeno alquanto strano: di giorno si erigeva un piano, e nottetempo il piano appena costruito spariva. Almeno così dicevano i giornali, la radio e la televisione. La gente era stupefatta, ma c’era un tale Lorenzo però che non vedeva il fenomeno, e che giurava che non era sparito niente, e che i piani del palazzo erano quelli di sempre.
Allora Antonio si rende conto che ci sono uomini che vedono cose che altri uomini non vogliono vedere. “Aquile” e uomini sinceri, chiamati ingenui da queste parti.
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Rosso Bombay è un romanzo ambientato nella più grande e popolosa metropoli indiana, un luogo perennemente in movimento, ricco di fascino e di contraddizioni.
Sfavillante città dei sogni di celluloide da un lato e mostro urbano fatto di baracche in lamiera e cartoni dall’altro.

Il protagonista di questa avventura, a metà fra il noir e il pulp, è Blues, ex militante e combattente dello Shiv Sena che, messosi alle spalle i massacri compiuti a Bombay e la guerra nel Kargil, decide di cambiare vita e intraprendere la carriera di attore a Bollywood.
Al culmine della sua notorietà, però, l’incontro con la donna sbagliata lo spinge sull’orlo di un pericoloso baratro, dal quale tenterà in ogni modo di risalire.

Traffico di droga, prostituzione e pedofilia fanno da sfondo al desiderio di vendetta e di rivalsa che lo porteranno, nelle pagine finali, ad un faccia a faccia mozzafiato con il suo peggior nemico: Khader Bhai, detto il Pescecane. 
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Pino Leto (Palermo, 1957) è stato otto volte campione italiano di boxe (dal 1985 al 1988) e campione europeo dei pesi superwelter nel 1989.
La sua infanzia è stata quella di ogni bambino degli anni ’60 cresciuto in uno dei quartieri poveri di Palermo: una famiglia umile, la strada come scuola, insegnanti severi e poco comprensivi. Il bisogno di lavorare che si palesa immediatamente. Le tentazioni del malaffare, la mafia sempre in agguato.
Pino però guarda oltre, non si accontenta di campare alla giornata facendo lavori saltuari e spesso massacranti. Scopre la sua forte attitudine per la boxe e da lì inizia la sua carriera di pugile.
Durante la sua scalata Pino non si è mai montato la testa, è rimasto il ragazzo della Vucciria e ha cercato di migliorare il suo quartiere. Il suo intento è sempre stato quello di togliere i ragazzi dalla strada, insegnando loro a seguire una passione. E con una Palermo “matrigna” non è stato facile.
Il suo contributo dà speranza, dimostra che volendo si può uscire dagli stereotipi, si può lavorare, sudare e patire per una buona causa, che il divertimento non è fare un torto a qualcuno o esercitare l’odiosa arroganza mafiosetta di certa gente convinta che “la mafia è bella, la mafia è potere”, ma c’è dell’altro.
Negli anni ’90, purtroppo, una brutta vicenda lo vede protagonista delle pagine di cronaca dei quotidiani e lo segna profondamente.
La sua storia va dalla strada al ring e porta con sé i ricordi, gli entusiasmi e soprattutto il riscatto di un uomo.
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In questo originale romanzo sono riportate le prime esperienze erotico-affettive e le curiosità linguistiche di un bimbo che, sul finire dell’ultima guerra, è stato costretto a un avventuroso viaggio a piedi in Romagna e in Toscana. Sullo sfondo di luoghi danteschi, attraverso indimenticabili incontri, il piccolo protagonista – stimolato dalla misteriosa natura di donne e fanciulle – conoscerà le varietà aromatiche dei loro corpi, apprenderà nuove espressioni in italiano, in dialetto, in inglese. Indagherà su avvenimenti, anche segreti, di illustri personaggi. Avrà notizie sconcertanti sulle vicende del popolo ebraico. Apprezzerà il vero aspetto fisico di Dante, il suo carattere, le più belle parole che scrisse e scoprirà le figure femminili che il Poeta conobbe e il modo in cui le amò.
Una narrazione lieta e drammatica, piacevolmente insolita, avvincente, ricca di parole antiche e nuove....
€ 12,75 € 15
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Vincitore del 40° premio internazionale di poesia città di Marineo.
"Giunto alla sua quarantesima edizione il Premio Internazionale di poesia "Città di Marineo" ha voluto ulteriormente approfondire e verificare l’efficacia della sua formula per dare maggiore pregnanza alla lingua siciliana, quale fulcro insostituibile della nostra identità. Nella fattispecie abbiamo voluto creare per l’inedito in dialetto, una sezione che ponesse in evidenza non la singola lirica, bensì un’opera compiuta di trenta poesie, con diritto alla pubblicazione da parte di una nota casa editrice, quale nel nostro caso la Nuova Ipsa di Palermo, che potesse diffondere meglio il messaggio di un poeta o di una poetessa di valore. In questo modo siamo riusciti ad ottenere una nutrita partecipazione di molti autori dialettali che certamente hanno voglia di affermarsi nel panorama culturale nazionale..."  ...
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Le Favole morali furono davvero l’ultima opera di Giovanni Meli? A testimoniarlo ci sarebbe l’ultima edizione delle Opere curate dallo stesso autore nel 1814 tra le quali esse videro per la prima volte la luce, ma la tradizione manoscritta sembrerebbe testimoniare una diversa, più complessa e tormentata costruzione del testo.

L’edizione curata da Salvatore Zarcone per tutte le Opere di Giovanni Meli per i tipi Nuova Ipsa ricostruisce per la prima volta questo percorso attraverso le varianti dei numerosi testimoni rimastici, certamente più numerosi delle altre opere dello scrittore palermitano, che documentano il lungo e complesso lavoro di elaborazione soprattutto dal punto di vista linguistico e della costruzione del discorso favolistico meliano.
Meli fu di certo maestro in questo genere e forse, per riprendere almeno il giudizio di Francesco de Sanctis, il migliore dei nostri favolisti del Settecento, ma insieme è da sottolineare, oltre al volere e al significato poetico già abbondantemente documentato dalla tradizione, l’interesse sociale che sta alla base di queste composizioni. Le sopraffazioni, le ingiustizie, le iniquità, le azioni ingiuste e vili trovano ampia rappresentazione in un mondo in cui sono sempre i deboli a pagare, sempre gli umili a soccombere e spesso gli animali di Meli velano appena appena personaggi e situazioni reali della società coeva, fanno capo ad avvenimenti e situazioni ampiamente riconoscibili e individuabili nell’ancora duramente feudale società siciliana.

Il punto di vista dell’autore è anche quello di uno scienziato, quale egli era in realtà, che osserva i comportamenti animali non con la superiorità del metafisico che è certo della propria differenza e della propria distanza da quel livello, ma con l’umiltà e l’ammirazione dell’uomo di scienza che osserva, considera e riconosce forme e modi non soltanto simili ma, com’è il caso della fedeltà del cane, anche superiori a quelli dell’uomo.
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Ci sono due tipi di uomini. C’è chi segue la strada dei codici morali e chi no.

Il fuorilegge è un barbaro, impugna le armi e distrugge. È una verità crudele.
Invece, l’uomo corretto crede nel proprio lavoro. Lo sceglie, come ciascuno di noi imbocca una via piuttosto che un’altra.

Nessuno ha mai potuto raccontare di essere stato colpito in pieno petto da un fulmine. ...
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Da dove nascono le storie? Cos’è che spinge uno scrittore a immaginare e raccontare le vite di mondi che furono, saranno, o non sono mai stati?

Ci sono germi che insidiano l’anima, che premono affinché le storie nascano, affinché prendano forma bozzetti, suggestioni, profili di personaggi di passaggio.

In questa raccolta di racconti c’è tutto questo: c’è una Sicilia antica, le passeggiate per i viali, i tradimenti insospettabili, gli amori inespressi, le violenze silenziose, le verità imbarazzanti, i limiti violati, gli angeli spaventosi, il disincanto e l’ironia.

Tredici microcosmi prendono vita in poche righe, le pennellate sono sapienti, i personaggi li conosciamo già prima che parlino, l’ambientazione ci è familiare appena lette le prime righe.

Non servono pretesti per scrivere storie, lo sa anche l’autore, il suo è solo un accenno al pensiero che è passato furtivo dalla sua mente seminando i germi della parola che si è fatta carta.
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Il computer, con la sua pagina bianca sempre pronta o più spesso un foglio con una penna accanto, questi gli strumenti che nei momenti difficili, o quando un colore, un fruscìo o uno sguardo, hanno colpito il mio mente/cuore, ho usato, e ormai sempre uso, per dare vita ad una emozione liberandola nella forza delle parole o dei colori.
È soprattutto il silenzio, che mai ho sentito a causa della malattia all’orecchio, ma che ho spesso vissuto, che ha dato vita a pensieri, forse poesie, che hanno avuto effetti liberatori su quanto vivevo, o subivo, o credevo di subire.
Un giorno ho raccolto questi appunti, nascosti in alcuni file e tanti cassetti, e ho ritrovato me stessa al passato.
Un percorso duro, come capita nella vita di molti, ma che ognuno vive come esclusiva sofferenza.

Nadia Gaggioli è Presidente dell’Associazione Malati Menière Insieme Onlus (AMMI Onlus).

Il dipinto in copertina, Sole e Luna, è dell’Autrice.

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 Soffia un Bandoneon tra il canto dei porteni...
e le danze e il mate...
e il tempo al passo di milonga triste 
che scorre verso bocche languide...
Melanconie!

Ivan La Mantia, come si evince dal suo Diario, ha vissuto, come un mareado, i crepuscoli e le notti di Buenos Aires con la sottile intensità derivata dal carattere provvisorio della sua permanenza. I suoi Tangueros e Milonguitas, personaggi apparentemente lontani dal suo mondo e dal suo tempo, forse non sono altro che il risveglio di un antico “morbo in due-quarti” contratto chissà quando e chissà perché. E, visto che un paio di zapàtos sono sempre nel bagagliaio perché non si può mai sapere, la Giuni la canterebbe così: Che i tuoi sogni o El Mirinda siano infiniti come le tue milonghe.
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Palermo, venerdì 14 luglio 1933, il facchino Antonio Kreuz rinviene, nella stanza 224 del Grand Hôtel et des Palmes, il corpo senza vita dello scrittore francese Raymond Roussel.
Il narratore, in questo soggiorno palermitano è accompagnato da Charlotte Dufrène considerata la sua platonica amante, ma anche governante e amministratrice, e da un enigmatico autista ingaggiato per l’occasione a Parigi.
Il cadavere è disteso su un materasso poggiato a terra, con accanto due guanciali e un pitale con poca urina.

Quella morte turba, e non poco, i già difficili rapporti diplomatici tra l’Italia fascista e la Francia democratica.
Dopo la scoperta del corpo, vengono chiamati alcuni funzionari di Polizia, ai quali si aggiungono poco dopo il Pretore e un perito medico. Il decesso di Roussel viene sbrigativamente archiviato nel giro di poche ore come “morte naturale, probabilmente legata all’uso dissennato di sonniferi”.
Non si parlerà mai negli atti ufficiali di suicidio, malgrado al tempo qualcuno pensò bene di far passare quella morte come volontaria, senza avere però uno straccio di prova.

Nel 1964, il giornalista Mauro De Mauro tenta di riportare alla ribalta il “caso Roussel” con un articolo frutto di testimonianze pubblicato sul quotidiano “L’Ora”, allo scopo di indagare ulteriormente su quella morte che presenta parecchi lati oscuri. Ci prova anche Leonardo Sciascia, sette anni più tardi, con Atti relativi alla morte di Raymond Roussel, dopo aver esaminato il dossier 6425 - oggi misteriosamente scomparso - ma anche lo scrittore siciliano non riesce a trovare la chiave giusta per dipanare le trame di una oscura vicenda irrisolta. La questione è rimasta aperta per quasi 80 anni.

Con Morte d’autore a Palermo, grazie a ricerche capillari svolte da Fiasconaro in Italia e in Francia, si vuole ancora una volta entrare nel cuore di questa storia, portare alla luce le inadempienze, le omissioni e la superficialità con cui è stato archiviato il caso, per arrivare finalmente a dare una verità il più possibile vicina all’enigma della fine di Raymond Roussel, scrittore surrealista, personaggio eccentrico, uomo ambiguo che ha lasciato dietro di sé una scia di affascinanti misteri.

Non manca il colpo di scena.
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Il conciso canzoniere della poetessa contiene varie caratteristiche delle maqamat, dalla mistica alla musica. La composizione unisce la semplicità ad una misteriosità accompagnata dalla musica, peculiarità connaturale alla forma poetica in generale e, in particolare, derivata
dalla melodia e dall’armonia d’ogni singolo verso, ma più importante di tutto è il lato esoterico e arcano di questa raccolta poetica.
I tòpoi utilizzati nel divan della Gherib si riscontrano abbondantemente fra le opere della mistica islamica in entrambe le sue lingue principali, cioè il persiano e l’arabo.

La dimora delle quindici prostrazioni dal punto di vista prosodico è un componimento moderno e i versi non seguono le regole della metrica quantitativa della letteratura classica arabofona. Probabilmente tra i vari temi presenti nella poesia della Gherib, il più interessante da trattare in questa breve introduzione è il dialogo surreale che emerge ampiamente nel corso del divan. Si tratta di domande, risposte, apostrofi e dialoghi esoterici che si svolgono fra i vari personaggi presenti nell’opera: ad esempio, tra la poetessa e il Signore, oppure il Veglio, o comunque un’altra esistenza suprema; personaggi sconosciuti e misteriosi che interloquiscono fra loro medesimi con un linguaggio pieno di riferimenti mistici e trascendentali.

Per quanto riguarda la retorica, il canzoniere è abbastanza denso, con similitudini, allusioni, metafore, ripetizioni e paronomasie facilmente rintracciabili; ma in questo quadro retorico la figura più rilevante è l’allegoria: una specie di tota allegoria che narra la storia dello sviluppo mentale e spirituale della poetessa, in un percorso immaginario e soprannaturale.
Un percorso che invita il lettore a scoprire lo splendore di un reame ignoto, situato tra l’Oriente e l’Occidente, la luce e l’oscurità, la realtà e l’immaginazione, lo spirito e la materia. ...
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Com’è stata la notte nell’oblio? La notte dell’anima, di una vita mal spesa, di un tunnel di cui non si vedrà la fine?

Un uomo un giorno si sveglia e non si riconosce: la moglie, la casa, il suo lavoro, tutto è come dentro un caleidoscopio, dentro un contenitore che gli appare del tutto estraneo. L’unica via è la fuga.
In un lungo peregrinare si intrecciano storie, un cane irlandese diventa il più intimo amico e una donna mulatta lo battezza, donandogli un nome nuovo, forse una speranza.

Ma è forse un nome a definire una persona? A dirci chi siamo?

Una storia che arricchisce chi la legge, piena di suggestioni, di testo nel testo, di una voce elegante che parla, sussurra, riflette.

L’autore riprende un’eco pirandelliana, la sviluppa e la porta avanti con raffinatezza e un’innata dolcezza, sembra quasi mettersi (o metterci?) una mano sulla coscienza, sul riassunto di una vita… vissuta?
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Totò, dopo oltre sei anni di assenza in cui si dedica al cinema, torna al teatro nel 1956 con A prescindere. Con questa rivista chiuderà per sempre la sua attività teatrale per la malattia agli occhi che lo rende cieco in scena: è successo il 3 maggio 1957 al teatro Politeama di Palermo.
Avrà la forza di andare in scena anche il 4 e il 5 maggio, ma il giorno dopo arriva lo stop definitivo che fa saltare l’ultima replica a Palermo del 6 maggio.

Questo libro ripercorre la tournée di A Prescindere nei teatri italiani, attraverso retroscena mai raccontati.

Sulla malattia agli occhi di Totò si scatenano polemiche, gli impresari della rivista chiedono i danni all’attore e lo portano in tribunale. C’è anche un tentativo di corruzione, non riuscito, da parte di alcuni impresari nei confronti dell’oculista palermitano che aveva curato Totò. Ci sono le testimonianze dei protagonisti di quello spettacolo: Franca Faldini, Franca Gandolfi, moglie di Domenico Modugno, Mario Di Gilio, l’imitatore prediletto da Totò, Lando Buzzanca, allora giovane spettatore in loggione.
Liliana De Curtis racconta la nonna Anna Clemente, la madre di Totò che era nata a Palermo. Quindi la faticosa ripresa dell’attività cinematografica con una commossa testimonianza di Federico Fellini. La malattia agli occhi di Totò è stata l’argomento di una tesi di laurea. Il fotografo palermitano Gigi Petyx racconta gli scatti a teatro e a Villa Igiea. 
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Cosa può accadere se, a Milano, in una mattina di fine maggio, un marsigliese tampona con la sua automobile quella di una parigina?
Succede che ha inizio una storia a tinte Bleu Noir.

Bleu come l’amore, il Mediterraneo, il cielo e la loro voglia di vivere. Noir come i loro misteri, i sotterranei del loro inconscio e come qualche sfumatura di questo racconto.

Bleu Noir come Marsiglia!

Da quest’incontro scaturirà un percorso emozionante che permetterà a Julienne e Jean Claude di dare uno scacco matto allo scontento della loro vita.

La loro insolita storia è raccontata in questo suo primo romanzo da Michele Iannelli, medico, psicologo clinico, psicoterapeuta. Alla fine della narrazione, forse, a qualcuno verrà la tentazione di cambiare qualcosa o tutto della propria esistenza.
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In un piccolo e imprecisato paese del sud abita un ragazzo solo. Il suo nome è un mistero, la sua famiglia non è mai esistita, l’unico amore che conosce è quello a pagamento.
Un avvenire piatto e senza speranze gli  si profila davanti, ma un uomo cambia il corso delle cose: l’Ingegnere.
Nessuno sa da dove venga né chi sia veramente, si fa vivo solo un paio di mesi all’anno per villeggiare nella grande casa che possiede in paese.
Quest’uomo decide di assoldare il protagonista, dapprima come muratore, poi iniziandolo ad una scuola speciale.

Può un’esistenza scendere a compromessi tanto radicali e cambiare assetto in maniera così repentina?

“Senza nome” diventa un truffatore, viaggia, vive col fiato sospeso e gode di atti criminali che hanno per oggetto ricchi diventati tali in maniera poco limpida.
Ogni azione è frutto di mesi di preparazione. Si va avanti così per anni, guadagnando fortune, fino a sfiorare inevitabilmente la malavita organizzata.

Cosa è rimasto di quel ragazzo orfano che non osava chiedere tanto alla vita?
Forse una ragazza straniera, testimone di un delitto, col suo bisogno di amore e protezione, riuscirà a tirare fuori l’ultimo lembo di umanità rimasto nell’animo del nostro antieroe.
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L’adolescenza di Leila in Afghanistan, i dissesti della sua patria martoriata e i rovesci che ne hanno determinato l’esilio fanno da piedistallo a una solida vicenda dai risvolti dolorosi ancorché piccanti, che la vede protagonista di un’esperienza di schiavitù coniugale insolita in virtù delle sue peculiarità etnico culturali.

Il burqa integrale, strumento di rispetto verso la femmina imposto da una discutibile interpretazione del Corano nella terra di origine, diventa in Italia arma di asservimento che poggia la propria insidia sulla capacità di suscitare fantasie esotiche. Il mantello e cappuccio intesi a proteggere la donna dalla vista concupiscente degli sconosciuti si fa oggetto di richiamo per una mercificazione altrimenti tristemente comune.

La storia di prostituzione alla periferia di Milano si tinge così di una morbosità stravagante che non basta a stemperare lo squallore e il degrado in cui è immersa la vicenda, né tantomeno ad attenuare la sofferenza narrata dalla protagonista. Leila ne esce come una vittima cosciente della propria sfortuna, una donna di statura morale superiore a quella che lei stessa credeva di possedere.

Pascal Schembri ne trascrive con voce appassionata la discesa agli inferi e la successiva emancipazione, spaziando nello stile dal racconto in prima persona al reportage, fino all’intervista pura e semplice, fornendo un esempio di maturità narrativa degna della sua esperienza impegnata nel sociale.
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L’avvento del fascismo crea a Palermo un clima politico teso come nel resto dell’Italia. Gli aderenti al Circolo Universitario Cattolico denunciano aggressioni delle camicie nere locali che strappano ai giovani popolari la loro tessera. A rischio anche la vita di Don Luigi Sturzo, che nel luglio 1923 dà le dimissioni da segretario del Partito Popolare Italiano e si rifugia a Londra.


Nel capoluogo siciliano l’imprenditoria non decolla. Hanno difficoltà a trovare un’occupazione i giovani laureati e i capifamiglia sopra i cinquant’anni. Il 1923 si apre con la tragica notizia della morte di re Costantino di Grecia, che alloggia a Villa Igiea. La figlia Irene grida: “Papà è stato ucciso, non ho dubbi”.


Intanto la città si imbelletta per la visita ufficiale del Duce, che promette: “La Sicilia ha problemi di strade, di acqua, di mafia. Prenderò misure per tutelare i galantuomini”.


Piomba in Sicilia Cesare Mori e con i suoi metodi forti costringe il popolo a collaborare contro la mafia. Nel mirino del “prefetto di ferro” l’on. Alfredo Cucco, il più votato nell’isola dal regime.

Escono dalla scena i Florio, una famiglia che ha dominato in Sicilia e oltre lo Stretto per più di un secolo. La vita mondana è movimentata dalle potenti famiglie aristocratiche più in vista. Palermo si mobilita per le nozze tra Cristoforo di Grecia e Francesca d’Orleans; la cerimonia si svolge alla Cappella Palatina. Intanto sale alla ribalta nello scenario internazionale Fulco della Verdura, che affascina Coco Chanel creando curiose spille a forma di conchiglie.


Negli anni bui della guerra godono di privilegi capi fascisti e alti ufficiali. L’arrivo degli Alleati restituisce ai siciliani speranze di giorni migliori. Il Separatismo vive tra inganni e delusioni.


Il dopoguerra è la stagione delle conquiste con sete di libertà e fame di terra. Dopo i sanguinosi delitti della banda Giuliano, la Sicilia cerca di cambiare volto. Ed è qui che vengono accesi i riflettori sul “Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, mentre entra in vigore la legge Merlin

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"Vi fu un imprevisto risveglio e un attimo di coscienza prima della morte.
L’uomo sulla settantina dai sottili capelli bianchi e dagli occhi azzurri come il cielo spalancati e al contempo già ciechi, seppe di non ricordare più il suo nome. Avvertiva sapore di sangue in bocca e sapeva di essere legato e nudo ma non ricordava né chi lo aveva costretto lì né perché..." ...
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Chi ha tanti soldi è sempre in movimento, da un punto all’altro della terra, in cerca di qualche cosa. A volte di un’opera d’arte, della quale vuole l’esclusiva, anche se la chiude in una cassaforte e la guarda di tanto in tanto. Il ricco se ne frega se priva il resto del mondo del piacere di poterla contemplare, sia pure per un istante. Figuriamoci quando si tratta di qualcosa che non è in commercio. Il ricco sa come fare per procurarsela, conosce i canali, sa a chi rivolgersi e non bada a spese.

Ancora una volta Angelo Vecchio in questo giallo scandaglia le più basse perversioni umane nascoste dietro il perbenismo. ...
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Il titolo provocatorio scelto da Lise Bourbeau per raccontarci la sua autobiografia sta a ricordarci che in ognuno di noi c’è una dimensione divina, che aspetta d’essere pienamente realizzata proprio attraverso la vita.

L’Autrice di tanti best-seller e fondatrice della scuola Ascolta il tuo corpo si svela integralmente; lasciandosi guidare dall’intuizione che è spesso, in ciascuno di noi, la voce di questa nostra dimensione straordinaria, ci racconta, come si fa con amici fraterni, molti risvolti anche intimi della sua vita: relazioni coniugali, studi, lavoro, fallimenti e successi dei suoi molti progetti... Tutto viene usato generosamente perché i lettori ritrovino in questo percorso di vita una guida pratica per riprendere contatto con la loro natura divina interiore, rendendosi conto che il Divino è ovunque, anche in loro. E persino in parti di noi che difficilmente accettiamo di avere.

Lise Bourbeau ha fondato la scuola Ascolta il tuo corpo in Canada ventisette anni fa: oggi i seminari di questa scuola sono presenti in 22 Paesi, Italia compresa, e i suoi libri si sono venduti a milioni di esemplari in tutto il mondo. ...
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Seconda opera dopo La corona di tombacco, I guardiani del sì è una prova di maturità poetica, la costruzione di un percorso poetico saldo e maturo. Questo si avverte già nell’approccio alla scrittura, che trae origine dal robusto patrimonio culturale dell’autore, ma che sa farsi anche indipendente dall’autore stesso, riuscendo a instaurare un rapporto di comunicazione diretta con il lettore e creando sul piano stilistico una poesia che pone la propria forza precipuamente nell’evocatività della parola, che si fa specchio, scrittura sull’acqua. È questa la chiave di lettura della scelta di utilizzare una parola dotta e colta che richiama alla memoria archetipi ancestrali. Il mito è infatti una delle chiavi di volta dell’opera, il mito classico, la Thule, gli dei della tradizione. A fare però da contrappunto a questo vi è sicuramente la tradizione veterotestamentaria, che si percepisce spesso come uno dei passaggi principali di questa scrittura.
E poi vi è la Cabala, lo studio dei significanti, il nome di Dio che racchiude il senso del mondo. La ricerca di un dio infatti sembra essere uno degli obiettivi della silloge, di un dio che sappia vestirsi dei panni di meta e di strumento di realizzazione: “non sei un guerriero, / tu sei un apostolo pellegrino, / ma se dimentichi la tua causa / sarai solo un randagio”.

Nella costante rievocazione da parte dell’autore è possibile trovare in chiave rivissuta quasi tutta l’opera della tradizione letteraria.

Questo presuppone una abitudine ai classici forte, una pregnanza che deriva non dal mero citazionismo o dalla piacevole esibizione di conoscenza, ma da una interiorizzazione di quel tipo di cultura, che emerge quindi come un fatto naturale.

Ecco quindi che i riferimenti diventano spontanei e vengono integrati in maniera armoniosa con il tessuto della scrittura.

Accanto questo tipo di riflessioni, l’autore si ritaglia occasionalmente, specie nella prima parte della antologia, degli spazi più intimi, nei quali, complessivamente, pur mantenendo lo spirito che lo contraddistingue, racconta del proprio sentire e in particolare del proprio sentire amoroso.

Siamo di fronte ad una poesia di grande complessità e di non facile decifrazione: la decodifica infatti passa non solo per il mondo concettuale cui appartiene e da cui trae origine, ma soprattutto per l’atmosfera emotiva che contribuisce a creare, un’atmosfera di grande sospensione, quasi di attesa in alcuni passi, e comunque di grande fascino.

Questi sono dunque i temi principali della poetica de I guardiani del sì, temi difficili che si appoggiano sulla solida roccia di una struttura metrica curatissima, di una versificazione colta e dotta, eppure fresca e misurata. ...
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Solo chi si è lasciato (almeno) mezzo secolo di vita alle spalle, può rievocare l’emozione intima trasmessa da quei capolavori di gusto ed eleganza che furono i calendarietti tascabili, con i fogli tenuti insieme da un leggiadro cordoncino di seta con nappa, offerti in bustine trasparenti di carta velina e spesso profumati d’essenze penetranti. 

Oggetti ormai anacronistici, ma proprio per questo degni d’esser rivalutati e non solo dai tanti collezionisti che con feticistica goduria continuano a trattarli con la cura e la dedizione che di solito si riserva ai gioielli d’inestimabile valore o agli animali in via d’estinzione. Tanta dedizione per i nostri... eroi è meritata e ha una profonda ragion d’essere. 

Non furono infatti, e a lungo, dei semplici prodotti commerciali o pubblicitari, il cadeau di fine anno per clienti di riguardo, ovvero il subdolo strumento di propagande insinuanti e occulte. No. Costituirono il biglietto d’ingresso in un mondo poetico e romantico che l’inesistenza degli attuali mezzi di comunicazione rendeva semmai ancor più ampio e sconfinato. In certi ambienti – nei villaggi rurali, ad esempio, o nelle
suburre urbane – rappresentavano un autentico passepartout, talvolta l’unico, per i paradisi fittizi del sogno. Una sorta di tessera d’adesione al club dei viveur… sia pur di poche pretese.
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Carlo è un musicista e un musicoterapista. In realtà non sa bene se è più l’uno o l’altro. È sposato con Lisa, ma dopo un aborto i due tristemente si lasciano. Il dolore è troppo grande, Carlo si ammala e rimane per mesi in una clinica in una località isolata per curare i suoi polmoni.
Si fa degli amici, soprattutto uno che chiama Schik (Schikaneder), mentre lui si fa chiamare Moz, come il suo musicista preferito, Mozart. Nella noia dell’ospedale emergono discussioni di largo respiro sulla vita e sulla morte e sulla dubbia paternità di alcune opere attribuite a Mozart. Carlo sta scrivendo una commedia sul suo eroe. Commedia che collima spesso con la sua vita. Dopo i mesi di isolamento Carlo matura e si rende conto di chi è, trova dentro sé una musica che ha sempre posseduto e che pensava di aver irrimediabilmente perso.
Concepito come un valzer, in tre tempi diversi che si incrociano, questo romanzo svela la tragedia e la commedia del quotidiano, si interseca con il Requiem mozartiano lasciandoci la percezione che, comunque vada la nostra vita, nessuno può toglierci la musica che abbiamo suonato insieme agli altri e che da sempre ci portiamo dentro.
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“Forse è l’Acquasanta ad avere qualcosa di speciale per via dell’acqua miracolosa che si dice sgorgasse da questo posto”.

Acquasanta è un antico sobborgo marinaro di Palermo. Lungo la strada che lo costeggia un camion travolge una bambina che in fin di vita viene trasportata in ospedale e ricoverata in rianimazione dove l’infermiera che l’accoglie rimane rapita da quel piccolo corpo in coma che “gli occhi li tiene aperti” e odora di buono e finirà col far ruotare la propria vita intorno ai luoghi e alle persone che alla bambina sono legati.
La storia non sembra avere una collocazione temporale, in continuo rimando tra sentimenti perduti di un mondo antico, rappresentato simbolicamente dallo scenario dell’Acquasanta e la drammaticità del reale che accade quotidianamente in una stanza d’ospedale.
L’elemento che affascina e allo stesso tempo inquieta è l’atmosfera rarefatta della storia, sospesa come la bambina nel letto d’ospedale, come una natura morta. Eppure intorno i personaggi si muovono, percorrendo millimetri ogni ora, forse qualche centimetro al giorno nel loro stare al mondo.

Un racconto in cui, sebbene l’assenza di speranza sembri condurre inevitabilmente alla paralisi irreversibile, la forza propulsiva dell’amore stravolge anche gli esiti più prevedibili....
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Non è facile leggere le opere di Adeeb Kamal Ad-Deen e non lo è neanche tradurle! Bisogna innamorarsi del suo alfabeto e sopratutto imparare, prima di decidere di tuffarvisi sentro, ad ammirare da lontano le coste e le onde del suo mare......
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Lungo i fili che reggono l’ordito della Storia ufficiale dell’Unità d’Italia, il romanzo costruisce una vicenda privata attraversata dall’impresa dei Mille.

È la storia di Serafina, un’orfana che dopo una serie di dolorose vicende personali si pone al seguito dei garibaldini appena sbarcati a Marsala, giunge fino a Gaeta e dopo la fine dei Borbone si unisce a una banda di briganti e disertori che combattono gli invasori piemontesi condividendone il destino.
Alla Storia ufficiale fanno da contraltare Abba, che tra le righe dice di più di quello che vorrebbe dire, poi l’indignato gesuita padre Curci e infine Carmine Crocco, il brigante semi-intellettuale.

Due le chiavi di lettura di questo complesso romanzo. Da un lato la riconduzione a quotidianità, a fatto, di vicende ormai eroicizzate e come tali consegnate alla storia, dall’altro la realizzazione di un esercito di mimesi linguistica, denso di ironia, inteso a ricreare anche a mezzo di un linguaggio alto l’ambientazione ottocentesca.

"...e anche Serafina vide davanti a sé, lontano lontano, l’Etna, immenso, sterminato, nereggiante, con in cima un largo sbuffo di fumo chiaro. Fermò il carro in uno slargo, si inginocchiò e si segnò. Al suo cuore ormai provato la grande montagna apparve come il rampante di un immane, crudele cuneo di roccia tenebrosa e fumigante, scagliato verso il sole da una forza immensa e avversa, sorta dalla profondità degli abissi per innalzare fino alla luce una terra ineguagliabile e inchiodarvela". 
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La serenata continua a sopravvivere, a riscuotere successo, tanto che ormai sono numerosi i gruppi di cantanti e musicisti che offrono questa forma di intrattenimento, soprattutto per matrimoni o in occasione di feste e sagre sparse in tutta la penisola italiana.

Come mai allora gli autori di quest’opera affermano all’unisono che la serenata è estinta? In effetti i racconti e le testimonianze non parlano della serenata in sé – compito invece egregiamente assolto ad apertura del volume dalla “breve storia” di Pavone – ma di tutta una società, quella siciliana in particolare, che è cambiata e narrano con taglio ora letterario ora storico o socio-antropologico l’evoluzione degli usi e costumi di un popolo che si apre alle influenze culturali e comportamentali esterne, sia nel bene che nel male.

Talora, com’era inevitabile, la narrazione diventa struggente nostalgia, seppure sempre disincantata. Si vedano ad esempio i racconti di Guardì, Castiglione, Nobile, Patti, Piscopo, Privitera, Vilardo. In altri contributi prevale il taglio critico letterario, come in Di Marco e Ferlita. Di assoluto interesse le considerazioni socio-antropologiche di Sferrazza o quelle sorprendentemente poetiche come il “cantico” di Arnone. Non possiamo citare qui tutti gli Autori, tutti di gradevole e istruttiva lettura.

I componenti della “Compagnia di canto e musica popolare” pensano, a ragione, che ogni donna sarebbe felice di ascoltare (“ricevere” si diceva) una serenata a lei dedicata; e in effetti, è ciò che fanno oggi tanti innamorati dedicando una canzone all’amata in uno degli innumerevoli programmi musicali delle radio private. Ma certamente questo tipo di dedica non può surrogare il significato profondo della serenata “vera” soprattutto in Sicilia. Prima di tutto l’originalità, spesso il pretendente era l’autore delle parole della serenata da cantare all’amata; poi la sorpresa, con i pericoli a essa connessi, senza dimenticare l’atmosfera sempre notturna, ariosa, liberatoria come un bel sogno. Questo oggi, in aperta contraddizione con l’evoluzione dei costumi, ripropone la Compagnia; e una serenata fatta come si deve non ha nulla a che fare con le folcloristiche esibizioni dei gruppi ai matrimoni. E, coerente con questa proposta, la Compagnia ha inserito nel cd brani sconosciuti o raramente ascoltati: dal breve accenno iniziale intonato con giovanile baldanza dall’ultra ottuagenario Giunta all’ultimo brano solo strumentale di incomparabile dolcezza.
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Con la traduzione italiana di alcuni racconti di Ziyad ‘Ali, uno tra i più eminenti scrittori contemporanei della Libia, l’Accademia Libica in Italia si propone di offrire al lettore italiano un lavoro serio e impegnativo nel quadro dei rapporti storico-culturali tra la Libia, l’Italia e l’Occidente europeo. L’Accademia cerca di perseguire due obiettivi: la valorizzazione e la diffusione della cultura arabo-libica in Italia, soprattutto attraverso lo studio e la traduzione di opere dalla lingua araba a quella italiana; la promozione dell’incontro, del dialogo e dello scambio tra le culture del Mediterraneo in generale con il fine precipuo di rafforzarne i legami, sì da permetterne un arricchimento reciproco.

Ziyad ‘Ali è nato a Tripoli il 23 agosto 1949 ed è uno dei maggiori rappresentanti della narrativa araba contemporanea, intellettuale impegnato, membro dell’Associazione del Racconto e del Romanzo e della Lega degli Scrittori e dei Letterati Libici.

Scrittore e intellettuale con interessi molteplici, partecipa attivamente alla scena culturale internazionale, grazie anche a lunghi soggiorni all’estero che gli hanno consentito di allargare i propri interessi e di stringere relazioni con intellettuali appartenenti ad altre culture. Nonostante le prolungate assenze dal proprio paese, lo scrittore non ha mai dimenticato la cultura e le tradizioni della Libia, tant’è che la sua produzione letteraria trae motivo di ispirazione proprio dal suo paese natio, ricordato e rappresentato con arte esperta all’interno dei racconti qui proposti.

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Questa antologia offre una panoramica sulla letteratura araba della Libia contemporanea, attraverso la riesamina e la traduzione di alcuni racconti di tre illustri scrittori contemporanei: Ahmad Ibrahim al-Faqih, ‘Ali Mustafà al-Misrati e Ziyad ‘Ali. Purtroppo, fino ad oggi, la letteratura araba di questo paese è poco conosciuta, principalmente a causa del ruolo spesso marginale ricoperto dalla Libia sulla scena internazionale, tanto che anche quando si parla, in generale, del Maghreb arabo, essa è citata raramente.

 

Nonostante gli interessanti contributi di Isabella Camera D’Afflitto e l’importante studio condotto da Elvira Diana sulla letteratura in Libia, le pubblicazioni e le traduzioni in lingua italiana sulla letteratura araba della Libia risultano ancora poche e poco rappresentative della ricca produzione letteraria del paese. La conseguente scarsità di fonti e dati, da una parte, contribuisce a rendere difficile il reperimento di informazioni e, dall’altra, non favorisce la conoscenza e l’approfondimento di una produzione letteraria, alla quale, invece, bisognerebbe dedicare molta più attenzione. Queste le ragioni principali per cui abbiamo scelto di realizzare la presente antologia.

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L’attività intellettuale di ‘Ali Mustafà al-Misrati si è subito contraddistinta per i molteplici interessi storici, artistici e letterari. Studioso poliedrico ed eclettico, dotato di una prolifica vena letteraria, ha al suo attivo circa quaranta titoli, alcuni dei quali più volte ristampati. La sua produzione saggistica e scientifica può essere censita entro tre principali settori: la storia, soprattutto moderna e contemporanea, includendovi l’interesse biografico per alcuni personaggi libici; la letteratura, con le edizioni critiche e gli studi di critica letteraria; gli scritti di tradizioni popolari e di dialettologia....
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Il racconto di una vita non si esaurisce con l’ultima pagina di un libro. Finita la lettura si riapre in noi il desiderio di saperne di più, di comprendere meglio le ragioni, i moventi, le relazioni, quelle che Gadda chiamava le ‘concause’ che infittiscono di non sense e tramano di mistero tutta intera un’esistenza. Nel caso di Raimondo Lanza di Trabia gli elementi per riaccendere le luci della scena subito dopo averle spente ci sono tutti, a cominciare proprio dalla sua fine, il suicidio sull’asfalto di una strada romana, un grigio mattino di novembre. Un volo d’angelo come nel mare siciliano, al sole di Trabia, nel sangue della mattanza; una caduta, l’ultima di tante altre prima. Unico testimone un qualunque benzinaio.

Non diversamente il romanzo del cugino Giuseppe Tomasi, accorso tra gli altri quella mattina, si chiudeva con una caduta: «Pochi minuti dopo, quel che rimaneva di Bendicò venne buttato in un angolo del cortile che l’immondezzaio visitava ogni giorno. Durante il volo giù dalla finestra la sua forma si ricompose un istante: si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria un quadrupede dai lunghi baffi, e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare». Anche Raimondo, scendendo per l’ultima volta lo scalone della sua villa alle Terre Rosse, aveva guardato sul soffitto il suo stemma, il leone rampante e aveva detto al fratello Galvano: «Non ti sembra un po’ invecchiato e senza voglia di lottare?»

In questo libro c’è molto: c’è la rappresentazione di importanti momenti della storia civile e privata dell’Italia tra le due guerre, c’è il difficile e aspro secondo dopoguerra, c’è l’attenzione minuta alle mode, alle abitudini e alle smanie di certa aristocrazia siciliana e internazionale, c’è la ricostruzione attraverso la memoria di numerosi protagonisti di episodi che finiscono col ricomporre le tessere di quel tempo, c’è perfino l’ammirazione del narratore per i personaggi intervistati, tutti amici, parenti, conoscenti, tutti di alto livello sociale.

Salvo Zarcone

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Questo libro coglie l’immagine di una città che vive lo sfarzo dell’eleganza e dei sontuosi ricevimenti nelle dimore settecentesche. La follia dilapidatrice di una nobiltà che riceve regnanti e magnati dell’alta finanza organizzando cene e feste da ballo che contrasta con la miseria dei vicoli che circondano le case patrizie.
Nella cronaca mondana Donna Franca Florio occupa sempre la copertina, stupisce non soltanto per l’avvenenza, ma anche per lo stile di vita e l’esclusivo abbigliamento all’ultimo grido. La sua antagonista è la duchessa Marianna Alagona.

In questa città dalle mille contraddizioni, ma affascinante, vivono allegramente politici corrotti appoggiati da una mafia spietata che spedisce lettere di scrocco alle famiglie più facoltose di Palermo.
Tra i protagonisti del romanzo dal genere giornalistico-letterario, un monaco, fin troppo intraprendente, isolato nel monastero ma abile a dialogare con onorevoli, malavitosi e gente del popolo.
Il Novecento si apre con alcuni onesti amministratori che sanno spendere il denaro pubblico e vede il diffondersi dell’attività ludica.
Nel frattempo il sequestro di una adolescente e tre inquietanti omicidi vengono a sconvolgere la vita quotidiana di Palermo, non più “felicissima”....
€ 10,20 € 12
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La Poesia è “il linguaggio che canta”. Canta, anche quando la disperazione, l’angoscia, l’ansia ne turbano le note, perché essa reca sempre con sé un’intelligenza profonda, una “ragione” basata sull’istinto, sulla sensibilità, sul desiderio appassionato di “esserci”.
Quale dimensione e qualità generata dallo spirito che individua nella nostra esistenza, quello strano alchemico impasto d’eternità e quotidianità, la Poesia, incontrastata protagonista, veste il colore del tempo, ovvero quella particolare sfumatura che sa offrirci un soffio d’attualità....
€ 4,25 € 5
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Come in un racconto fiabesco la Vucciria che Giacomo Cimino ci consegna non può che essere quella del … c’era una volta. Una volta, quando? Inevitabilmente nel tempo della memoria di un testimone che ne ha seguito le vicende incarnate nel suo vissuto personale e in quello della sua famiglia, nella culla protettiva del quartiere, madre di mille e una storia, tutte degne di una narrazione. 

Una memoria che affonda le radici negli anni Cinquanta, gli anni in cui Giacomo fa i primi passi sotto lo sguardo vigile dei suoi, titolari di un noto panificio del quartiere, conquistando spazi sempre più ampi negli ambiti prossimi alla bottega e che solo col tempo diventeranno la Vucciria, un seducente caleidoscopio di volti, voci, colori, odori. Ma gli anni Cinquanta sono anche gli anni in cui Palermo con i suoi quartieri storici e i suoi mercati avverte i primi, anche se ancora deboli segnali di una mutazione che ne avrebbe modificato nei due decenni successivi in maniera radicale gli assetti urbanistici e socioantropologici. 

A chi con Giacomo condivide l’impietosa anagrafe incisa nei Cinquanta e che come lui ha sperimentato l’avventura di seguire genitori, nonni o parenti prossimi nei meandri della spesa alla Vucciria o in altri viciniori mercati, quel mondo non poteva che sembrare l’unico possibile, sottratto alla temporalità come in una magia ogni giorno rinnovata sulle balate sempre bagnate, specchio per una moltitudine in movimento di uomini, donne e bambini. Uno spazio che oggi ci piace ripensare come una comunità articolata in ambiti di vicinato che Giacomo ricostruisce con devota attenzione e topografica attitudine, a calata maccarrunara, i cutiddieri, via pannieri, le tre chiese di Sant’Antrìa, San Domenico e infine a chiazza, Piazza Caracciolo e la sua celebre e infida scalinata verso la Via Roma, l’altra città che il progetto ottocentesco aveva sostituito a una parte dell’antico quartiere talmente degradato da preferirne più che la bonifica la distruzione.

La vicenda della ditta Cimino, raccontata con misura e gusto nelle sue alterne vicende e nel drammatico quanto emblematico epilogo, fa da baricentro di una ricostruzione che non si fa schermo di intellettualismi per mettere in ombra la sua schietta natura di narrazione soggettiva nata da un vissuto riproposto senza enfasi e retorica. Nel mosaico di personaggi incastonati in questi ristretti e perciò spesso conflittuali spazi di relazione, alcuni con le loro voci e il loro dialetto si stagliano a tutto tondo e poco importa se per tratti positivi o negativi, quasi a residiare come geni loci uno spazio che anche per merito di Giacomo è destinato a diventare mitico, marca territoriale forte di una identità che continuamente viene rinnovata dall’inesorabile fluire delle generazioni e cui oggi contribuiscono, come nel passato, artisti, fotografi , registi e scrittori più o meno noti.
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Oltre 200 voci per descrivere con franchezza e con brio vari aspetti del mondo scolastico: un solidale passaggio di informazioni, da Sala Professori, tra un’insegnante di lunga e variegata esperienza professionale e i giovani colleghi, in particolare i volenterosi che intraprendono l’insegnamento nella Scuola Media. Il docente agli esordi può trovare in queste pagine suggerimenti per il proprio lavoro; il prof in piena attività testimonianze attendibili e spunti di riflessione; chi ha lasciato, o si appresta a lasciare la scuola, un’occasione per ricordare momenti trascorsi. Il libro è consentito anche ai genitori che desiderano sapere qualcosa di più sulla scuola, e non è vietato agli studenti che vorrebbero capire un po’ meglio i loro insegnanti.

All’età di dieci anni, l’aveva dichiarato in un tema di prima media, non aveva ancora idea del lavoro che un giorno avrebbe svolto, affermava però di sapere con certezza cosa non avrebbe mai fatto: l’insegnante. L’autrice racconta di essere entrata nella scuola «senza entusiasmo, per momentaneo ripiego, nella vaga e indeterminata attesa di fare altro. Avvenne poi come per quel giovane della parabola, il quale, al padre che gli diceva di andare a lavorare nella vigna, aveva risposto di no, che non ci sarebbe andato, ma poi ci andò e lavorò alacremente, fino al tramonto».
Oggi, dopo quarant’anni di servizio, di cui la maggior parte nella scuola media, scrive: «La mia carriera di docente, che cronologicamente si avvia alla conclusione, in un certo senso non finirà mai, perché un insegnante resta un insegnante per sempre, proprio come avviene per i preti e per i carabinieri». ...
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L’ambizione, il denaro, il potere. La freddezza nel commissionare delitti, l’indifferenza davanti alla morte violenta. Sono qualità che mostrano il lato oscuro degli esseri umani.

Racchiuso in queste pagine c’è un uomo che, dietro un perbenismo senza veli, umilia la specie. ...
€ 11,90 € 14
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Non ho la presunzione di pensare a me come ad un poeta; illustri autori, infinitamente bravi e più coinvolgenti di me, hanno scritto opere che rimarranno indelebili nelle menti e nei cuori di noi tutti. Con questi piccoli componimenti ho voluto soltanto riversare un po’ di me in parole, con la speranza di suscitare in chi legge anche solo una piccola emozione.

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€ 4,25 € 5
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Questo volume inaugura una nuova collana: “Augustali. Storia tematica della Sicilia”.
Federico II è una figura emblematica della storia europea e della Sicilia in particolare. Questo imperatore ha fatto scorrere fiumi di inchiostro; è stato studiato da decine di storici e sono stati pubblicati ponderosi volumi, anche in epoca recente.

Tuttavia la conoscenza del suo operato è ancora frammentaria presso il grande pubblico e confinata in una nebulosa di leggende e aneddoti. L’Autore espone la vicenda politica e umana di Federico II con uno stile decisamente narrativo, che rende la lettura avvincente come un romanzo e la storia di Federico II può così essere letta e assimilata anche da lettori non specialisti.

Le illustrazioni in b/n e a colori, aggiungono ulteriore grazia ed eleganza al volume.

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€ 24,65 € 29
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Quando, come e perché i Florio si trasferirono e si radicarono in Sicilia? Quanti orafi operavano a Palermo nel ‘500? Chi ha progettato il palazzo Rammacca in piazza del Garraffello? A queste e ad altre mille domande simili questo libro dà una risposta.

La storia millenaria di Palermo viene indagata con acume e rigoroso metodo storico dall’Autore che si basa su inoppugnabili documenti; e l’immagine di Palermo che Prestigiacomo ci restituisce diventa viva e di palpitante attualità, pur nella dolorosa consapevolezza del degrado. Un libro diverso dai tanti testi che hanno come soggetto Palermo in quanto città di mafia o "felicissima". Qui invece il lettore viene guidato nei meandri e nei segreti di una grande capitale attraverso le miriadi di storie di personaggi e di famiglie la cui memoria ci è tramandata da ogni singola pietra.
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€ 12,75 € 15
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anche in Ebook
In queste pagine prende corpo l’epopea piena di fascino e di memorie della più antica corsa su strada del mondo. Attraverso l’umanissima e singolare vicenda del suo personaggio principale ‘A cursa fa rivivere, infatti, il moderno mito della gloriosa e indimenticabile Targa Florio. E il racconto si fa subito epico non solo per le esaltanti e memorabili imprese dei suoi numerosi e valorosi protagonisti, ma per la singolare e anch’essa leggendaria figura del suo primo fondatore, Vincenzo Florio, e per la sua capacità di interpretare le aspirazioni di un intero popolo che nella corsa in automobile tra le sue pianure e le sue montagne riconosce qualcosa che appartiene al suo spirito indomito, avventuroso e pieno di coraggio. ‘A cursa entra così nell’immaginario collettivo siciliano come momento dell’identità e della partecipazione e l’esserci come attore o come semplice spettatore acquista per tutto un popolo un particolare significato. I protagonisti diventano i suoi eroi, espressione di un comune sentire e di un identico spirito collettivo.

In questo lungo e affascinante romanzo la Targa viene raccontata dallo sguardo innamorato e stupito del poco più che decenne protagonista nella sua difficile e dolorosa crescita attraverso un’adolescenza segnata dai lutti e dalle disgrazie familiari nel corso della quale punto di riferimento costante e sicuro sarà la guida amorevole e appassionata dello zio paterno. Il giovane protagonista crescerà sotto la sua ombra protettiva e insieme con gli insegnamenti finirà con l’adottarne anche i sogni, tra i quali quello della Targa Florio sarà certamente il più decisivo in rapporto con la sua formazione e il suo destino. Così, Franco Giuseppe Villabate non solo prenderà il nome dello zio, ma ne assumerà su di sé anche i sogni e da quel momento vivrà soltanto per partecipare e vincere ‘a cursa, vero e unico scopo di tutta la sua formazione e di tutta la sua vita futura che finirà col condizionare e determinare ogni sua scelta anche più intima e personale.

Merito del romanzo è quello non tanto di risuscitare in belle e appassionanti pagine narrative le vicende reali della Targa Florio, quanto di aver saputo rappresentarle all’interno di una dimensione epica avvincente nella quale il dato storico, anche nelle sue articolazioni più tecniche e aneddotiche, riesce sempre a fondersi con l’esperienza del protagonista e con le sue personali aspirazioni in un’appassionante vicenda individuale. Ne viene fuori un romanzo di formazione che è anche la narrazione delle vicende della cursa che riesce veramente a catturare il lettore e il suo immaginario dalla prima all’ultima pagina facendogli respirare un’aura che, se certamente oramai appartiene a un passato memorabile, fa parte ancora dell’immaginario di tutti.

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€ 16,15 € 19
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Il Segmento Aureo è uno stupendo romanzo sulla Storia. La storia dell’uomo, la sua predestinazione, il suo essere parte di un generale e necessario progetto sono uno scenario per parlare di passioni profonde come l’impegno morale, la vendetta, la fede, il tradimento, l’arte e l’amore.

La proporzione divina e la regola di equilibrio dell’universo impongono che esista il male, il dolore e la morte come corrispettivi delle cose sublimi ed eterne che all’uomo sono concesse.

Un invisibile tessitore annoda le trame e gli orditi dei destini umani. Artico Blinder è un predestinato dalla sorte che ha inciso sul suo corpo segni indelebili: la deportazione, il numero della divina proporzione e sublimi ali tatuate. Nell’ultimo giorno della sua vita egli narra l’incredibile racconto della propria reincarnazione da profugo ebreo moribondo ad abile e ricchissimo scopritore dell’oro del Terzo Reich.

Ribattezzato con il nome di un ghiacciaio cieco, disperso e semiaffondato nelle acque di un’esistenza tempestosa in cui annegamento e speranza di emersione si susseguono senza soluzione di continuità e senza un’apparente ragione, Artico Blinder attraversa indenne il sentiero al limitare della morte senza mai cadervi dentro.

Ciò che tiene uniti i tasselli di quel destino (e del destino di milioni di uomini) è l’amore per Eloise Brown.

Il centro narrativo de “Il Segmento Aureo” è proprio l’amore che, a giusta ragione, diventa lo strumento per salvare il mondo.

L’arte sostiene quel sentimento, lo nutre e se ne fa compagna.

Il protagonista rivive con il lettore l’incontro con Henry Matisse e il poeta Louis Aragon nella Francia del 1945 raccontando un particolare inedito della vita del grande artista.

Il romanzo storico si sviluppa da vere fonti degli O.S.S. (uffici dei servizi informativi strategici americani) solo di recente non più segrete. Sconosciuta alla quasi totalità dei lettori, la ricostruzione ha una valenza davvero esplosiva nel giudizio sulla storia contemporanea.
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In queste pagine prende corpo l’epopea piena di fascino e di memorie della più antica corsa su strada del mondo. Attraverso l’umanissima e singolare vicenda del suo personaggio principale ‘A cursa fa rivivere, infatti, il moderno mito della gloriosa e indimenticabile Targa Florio. E il racconto si fa subito epico non solo per le esaltanti e memorabili imprese dei suoi numerosi e valorosi protagonisti, ma per la singolare e anch’essa leggendaria figura del suo primo fondatore, Vincenzo Florio, e per la sua capacità di interpretare le aspirazioni di un intero popolo che nella corsa in automobile tra le sue pianure e le sue montagne riconosce qualcosa che appartiene al suo spirito indomito, avventuroso e pieno di coraggio. ‘A cursa entra così nell’immaginario collettivo siciliano come momento dell’identità e della partecipazione e l’esserci come attore o come semplice spettatore acquista per tutto un popolo un particolare significato. I protagonisti diventano i suoi eroi, espressione di un comune sentire e di un identico spirito collettivo.

In questo lungo e affascinante romanzo la Targa viene raccontata dallo sguardo innamorato e stupito del poco più che decenne protagonista nella sua difficile e dolorosa crescita attraverso un’adolescenza segnata dai lutti e dalle disgrazie familiari nel corso della quale punto di riferimento costante e sicuro sarà la guida amorevole e appassionata dello zio paterno. Il giovane protagonista crescerà sotto la sua ombra protettiva e insieme con gli insegnamenti finirà con l’adottarne anche i sogni, tra i quali quello della Targa Florio sarà certamente il più decisivo in rapporto con la sua formazione e il suo destino. Così, Franco Giuseppe Villabate non solo prenderà il nome dello zio, ma ne assumerà su di sé anche i sogni e da quel momento vivrà soltanto per partecipare e vincere ‘a cursa, vero e unico scopo di tutta la sua formazione e di tutta la sua vita futura che finirà col condizionare e determinare ogni sua scelta anche più intima e personale.

Merito del romanzo è quello non tanto di risuscitare in belle e appassionanti pagine narrative le vicende reali della Targa Florio, quanto di aver saputo rappresentarle all’interno di una dimensione epica avvincente nella quale il dato storico, anche nelle sue articolazioni più tecniche e aneddotiche, riesce sempre a fondersi con l’esperienza del protagonista e con le sue personali aspirazioni in un’appassionante vicenda individuale. Ne viene fuori un romanzo di formazione che è anche la narrazione delle vicende della cursa che riesce veramente a catturare il lettore e il suo immaginario dalla prima all’ultima pagina facendogli respirare un’aura che, se certamente oramai appartiene a un passato memorabile, fa parte ancora dell’immaginario di tutti.

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Non v’è studioso o cultore di musica popolare siciliana che non si sia imbattuto nelle melodie provenienti dal “saloni”, nei ritornelli delle fisarmoniche, dei mandolini e dei violini – quest’ultimi spesso irrimediabilmente calanti – nonché negli accordi di chitarre risuonanti nelle vecchie sale da barba dei paesi, luoghi di ritrovo e di incontro per naturale antichissima elezione.

Le occasioni d’ascolto della musica dei barbieri si offrivano spontanee, fino a qualche anno fa, nei piccoli comuni dell’isola allorquando si fossero percorsi i centri storici, dove erano allocate le antiche botteghe gestite da incanutiti personaggi, quasi sempre occhialuti, con montature pesanti e scure, adorni di camici bianchi spesso ridotti a gabbanelle, dai quali trasparivano ordinatissimi vestiti, talvolta un po’ lisi e tuttavia corredati da accessori (cravatte, gilet, polsini) indicativi di scelte selettive e identificative di un ceto tendente, se non agognante, ai livelli medio-alti della società.


Prologo di Andrea Camilleri e nota di Sergio Bonanzinga

Contributi di: Nino Agnello, Enzo Alessi, Gaetano Basile, Marco Betta, Daniele Billitteri, Francesco Buzzurro, Giorgio Chinnici, Carmelo Ciringione, Matteo Collura, Nino De Vita, Salvatore Ferlita, Melo Freni, Girolamo Garofalo, Mario Gaziano, Giuseppe Giudice, Pasquale Hamel, Alfonso Lentini, Antonio Liotta, Giovanni Moscato, Giovanni Lo Brutto, Salvatore Giovanni Loforte, Giancarlo Macaluso, Antonio Patti, Giacomo Pilati, Mario Pintagro, Paolo Polizzotto, Vincenzo Prestigiacomo, Otello Profazio, Giuseppe Quatriglio, Alessandro Russo, Nonò Salamone, Gaetano Savatteri, Mario Scamardo, Angelo Scandurra, Salvatore Sciortino, Nuccio Vara, Angelo Vecchio, Carmelo Vetro, Stefano Vilardo, Calogero Zarcone

Fotografie di Antonio Giordano, Giuseppe Leone, Melo Minella

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€ 17 € 20
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Spaccato antropologico di comportamenti che rivelano chi siamo noi esseri umani molto più di qualsivoglia altro spaccato. Il condominio sollecita ogni sorta di tic, arroganza, nequizia, meschinità, ma anche al contrario inaspettate solidarietà, gesti carichi di inattesa grazia e bonomia che non arginano tuttavia la logica del dispetto e della rappresaglia.

Quando litigo di politica con alcuni dei miei musicisti animati da passione rivoluzionaria da qualche anno riesco a metterli con le spalle al muro con questa stoccata: "partecipate ad una riunione di condominio e capirete perché il socialismo è un’utopia impossibile se non a prezzo di massacranti e umilianti mediazioni".

Il condominio di Trapani (inteso come autore) è però una perla nella repubblica sovietica dei condomini del mondo, i suoi cittadini sono tutti incantevoli per le virtù ma soprattutto per i vizi, li vorresti come tuoi condomini, così come brameresti di avere Saverio per custode del tuo stabile perché Ezio deliberatamente ed astutamente non li approfondisce psicologicamente ma li schizza con pennellate ironiche, li accarezza con l’affetto di quella specialissima malizia palermitana che immediatamente conquista il frequentatore della travagliata ma splendente capitale siciliana che già nel quindicesimo secolo un mio probabile avo grandissimo commentatore delle scritture ebraiche, rabbì Ovadià da Bertinoro magnificava con parole ammirate.
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€ 8,50 € 10
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E’ un racconto psicologico che si snoda attraverso un grappolo di lettere che il protagonista, dalla clinica psichiatrica dov’è ricoverato per un tentativo di suicidio, spedisce alla moglie Mila.

Temi quale la morte, la solitudine, l’amicizia, il vuoto esistenziale trovano una loro spiegazione alogica e pregrante di sentimento.

Il nucleo del racconto è nell’assunto secondo il quale il tempo non esiste come serie di avvenimenti, ma come un insieme che incombe sull’animo di noi comuni mortali. La non-esistenza del tempo connota la nostra vita di tutto ciò che è accaduto. Il tempo è l’unica cosa veramente eterna. Esso è una sfera all’interno della quale vivono gli avvenimenti del nostro passato.

Dunque, l’inferno non sono gli altri, come dice Sartre; l’inferno è la nostra esistenza intima, perché il passato è l’unica cosa veramente inconoscibile.

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€ 6,80 € 8
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Un giovane archeologo, Guglielmo T., nel ristrutturare una vecchia villa di Sferra, vicino Palermo, scopre nel cassetto di un vecchio tavolino un anonimo quaderno manoscritto, un diario intimo. La data di chiusura è la Pasqua del 1966, quarant’anni prima, e vi si parla di un incesto.

È l’inizio di una ricerca densa di riflessioni ma piena anche di supense che porterà alla scoperta di una terribile ma insieme imprevedibile verità. A scandirne in prima persona i momenti e le pause sono il narratore Monti e infine l’autore stesso del diario riportato in appendice.

Sullo sfondo, in un’altra villa solitaria e distante dalla prima, a Ficarazzi, Rosalia T., madre di Guglielmo, figura tanto amata dall’unico figlio quanto silenziosa ed enigmatica nel suo essere ‘sempre innamorata di qualcosa’. Non sarà però il ‘professore’ Monti a spiegare il senso del diario ma un neuropsichiatra, Dante Costamagna, che riuscirà a dare significato a quella scrittura simbolica.

Monti costruisce una narrazione che tiene sempre desta l’attenzione del lettore conducendolo attraverso un percorso narrativo avvincente e allo stesso tempo ricco di stazioni meditative, di approfondimenti ma anche, soprattutto nella prima parte, di microstorie singolari e appassionanti.
Il campo privilegiato è quello dell’inconscio e della follia, cui si affiancano i temi assai complessi ma prossimi del senso della vita e soprattutto del dolore che costituisce il terreno di coltura dei temperamenti lirici e quindi della poesia. E lirico è nella sua sostanza il linguaggio, tutto connotativo e simbolico, che struttura le pagine del diario intimo.
Una prosa lirica che ha andamenti ritmici e sonori di notevole musicalità ma soprattutto profondità di temperamento e di visione che a volte riprende e si accosta ai grandi classici, da Shakesperare a Valery, lasciando il lettore fino all’ultima riga nella struggente atmosfera di una condizione contraddittoria che è certamente singolare e fuori dal normale e, nonostante ciò, umana, troppo umana.
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Dal 1881 alla vigilia della prima guerra mondiale, il romanzo narra le vicende di una famiglia, quella dell’ingegner Edmondo Zuelli che sposa Maria Lanzalone e ha due figli: Giannino (1884) e, dopo quasi nove anni, Silvio (1892) che viene seguito dal narratore, appunto, fino alla maggiore età che, nel suo caso, coincide con la vigilia della prima guerra mondiale.

Al racconto del formarsi e del crescere di questa famiglia, nucleo centrale della storia, il narratore intreccia le vicende degli altri numerosi personaggi. In primo luogo dei genitori degli sposi, l’architetto Liborio e la moglie Susanna Zuelli, che vivono a Palermo con i sette figli, e il proprietario terriero don Leoluca Lanzalone con la moglie Maddalena e i loro figli che vivono in un paese, mai nominato, ma che per le allusioni storiche e geografiche il lettore identifica agevolmente con Corleone.

Tra città e campagna, tra continuità e opposizione (non sempre, infatti, i due mondi si scontrano), il romanzo racconta le vicende di numerosi personaggi, dei figli degli uni e degli altri consuoceri in primo luogo, che spesso s’intrecciano ma a volte si accampano senza seguito. Si tratta, in prevalenza (a parte don Liborio, poco rappresentato, e don Leoluca, più visibile sulla scena) di vicende legate a giovani e alla loro crescita, alle loro speranze, ai loro giusti timori, aspettative, ideali, delusioni, dolori e fidanzamenti, rotture, matrimoni, nascite, battesimi e, molte volte, forse troppo spesso, a premature e inquietanti morti. Una sorta di magma familiare, al cui interno si confondono quelli che per il narratore sono gli elementi primordiali di ogni società: la giovinezza del mondo.

Guido Vergani definì Il mondo giovine «l’opera di un "chiarista" nella sottile lucentezza dei paesaggi e nell’approfondita tenerezza con la quale l’autore ha guardato ad un mondo assai meno amaro di quello di Pirandello e meno ironico di quello di Brancati, in una continua vibrazione stilistica che dà alla sua pagina effetti di rara trasparenza.»
Pizzuto ebbe la consapevolezza che il romanzo di Spinelli fosse un capolavoro.

Un romanzo a così alta tenuta narrativa, che non presenta cedimenti e che riesca a coinvolgere, ad avvincere il lettore, per centinaia di pagine, espressione di un ricco universo artistico e umano, non può finire nelle misteriose e bislacche secche della sommersione letteraria.

La presente ristampa, a poco meno di cinquanta anni e nella stesura che ebbe le ultime cure dell’autore, rende giustizia a uno scrittore riservato e di ampia apertura alare, recuperando un capolavoro alla letteratura nazionale ed europea.
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€ 20,40 € 24
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C’è un’aria di famiglia che circola tra le pagine di Vito Mercadante, un’immagine della Sicilia sulla quale si strutturano i ventitré (più uno) racconti che risale ad una ben codificata tradizione letteraria che sostanzialmente ha delimitato l’Isola come spazio ’diverso’. 

Il ’più uno’ è, in realtà, il primo racconto, "San Pancrazio", Ragalpetra di turno, luogo minimo e, come sempre, metafora utile a conoscere e interpretare la realtà più profonda e vera dell’Isola. San Pancrazio è il menabò che contiene la rappresentazione generale, sintesi di un’attenta e disincantata visione del reale. L’uno spiega gli altri e non perché i ventitré racconti sono semplicemente un’espansione o esplicitazione del primo che li contiene condensati, ma nel senso più preciso che, attraverso un’analisi per grandi linee della storia siciliana e soprattutto del ruolo dei siciliani al suo interno, il primo racconto costituisce la necessaria premessa per interpretare lo sguardo amarissimo che si posa su uomini e cose di Sicilia, senza alcun velo e con la poca pietà che merita chi è causa delle proprie disgrazie. 

Determinante è l’inversione dell’ottica storica, letterariamente di successo e diventata quasi luogo comune, che anche nei suoi esiti artisticamente migliori ha rappresentato il siciliano come un popolo costretto a subire il succedersi delle varie dominazioni straniere, come soggetto passivo in un cristallizzarsi di reazioni destinate alla noia o, peggio, all’indifferenza, che hanno fissato in un carattere definito la sua perpetua esclusione dalla storia rispetto alla quale è diventato alla fine abulico e concretamente estraneo. 

Mercadante, al contrario, rivendica ai siciliani un ruolo fortemente attivo e protagonistico nel costruire la propria storia la cui costante è il tentativo, di volta in volta riuscito in varie forme, da parte della classe dirigente di separare il potere centrale da quello locale così da governare meglio e più direttamente fingendo di subire i duri colpi di una dominazione. 

"Dalla natura - infatti - dei rapporti di uno Stato posto al di là della Sicilia e i potenti di ogni paese e fra questi e la gente derivano i costumi di essa". E posti questi rapporti, i costumi non potevano che essere "la violenza da una parte e il servilismo dall’altra e il mescolarsi di tutte e due le cose, la mancanza di civismo, lo scetticismo sui valori umani, sul progresso e sulla storia, l’individualismo portato all’esasperazione: costumi che sono così fermi da sembrare di carattere universale anche a quei siciliani che sono considerati intellettuali di tipo europeo e che sono invece estremamente provinciali". 

I riferimenti risultano chiari, anche se Mercadante non fa nomi. Ma è proprio questa provvisorietà e storicità di questi caratteri a renderne, se non immediatamente possibile, almeno ammissibile il cambiamento. Cosa che spiega il titolo. 

La visione "amarissima", avrebbe scritto Pirandello, di questa Sicilia parte dalla constatazione che "l’Italia a San Pancrazio, come in ogni centro della Sicilia, è un nome vano come l’Europa, la Terra e il mondo". Da questa nuova formulazione dell’immagine della Sicilia e della sua ’diversità’ ha origine lo sguardo che nei racconti l’attraversa e che ripropone però gli strumenti adatti al cambiamento che già altri scrittori, come ad esempio Sciascia, hanno indicato ("Un’ondata di razionalismo non farebbe male al popolo siciliano") o letterati meridionali come il De Sanctis suggerivano per la nuova Italia: "L’abitudine alla verità, allo studio della realtà". 

Del carattere visibile e ’visivo’ di questo cambiamento si occupa d’altronde un racconto (Il ciclope) che ’del vedere con un occhio solo’ fa una caratteristica dei siciliani da cui discendono "realismo da una parte, sofisma dall’altra". Sta di fatto, comunque, che "amarissimi" sono i ventitré racconti che seguono e che rappresentano il vuoto di ideali e il sostanziale materialismo di base che ordina le aspirazioni, i sogni, i comportamenti dei siciliani. Anche qui essi sono dei ’vinti’ ma non da leggi esterne e superiori ad essi, da una necessità che li sovrasta e che li fa soccombere, ma dall’ordinamento stesso che si sono dati e dal quale finiscono con l’essere alla fine stritolati. 

Questo meccanismo inesorabile non si svela direttamente, ma appare, semplicemente, grottescamente, così come si manifesta nelle piccole assurde quotidianità del professore Giacomo Lauro (L’uomo è forte in Sicilia). Altrove affiorano tipi che nell’angolazione prospettica di cui si diceva si manifestano soprattutto come reliquie di un passato da dimenticare, come apparenze di una realtà contraddittoria da trasformare: la vedova dell’inflessibile colonnello che si consola pur continuando a voler sindacare sul comportamento degli altri (La vedova triste), il professore che durante una conferenza vede scomparire via via il proprio uditorio e riceve successivamente le congratulazioni da parte di quelli stessi che non vi hanno preso parte, la gratitudine di don Sebastiano (Il cappone) che ostinatamente e umoristicamente giunge fin oltre la morte, o lo spettegolamento e l’ipocrisia dei piccoli ambienti (Le Vestali) la vita vissuta a grandi morsi, quale puro edonismo percettivo (Il peccato di gola), l’impossibilità un po’ verghiana di cambiare il proprio destino anche soltanto attraverso i figli (La vera storia di Peppe Fontana), che si concretizza nelle mene per intrappolare nel matrimonio il figlio di uno che è riuscito in qualche misura ad emergere (La trappola) sono tutte, insieme con le altre, figure e situazioni che si imprimono nella memoria non tanto per la scrittura razionale e sempre equilibrata ma per il disincanto realistico e insieme per la profondità con la quale Mercadante riesce a rappresentare l’"amarissima" realtà siciliana. ...
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Un critico inglese dell’800, Walter Pater, distingueva la grande poesia dalla buona poesia. Per buona poesia intendeva la poesia che si limita a registrare un solo aspetto della vita e dei sentimenti umani visti da un solo punto di osservazione, e quindi personali e provvisori ma oggettivati con passione. Per grande poesia quella che focalizza l’obiettivo sull’uomo nella sua totalità, ne registra la varietà e la mobilità del sentire e del pensare e ne ricostruisce la storia.
La grande poesia, dunque, grazie ai suoi contenuti, coinvolge il lettore che in essa si identifica, in assoluto; e per essa si commuove, si esalta, si adira, si giustifica, si condanna, gioisce o si addolora. E si educa. Perché essa tocca tutte le corde che presiedono alla cosiddetta vita spirituale dell’uomo e ne interessano la “cassa di risonanza”.

Le Metamorfosi di Ovidio sono la storia della vita, animale e vegetale, sulla terra, dalle origini al tempo del poeta, e la storia dell’uomo: del suo vivere sulla terra, tra bellezze e turpitudini, vittorie e sconfitte, generosità e ingiustizie, persecuzioni e delitti, arroganza e sottomissioni.
L’eterna storia, insomma, del rapporto tra chi è armato e chi è inerme; tra uomini che nel mondo si propongono come Dei, contro la vita, e uomini che, rimanendo uomini, volano alto sulle ali della genialità (e dell’intuito) e salvano la vita, nelle sue mille forme e mille identità, dall’aggressione distruttiva del Potere.

Questo è il significato delle Metamorfosi: il trionfo della vita, che gli uomini-Dei pretendono di annientare ma che un Dio-Dio, quale che fosse, trasfigura e salva per mezzo di altri uomini fatti a sua immagine e somiglianza. Le forze demoniache del Potere possono trasfigurare o sfigurare l’energia che genera la vita ma mai sopprimerla.

Gina D’Angelo Matassa
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anche in Ebook
Due storie ‘siciliane’, singolari e strane eppure ‘storiche’, radicate in un preciso contesto temporale e culturale da cui traggono la loro particolare coloritura e il loro specifico significato, due storie al cui interno l’ambientazione risulta alla fine determinante.

Nella prima Nenè Arena, un pescatore del mare africano che si adatta un po’ a tutti i mestieri, possiede uno sguardo magnetico che eccita e soggioga l’eros delle donne con le quali viene a contatto. Un don Giovanni in Sicilia minore di brancatiana memoria che emerge dalle rive del suo mare isolano alle cronache mondiali degli anni sessanta perché nel tempo ha messo su più che un harem una vera e propria tribù. Una storia semplice, si direbbe, eppure dietro si nascondono le storie a volte toccanti di tanti abbandoni, di tante donne sbandate o perdute alle quali Nenè ha offerto una singolare eppur dignitosa forma di convivenza.

John Spadaro de La villa dell’inganno è «poco più di un ragazzo quando mette per la prima volta piede in Sicilia». È il 10 luglio del ’43 e John fa parte di un piccolo commando alleato che dovrebbe essere paracadutato alle falde dell’Etna per far esplodere un deposito di munizioni e invece si ritrova proprio al centro dei combattimenti nella piana di Catania. Qui conoscerà il barone di Valguarnera, col quale avrebbe dovuto prendere contatto, e soprattutto le figlie, Mafalda dagli occhi verdi e Giuseppina silenziosa e sensuale.

Vecchio riesce a dare a entrambe le ‘storie’ tinte e colori molto materici e, specialmente, nella seconda, una particolare suspence che tiene in sospeso sul filo della trama il lettore fino all’ultima riga.

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Un poemetto che si dipana attraverso una serie di quadri che, nel loro complesso, costituiscono una trama e, quindi, un romanzo in versi. Si potrebbe dire, nel senso nietzchiano del termine, un’opera inattuale, e per questo attualissima. Una cronistoria che parte da uno spezzato (il testo come somma di frammenti) e arriva a un continuo, dato l’uso che Monti fa dei versi come unico blocco, sebbene morbido. QUi il pathos sintattico o metrico-sintattico entra in contrasto con la marmorietà apparente del blocco. Tutto questo materiale poetico subisce una forte voltura drammatica, come se le sensazioni fossero lì per sfuggire o, al contrario, per caricarsi di peso. Ma qui c’è anche il passaggio da una realtà già impreganata di mito a un mito che s’appoggia alla realtà. La conclusione è un bellissimo esempio di discesa dal sovrareale al reale. Si tocca, in sostanza, l’ambiguità concettuale tra la nobilitazione di ciò che vive e la sua immersione in una sorta d’irrealtà ultramondana...
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Originato da una richiesta di aiuto ("Mondadori ti conosce?"), questo carteggio evolve con gli anni in ‘patto di mutuo soccorso’ fra due scrittori alla ricerca di una propria fisionomia (e di editori disposti a riconoscerla). Reclusi in carriere burocratiche che ne hanno depresso le giovanili ambizioni d’arte, Antonio Pizzuto e Salvatore Spinelli misurano nella dimensione libera e ‘irresponsabile’ dello scambio epistolare il pregio dei loro ‘essudati narrativi’ e la legittimità delle ragioni che li sottendono. Il reciproco riscontro, umoristicamente adibito dai "due scimmioni che, chiusi nel gabbione, occhi e culi arrossati, si levano di dosso le pulci vicendevolmente", sedimenta una disputa sul ‘romanzo’ tutta giocata su alternative ancor oggi irrisolte (l’istanza modernista e addirittura informale di Pizzuto, l’aplomb moderato e ‘figurativo’ di Spinelli) e sostenuta da un teatrino di frizzi e lazzi goliardici, di affabili perfidie, di ironiche prosopopee, di causidiche causeries in cui si riaccende la sicilitudine sepolta nel cinereo sussiego dell’‘ottimo funzionario’.

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Nessun lamento è vano e non c’è carne umana
che non voglia far ritorno alla sua dimora
quando l’anima ascolta il rumore della foglia
che si stacca dal suo ramo.

Sono così lontano dalla vita
da non desiderare neppure di morire...
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(dalla prefazione di Michele Perriera): La visione di Cechov è coscienza vissuta della precarietà del mondo. Ogni artista si nutre di questa percezione, ma Cechov ne rappresenta più di ogni altro la suprema, laica umiltà. Questa coscienza è in lui eticità dello scrivere, autentica carità verso l’enigma del reale. Il linguaggio cechoviano osserva dunque la quotidianità della sconfitta come rivelazione della più profonda responsabilità esistenziale; e questa verità non cela, anzi lascia meglio vedere la passione di vivere. Tutto sembra allora compiersi in un attenuarsi della luce: ma la desolazione rende più visibili le ombre inconsolate delle nostre mancanze.
Nel “ Compositore di laudi “ Gigi Mancuso contempla con amore queste ombre cechoviane, se ne lascia incantare e inondare. In un certo senso egli le adora: come sacre e auguranti reliquie di una verità non illusoria. L’interruzione dello slancio di vita si nasconde per Cechov, in ogni fremito dell’energia. Questa è la verità che stringe il cuore: che la frattura dell’essere sia il fondamento stesso dell’essere. La “fragilità umana” è osservata però da Cechov con la forza di una malinconica accettazione del mondo, con quella “deferenza al non senso della morte” di cui parla Levinas. è una deferenza che non spiega il senso del dolore, ma rende osservabile e perciò visibile il suo enigma. “Prima caratteristica dell’Essere è l’essere in questione”, scrive ancora Levinas: l’essere cioè sempre “contestato”, interrotto, irrisolto. Di questa inconsolabile esperienza psicologica - con la quale Cechov anticipa lo spirito della nostra epoca - lo scrittore russo rappresenta, con sovrano rilievo, il Sapere quotidiano. Questo Sapere Gigi Mancuso coltiva e raccoglie come un fiore della scrittura e della vita. E compie il commosso gesto con la naturalezza e l’infatuazione di un trasporto ideale.

Conoscere Cechovianamente è dunque scoprire, osservare e accettare il fondamento instabile della vita, sentirsi fratelli della sua complessità, delle sue caduche intensità, delle sue inconsolabili pene. Ma questo conoscere - suggerisce Mancuso - è anche un adorare, un laudare il viatico dell’esistenza. Gli “appunti” di Gigi Mancuso sono dunque “laudi” - a loro volta - dell’amato “Compositore”. Ma rappresentano anche qualcosa di più della profonda e lucida testimonianza. Cercano - a partire dal vecchio Maestro - un attuale itinerario di vita e di scrittura che, rinunciando alle luccicanti lusinghe della nostra epoca, si allontani non solo da ogni perentorio ideologismo ma anche dalle più diffuse modalità della cultura postmoderna.

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Dalla prefazione: “ ...L’innocenza cui Giardina ha aspirato, e che ascrive alla ragazzaglia, è, in fondo quella virtù che noi gli riconosciamo e che abbiamo già ritrovato -come perenne tensione- nell’atto di “fede e d’ingenuità” (così come veniva definita questa tensione da Fausto Pirandello) o in quella esistenza, volta all’ideale della fanciullezza, riscontrabile intatta nella poetica fluviale di un Palazzeschi. Nel cosmo di Giardina ogni cosa si popola di liberi cittadini, di bimbi, di poeti scorribandieri, animate boscaglie, donne in amore dall’olezzo penetrante e modesto del “ Paglieri “, di luminose giornate, tormentate soltanto dalla minaccia oscura della distruzione meccanica, pronta a imbavagliare tutto nel tentativo di una ossessiva cristallizazione, senza alcuna possibilità di riscatto. I ragazzi seguono, stupefatti, il poeta ambulante per le strade di Bagheria, di Godrano, di Villafrati, accomunati da un inno burlesco e ingenuo. Si accende, allora, il grido improvviso che s’innalza sul corpo piatto di Rocca Busambra fino alle brughiere, ai pascoli, ai tetti grigiastri..”

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Da un superburocrate che va in pensione ti aspetteresti il solito giallo, magari ambientato nelle altrettanto solite stanze del potere, e invece Busalacchi tira fuori questi versi fitti di parole desuete e dietro ai quali si intuisce una ricerca sui vocaboli che puntella una ispirazione spesso felice. La penna di Busalacchi sembra cibarsi delle realtà più disparate e di certo costruisce un teatro di fiori, orchi, richiami storici e pittorici che danno senza dubbio al burocrate in pensione la patente di autore di poesie.

ENRICO DEL MERCATO ...
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Un rèfolo leggero s’infiltra tra i tessuti stagionali, così, in un ritmo circadiale, gira impietoso, avvoltola il crespo frinire del giorno, imbriglia la notte, sostiene le affocate estati e i grigi piovosi degli inverni di Sicilia. Ecco, allora, un turbinio zoologico, una flora infittita di sterpi, infio­rescenze, licheni, pozze d’acqua ove galleggiano frantumi di muschi, attraversate da rettili acquatici, da sospiri di anellidi infittiti tra i fondali pietrosi, da cortecce d’alberi, da insistenti registri entomologici. Tutto questo vibra tra i versetti poematici scanditi in queste «stagioni del ramar­ro» di Angelo Giambartino, così come avvenne per «II periplo del tempo» (1993) e poi per le «Geometria del sonno» (1997), quasi in una continuità ideale e materia­le, ove corpi, gesti, frantumi d’ore si accalcano fra vibran­ti pagine della memoria, immersi, avrebbe detto Lucio Piccolo, nel ’sortilegio’ della natura, del suo soffio aperto alla sensualità, al corteo degli anni dettato dall’inganno del tempo. S’accende, non peregrino, un gusto antropo­logico dal sapore antico, dal sordo rumore degli anni trascorsi, nei quali "i vecchi canterani" prendono vita dal­le "stanze profumate di cotogna".

Ed è questo profumo che tutto pervade: camere in ombra, giorni della doglianza, fanciullezza svanita e riproposta in una vivida surrealtà, quasi a specchiarsi in "cavalli di zucchero", occhi di ramarro, fluttuare bizzarro di lepidot­teri. Infine: alberi, fruscii d’erbe, il cuore di un ragazzo tra passi silenti d’un capraio, odore aspro di cacciagione, sangue rappreso di una mora.

Aldo Gerbino
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€ 6,80 € 8
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Il libro è stato concepito per i lettori la cui età va dai dieci ai tredici anni e nasce dall’intuizione e dalla fantasia che si intrecciano nel gioco delle parole sin quasi a farne un luogo di divertimento e di riflessione.

Nella scelta dei testi narrativi l’Autore ha tenuto conto della psicologia del pre-adolescente, sicchè il libro riesce fruibile anche senza l’intervento di intermediari.

L’aspetto narrativo e fantastico dei racconti ha una presa immediata sul giovanissimo lettore e il mondo che rivive nel libro suscita rispondenze dentro di lui. La “leggibilità” del libro consiste nella coincidenza tra l’esperienza del lettore e lo spirito del testo narrativo, la cui lunghezza (altro criterio di “leggibilità”) o durata non è mai psicologicamente eccessiva.

L’Autore ha di proposito voluto insistere sulla dimensione favolistica dei racconti per meglio sottolineare, tra divertimento e pensosità, le ambizioni, le vanità, le passioni, i buoni sentimenti, le buone e le cattive azioni dell’uomo, le distorsioni del progresso e della tecnologia. Tutti temi che appartengono alla nostra contemporaneità e su cui è doveroso far riflettere, sia pure attraverso un tono scherzoso e grottesco, i giovanissimi che si avviano a divenire la generazione responsabile di domani. Una sorta di “Libro cuore” contemporaneo.

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dalla prefazione di Aldo Gerbino:
E’ una “pesantezza lanosa” quella che avvolge il teatro esistenziale di Emilio Paolo Taormina: formazione alla vita e rarefazione, apprendistato per un eistere contro la neghittosa impudenza della realtà.

Palermo vibra, quale corda tesa mai pronta a lacerarsi, nello scorcio di un tempo che, al di là della cronologia (dagli anni Cinquanta ai Sessanta), denuncia il suo umore distruttivo e invitante, sinuoso e colmo di ulcerazioni.

Il bancone di vendita d’un negozio di dischi si trasforma così in banco di prova alla vita, scenario su cui affiorano personaggi confrontati di continuo con l’illusione, con le amarezze dell’Autore, mescolate alla sua réverie poetica, pronte a sfaldarsi con le più tenaci aspirazioni. Anche il paesaggio urbano fa da cornice alla lingua dell’anima e all’azione autobiografica; la luna diventa corpo bianco e squamoso “come il ventre di un merluzzo”, o cosparsa di filamenti, o color del rame; essa è midolla di tenui lucori, di frammentate aspirazioni, di odiosi incontri e soffici, quanto fuggevoli, amori. Il negozio (negozio dell’anima e del corpo) diventa allora, in questa prosa tenue e suasiva, osservatorio privilegiato; esso contende alla strada (Palermo, forse, è l’unica città italiana ad ospitare una via “Terrasanta”), un tempo avvolta dal profumo degli aranceti e cosparsa dalla voluttà della zagara, il guazzabuglio dell’esistenza, l’orgogliosa ricerca per la comprensione del “giusto peso dell’anima”.

Quel sentimento di dolore e di pena sottile è raccolto nelle trame di un paesaggio sonoro, ricco delle tracce struggenti di sassofono (forse quello di Charlie Parker?) e densi liquori sul volto afono del tempo.

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Come una sorta di micro-epopea etnica (sangue siculo-alba­nese) si offre questo «anacronistico», ma gustoso "reprint" del romanzo siciliano di Nicola Di Marco Cuccia, dal titolo L’ombra, pubblicato dal supplemento Domenica del «Gior­nale di Sicilia» dal maggio 1945 al gennaio 1946, in 30 pun­tate, firmate con lo pseudonimo Rocco Santamaria. E appaiono manifeste le ascendenze con i padri del romanzo popolare e veristico: da Vincenzo Linares al Verga, meno a quelle proprie del ’feuilleton’ caro all’inventiva di William Galt, per il quale manca l’esasperazione dell’intreccio stori­co, la passione per le architetture urbane e la toponomastica. Qui, invece, troviamo un’affollata ritrattistica (il truce Ros-somaligno, la dolce Santa d’Ignoti dalla carnagione d’avorio, l’irruente Turi di Padron Gaspare Lena, la volitiva Ntonietta di padron Carmine Papa, don Rocco Manolesta, zu’ Giurlanno Massaru Ciccu, Mastro Angelo Testalonga, i beccamorti Massaro Ntoni Coppola, Mastro Costantino lo Scimunitu, il papas Simone Castriota, la gna’ Carminuzza Linguacciuta, Massaro Ntoni Capra, donna Rosa, Nofrio Nzinzula con lo spirito del gigante Ferraù, e tanti altri); essa accompagna nel suo essere un’interessante lettura sociopsicologica e antropo­logica, innervata da un cromatismo linguistico e paremiologico che non può non ricondurci al Pitré demopsicologo, alle pieghe di una tradizione orale d’ampia efficacia e icasti­ca pregnanza. L’ombra della morta ammazzata, portatrice di sventure (un’ombra da scacciare a colpi di croci), sacrificata dalla cecità dei costumi e delle miopi usanze, vaga per il paese di Contessa Entellina, si sposta per le campagne di Chiusa; in questi luoghi, amori, umori, enfasi sentimentali, iracondie e bigotte osservanze destrutturano un minuscolo cosmo votato all’oscurantismo, avvertendo, comunque, nel picaresco incedere degli eventi, dove ruota l’amore tra Turi e Santa, il declino d’una civiltà. Nicola Di Marco Cuccia (che rileggiamo a quaranta anni dalla scomparsa) tratta tutto que­sto materiale con vivacità espressionistica, leggendo, quasi attraverso una fisiognomica darwiniana, tracce di vicende e volti, esilaranti accadimenti umani e ambientali.

Aldo Gerbino
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Qualcosa di ancestrale, di amniotico, di magmatico e lucido insieme, insiste, con perentoria fierezza, in questi versi di Giovanni Occhipinti, elaborati alla fine degli anni Ottanta e raccolti sotto il titolo L’ac­qua e il sogno. Non a caso l’innervazione che si offre, quasi dolente, sul versante delle stazioni poe­tiche, dislocata nella interfaccia dei singoli versi, in bilico su di uno sprofondamento d’abisso, o protèsa (quasi) in una sorta di desiderio navigatorio nel cyberspazio disposto tra remotissime virtuali galassie, o volta alla ricerca di un platonico iperuranio, o an­cora diretta per biologica appartenenza alle raggela­te certezze del mito, appare qui risolta in forma di un reticolo ombroso costellato di incertezze, dubbi, di addensati frammenti della memoria. Occhipinti investe tutto nel suo ipermetro cauto e coinvolgen­te; quale corporeità gorgonica egli dispone il nutri­mento al turbine dell’anima; e in questo turbine tut­to vi trova alloggiamento, la funzione primigenia: dalle elitre degli insetti, alle pigmentazioni metafisi­che imposte dal diorama della pittura, ai suoni, coinvolgendo, in una sorta di espressionismo verba­le, la condizione più intima dei rapporti umani. Così: amore, sesso, dialogo estraniante, volti fami­liari, affetti, sentimenti, trovano la loro giustificazio­ne nell’autunno dell’esistenza (tempo privilegiato dei resoconti), in quella piega debole arricchita da­gli occhi di figli, nipoti, e nei quali il poeta riflette il suo scoramento, soprattutto per ritrovarne la subli­me ragione del suo esserci lungo "l’asse che condu­ce a dio". Dalla graduale perdita delle capacità d’opposizione al frastuono della quotidianità, affiora, quale flebile suono umano, quell’incerto "mi spau­ra", che punteggia - e rasserena - il ritmo incalzante del racconto poetico. In tale dispersione emotiva resta comunque a galleggiare, sulle acque laminanti, la fronda esile di un’incomparabile, diafana, pena.

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Ecco la Poesia, colei che da sola illumina i fiacchi movi­menti della Ragione; poesia, "Diamant sans rival", perenne­mente incastonato sulla casa del mondo dal suo fervido ’Pastore’.
Eppure, per il romantico Alfred de Vigny (1797-1863), qui limpidamente tradotto da Gina D’Angelo Ma­tassa, si attesta la luce della passione e il pigmento strug­gente del sentimento terrestre e celeste, per riversarsi in un pessimismo capace, però, di riconoscere la sua essenza pri­maria nella materia stessa dell’universo, nella valenza socia­le e religiosa, nella incommensurabile grandezza di Dio, nella percepita vastità del cosmo: manifesto "spazio del corpo della terra". E alla grandezza impervia dell’animò ecco annodarsi, in questo fluviale incedere di versi, il ’sen­so della decorazione’, non quello fine a se stesso, ma quello impregnato (e quindi motore) di un protosimbolismo agile e profondo. Così (come in Wanda: una storia russa, poemetto del 1847) gli anelli, le perle, i sigilli, i diamanti, i ce­sellati bracciali, i sacri talismani, conducono tra i "ghiacci eterni", stravolgendo il ’dolore’ nel ’colore’ intenso della perenne azzurrità della storia. Allora i paesaggi umani, da "Mosé" all’adultera dal letto "cosparso di aloe e mirra", anelano, come tutto in Vigny — poeta di Loches, indimenti­cato autore delle Destìnéès, dei "Poemi antichi e moder­ni", scrittore drammatico — alla ricerca costante di una to­tale purità dello spirito. Di certo rifulge (oggi ancor più visibile) il succo aereo della vita con le sue luci abbaglianti, i lutti impenetrabili, le apocalittiche visioni che più tardi ritroveremo, ma con un intento e spessore diversi, in alcuni ’poemoni’ di Mario Rapisardi. Infine scorgiamo le sue rac­colte e dignitosissime lacrime stellare su ogni improvviso apparire d’abisso, forma non negletta di conoscenza, cui molto deposito è devoluto alla poesia e ai suoi ’profeti’.

Aldo Gerbino


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Bebé, nomignolo familiare di Antonio Pizzuto, segna, nella prima parte di questo tenace epistolario (1929-1949) con Salvatore Spinelli, qui ricostruito con esem­plare cura da A. Pane, il tempo d’una fedele apparte­nenza all’amicizia, dalla quale prende consistenza un quadro intellettuale filtrato dalla città di Palermo (quella cara al Pitré e ad O. Lo Valvo) raccolta tra i due deva­stanti conflitti mondiali. Si mettono anche in luce gli affioramenti, le tensioni preparatorie della loro poetica. Il 1929 è l’anno in cui Pizzuto, allievo non indifferente agli insegnamenti di C. Guastella e sensibile alle lettere (il nonno materno era stato U. A. Amico), definisce l’opera non compresa da G. A. Borgese, Sinfonia. "Oc­corre guardare questa ’Sinfonia’ con occhio nuovo", scriveva, "perché essa non è sorta dal passato, ma sol­tanto dopo il passato [...].Ond’è che io non saprei ri­spondere alle domande «che cosa simboleggia?» se non con un «niente»".

Dal 1948 perviene, invece, il colloquio sui materiali letterari di Salvatore Spinelli (Totò), allievo di E. Donadoni, già pronti a definire l’affresco de Il mondo giovine. Due amici palermitani, laureati in giurisprudenza (Bebé, nel futuro, sarà questore, e Totò amministrativo degli Istituti Ospitalieri di Milano), sostanziati in una (sincretica) duplicità di estetiche: conflagrazione della parola, densità e dilatazione del frammento, introspe­zione e analisi per Pizzuto; discorso lungo e cromatico, erede degli affreschi ottocenteschi, perennemente mos­so dal flusso del tempo e della vita per Spinelli. La fluvialità narrativa di Totò, fortemente contrastante con la pagina pizzutiana, ci restituisce un autore, così come sottolinea Lucio Zinna nel denso saggio introduttivo, che "nel leggere i manoscritti di Pizzuto, si sente diso­rientato, trova (1948) ’cose grandi’ e ’cose meno gran­di’".
I loro rapporti epistolari dureranno ancora per altri due decenni, ma, come essi stessi ebbero a dichiarare: "Noi siamo due scrittori di opposte tendenze, ma ci vo­gliamo bene immensamente". Ma si sarebbe potuto af­fermare che la faccia (tonda e malinconicamente feli­ce) di Pizzuto ben poteva legarsi alla scrittura di Spinel­li; e, viceversa, il volto scavato, esistenziale di Totò po­teva nervosamente scorrere tra i fili intricati delle ’Bam­bole’, abitare le stanze d’uno scrittore che vestiva l’abito di poliziotto: "un modo come un altro", dirà egli stesso, "per guadagnarsi da vivere". 


Salvatore Spinelli (Palermo, 1892 - Arenzano, 1969), conseguita la laurea in Giurisprudenza, nel 1920 si trasferì a Milano dove fu per quarant’anni dirigente amministrativo dell’Ospedale Maggiore, concludendo la carriera con la carica di Segretario Generale. Al­l’Ospedale Maggiore dedicò un’opera storica (La Ca’ Granda, 1956 e 1958) e gli undici volumi biografici dei Benefattori. Fu anche consulente della Casa Ri­cordi e tradusse il Mussorgsky di M. G. Calvocoressi (1925). Pubblicò due libri di racconti  (L’accordo per­fetto, 1928; Musica in famiglia, 1969), due raccolte di aforismi (Antiarte e anticritica, 1947; Lo specchio per la bertuccia, 1954) e il romanzo-saga II mondo giovi­ne (1958).

Antonio Pizzuto (Palermo, 1893 - Roma 1976), cre­sciuto in una famiglia di tradizioni umanistiche, si laureò in Giurisprudenza e quindi in Filosofia. Nel 1918 intraprese a Palermo la carriera di poliziotto, proseguita (dal 1930) a Roma, con importanti incari­chi negli organismi della Polizia Internazionale (l’at­tuale Interpol), e conclusa nel 1949 ad Arezzo, con il grado di Questore. Dopo la pensione si consacrò alla scrittura, imponendosi come uno dei narratori più originali del Novecento. Fra le sue opere ricordiamo: Sul ponte di Avignone (1938 e 1985) Signorina Rosina (1956, 1959 e 1967); Si riparano bambole (I960 e 1973); II triciclo (1962 e 1966); Ravenna (1962); Paginette (1964 e 1972); Sinfonia (1966 e 1974); Testa­mento (1969); Pagelle I e II (1973 e 1975. Postume sono uscite: Ultime e Penultime (1978); Giunte e Vir­gole (1996); Cosi (1998) Rapiti e Rapier (1998); Spe­gnere le caldaie (1999). Recentemente sono apparsi gli epistolari con Giovanni Nencioni (1998), e con Gianfranco e Margaret Contini (2000).

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Dimensione sacrale ed esterrefatta potremmo definire il per­corso poematico sostenuto da Davide Marchetta, e sotteso, fino allo spasmo, nei ventisei ’movimenti’ di questo "Io sono Caino". Una posizione emblematica e tragica, nel momento in cui anche la società contemporanea appare attraversata dal drammatico dibattito sulla pena di morte (ne è testimo­nianza, sul versante della poesia, il recente impegno a più voci di "Baci ardenti di vita"). E Caino, consapevolezza vigile del suo essere uomo "maledetto", quanto ’riflesso’ della col­pa collettiva, si va inscrivendo, come in un inesorabile tun­nel, nel limite e nel cardine del tempo.•!! tempo della morte è (qui spesso viene ribadito): bruciare "la morte del tempo nel tempo". Caino, il nome che spetta, forse, un po’ a tutti noi, responsabili (se non altro per contiguità biologica), in misura diversa, dei delitti stessi del mondo, della morte im­punita degli innocenti, del dialogo afono nei confronti di quanti chiedono giustizia, s’impone in questa sede come metafora dell’ammonitrice presenza etica. Tale poesia, agil­mente mossa su un piano così irto di pericoli, è, comunque, capace di sfuggire al marchio della retorica, e, per certi aspetti, si affida, non all’aulicità che il congegno poematico con frequenza assume (segno della sua cifra creativa), ma al metallo ordinato della prosa, in un sostentamento loico, meno cantabile, capace di restituire suffragi maggiori alla dignità del ’grido’. Questa poesia, che viva o avverta le "aure fangose dell’incubo", diadema della sua stessa esistenza, non può non trasmettere la passionale esigenza d’interveni­re sul dialogo interumano dove il disegno della morte e della violenza assegna con ossessiva incidenza alla fragilità di questo spazio postmoderno. Tutto sembra avvenire, per Mar­chetta, "tra la veglia e il sonno", ma sostenuto da una lucidità estrema dei fatti spinosi dell’esistenza, del racconto del do­lore che non è meno sostanza del dolore stesso. D’improvviso, poi, s’erge la dispersione cui vanno destinate le anime, i sentimenti, lo sgomento per la perduta dimensione dell’inte­rezza umana, appena straziata sull’orizzonte dei "ritorni mo­renti"....
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Ben due lavori della presente trilogia nascono dalla collaborazione con il compositore Mario Modestini, a cui mi legano sentimenti di sincera amicizia.
Melopea per Mothia - operapoesia è concepita come “messa in scena” con voce narrante, canto, danza, una violoncellista e musica registrata. Hetaera Rosalia è invece un “oratorio” con voce narrante, soprano e orchestra.

Sua l’idea di fare un lavoro nuovo, con partiture orchestrali e testo poetico, su questa figura insieme misteriosa e affascinante a cui i palermitani dedicano il proprio culto. Ma tutti e tre i testi nascono come ricerca delle radici, conservano una dimensione corale, la vocazione ad essere narrati ad alta voce – parole in scena - attenti a cogliere il ricamo segreto della vita. Di ieri, di oggi, di sempre.
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dalla prefazione di Aldo gerbino:
Esiste una profonda innervazione storica tra Sicilia e Spagna. Un travaso di culture (al di là dell’egemonia tra “culture”, cosa non da poc) le quali, nella terra dove il mito s’incarna, assumono particolari connotati. Un molecolare assorbimento in forma di gesti, emblemi, tragiche efferatezze, fasti, oscure tensioni; un ispanismo (che coniugato alla tregicità greca) viene trascinato fino alle estreme conseguenze. E chi, meglio di Gonzalo Alvarez Garcia, poteva cogliere tutto questo, grazie alla sua fisiologica dicotomia che lo segna parimenti uomo di Spagna e di Sicilia?

Affascinanti pagine quelle in cui il territorio viene sospinto da un’onda spirituale; l’Andalusia, dove l’ozio è cultura, terra dell’arte e della pacatezza: la Galizia, segno profondo della morte e cifra della saudade: “desiderio del futuro” misto alla “nostalgia del passato”. E tra le linee morbide del siciliano Emilio Greco, prende consistenza, tra le pagine di questi saggi, l’impronta energica di José Ortega Y Gasset col suo Tema de nuestro tiempo, che innerva pensiero e storia. Tra questi motivi, immancabile la morte. Una educazione - scrive Ortega nel 1937 ricordando la scomparsa di Miguel De Unamuno - che può sostanziarsi in questo grande scrittore la cui “ vita, tutta la sua filosofia sono state, come quella di Spinoza, una meditatio mortis “.

Da questa meditazione il lungo e accorato racconto per saggi di Gonzalo Alvarez Garcia rinnova il suono profondo della Spagna; canto patetico e notturno dove si imbrigliano la vita e la morte, la sofferta malinconia dell’esistenza. Quell’amore che per Gonzalo è la Sicilia, mentre la Spagna par condensarsi nella piega nascosta della morte che porta con sé, da sempre come l’anima musicale di un “Cante Jondo ”.
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"La Pietra Filosofale era una medicina?"

"Non una semplice medicina, Paracelso ha dedicato buona parte della sua vita alla ricerca dell’agente più energetico che si potesse preparare, la Panacea Universale, un farmaco così potente da sconfiggere tutti i mali fino all’estremo di essi: la morte stessa!"

Ma alla morte violenta non c’è rimedio e il giovane poliziotto Lyssinum C. K. Bare si troverà suo malgrado a contrastare l’estrema delle malattie: l’omicidio.

Il detective, che accompagna la fidanzata a un corso di Omeopatia in un monastero, viene coinvolto in una serie di efferati delitti, aventi come filo conduttore la "Terapia Dolce" e la soluzione nelle sue classificazioni. A contrastarlo, oltre ad uno spietato assassino, le proprie fobie e le proprie paure... ...
€ 16,15 € 19
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Questo racconto origina da una tenebrosa e triste vicenda accaduta realmente negli anni ’50 in un piccolo paese non lontano da Palermo. Quando ciò accadde l’autore era ancora giovanissimo da allora è trascorso molto tempo, eppure il suo ricordo è vivido, anche se quando il paesino venne sconvolto da un efferato delitto, mai accaduto prima né dopo, l’autore lo visse come un diversivo alla noia imperante in quel piccolo centro agricolo che si animava solo nei mesi estivi con il sopraggiungere dei villeggianti dalla città.
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€ 6,80 € 8
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Il corpo di un uomo viene trovato, orribilmente mutilato e irriconoscibile, in una cascina della provincia di Agrigento.
Appare subito evidente che le indagini sull’identità della vittima e del suo assassino incontreranno non pochi ostacoli.

Il silenzio che circonda il delitto è radicato nella struttura sociale dell’isola e la collaborazione con le forze dell’ordine all’epoca della vicenda, i primi anni Sessanta, non è annoverata tra le abitudini della popolazione.
Un giornalista alle prime armi e un disincantato maresciallo investigano parallelamente, talora incrociandosi, per arrivare ciascuno al medesimo risultato.

Un thriller dall’andamento pacato, di taglio vagamente filosofico, un anomalo noir psicologico che conferma le capacità narrative di Pascal Schembri. ...
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Una grande città, la vita quotidiana, il traffico automobilistico, il frastuono, i problemi familiari, i ricchi che accumulano sempre più soldi e i poveri che sognano un gratta e vinci milionario.

Uno sparo in pieno giorno, davanti alla facoltà di Giurisprudenza di Palermo, mentre in via Maqueda la vita scorre come sempre, frenetica. Un uomo sui quarant’anni cade bocconi, centrato da un colpo d’arma da fuoco. È la soluzione totale. La vittima è un docente universitario. L’indagine finisce nelle mani di un giovane funzionario di polizia.

Delitto passionale? Omicidio di mafia? Cosa c’è dietro l’assassinio del professore?
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La fantasia è l’indispensabile completamento della realtà tenuta celata da un pesante macigno che opprime il petto di coloro che sanno, ma tacciono tremebondi e divorati dal rimorso sperando che un giorno giunga qualcuno a svellare quel macigno riportando alla luce quel verminaio che si nutre da secoli dal nocciolo sano e pronto per germogliare nel fertile umus di una Sicilia rigenerata.

L’attesa, fino ad oggi è stata vana e la Sicilia si è nutrita dei suoi figli, i pochi che hanno tentato di distruggere quell’immane macigno costringendomi a rifugiarmi nella fantasia, ma anch’essa a poco serve tranne l’illusoria vittoria della mia mente, quella mente che l’ha partorita senza nulla temere... la fantasia è un paravento dietro il quale non può giungere la scarica mortale e, a ben considerare, è molto simile, come consistenza, al vento e come al vento si disperderà in colpevole omertoso silenzio. ...
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"In questo guaio in cui ti sei ficcato e che tu chiami mystery, c’è un uomo morto che ancora deve morire e una donna che - come il tuo Clemendor - è tornata nella sua terra per cercare qualcosa."
"Cercare cosa?"
"Posso solo azzardare... non un oggetto ma qualcosa di meno fisico... qualcosa assai sfuggente come il tempo. Quella donna cerca il passato... Un fatto che deve essere accaduto circa venticinque anni fa. Prova ad immaginare invece di farti suggestionare da un sogno... Anch’io non posso dirti tutto, ma se fossi in te cercherei qualcosa accaduta circa venticinque anni fa... qualcosa molto simile alla storia botanica del mandarino che hai sognato." ...
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L’architetto Stephanie è stato chiamato per restaurare l’antico convento poco lontano dal paese di Valledombra. Un lavoro come un altro, verrebbe da dire, ma strane presenze occupano quelle mura, a cominciare dalle stesse suore e da un essere indefinito. Chi sarà mai? Un angelo, un diavolo o solamente un pazzo? E cosa ci fa all’interno di un convento in un paesino della Sicilia? Ma soprattutto: che cosa nascondono quelle strane suore dal comportamento così oscuro?

In un susseguirsi di vicende, Stephanie si troverà coinvolta in strani fatti, e dovrà fare i conti con storie inquietanti che circolano sul conto di quel posto. Rapimenti, suicidi, porte da non aprire, un’ala dell’edificio dove non potere accedere e uno strano essere che si aggira in quei luoghi, saranno ingredienti stuzzicanti per non catturare l’attenzione dell’affascinante architetto sempre a caccia di emozioni e, soprattutto, di guai.

Un thriller avvincente che tiene col fiato sospeso sino al suo epilogo, in un crescendo d’azioni, misteri e colpi di scena in cui religione, superstizione e realtà si intrecciano di continuo. ...
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