Francesco Busalacchi

Francesco Paolo Busalacchi (Palermo, 1945) è stato fino a qualche anno fa un "commis" della Regione Siciliana. Ha inoltre guidato per quasi dieci anni il Teatro Massimo Bellini di Catania, tutte esperienze queste che, seppure vissuta con intensità, non sono state vere risposte a una voce interiore.

Famiglie! Vi odio! è una saga familiare terribile e bellissima, così come terribile e bellissima è l’esistenza. Il romanzo si legge tutto d’un fiato. Coinvolgente e ben scritto, si avvale di un solido impianto narrativo che gli fa assumere un valore universale, e ogni lettore può riscoprire se stesso in qualcuno dei numerosi personaggi che popolano la vicenda.
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Seconda opera dopo La corona di tombacco, I guardiani del sì è una prova di maturità poetica, la costruzione di un percorso poetico saldo e maturo. Questo si avverte già nell’approccio alla scrittura, che trae origine dal robusto patrimonio culturale dell’autore, ma che sa farsi anche indipendente dall’autore stesso, riuscendo a instaurare un rapporto di comunicazione diretta con il lettore e creando sul piano stilistico una poesia che pone la propria forza precipuamente nell’evocatività della parola, che si fa specchio, scrittura sull’acqua. È questa la chiave di lettura della scelta di utilizzare una parola dotta e colta che richiama alla memoria archetipi ancestrali. Il mito è infatti una delle chiavi di volta dell’opera, il mito classico, la Thule, gli dei della tradizione. A fare però da contrappunto a questo vi è sicuramente la tradizione veterotestamentaria, che si percepisce spesso come uno dei passaggi principali di questa scrittura.
E poi vi è la Cabala, lo studio dei significanti, il nome di Dio che racchiude il senso del mondo. La ricerca di un dio infatti sembra essere uno degli obiettivi della silloge, di un dio che sappia vestirsi dei panni di meta e di strumento di realizzazione: “non sei un guerriero, / tu sei un apostolo pellegrino, / ma se dimentichi la tua causa / sarai solo un randagio”.

Nella costante rievocazione da parte dell’autore è possibile trovare in chiave rivissuta quasi tutta l’opera della tradizione letteraria.

Questo presuppone una abitudine ai classici forte, una pregnanza che deriva non dal mero citazionismo o dalla piacevole esibizione di conoscenza, ma da una interiorizzazione di quel tipo di cultura, che emerge quindi come un fatto naturale.

Ecco quindi che i riferimenti diventano spontanei e vengono integrati in maniera armoniosa con il tessuto della scrittura.

Accanto questo tipo di riflessioni, l’autore si ritaglia occasionalmente, specie nella prima parte della antologia, degli spazi più intimi, nei quali, complessivamente, pur mantenendo lo spirito che lo contraddistingue, racconta del proprio sentire e in particolare del proprio sentire amoroso.

Siamo di fronte ad una poesia di grande complessità e di non facile decifrazione: la decodifica infatti passa non solo per il mondo concettuale cui appartiene e da cui trae origine, ma soprattutto per l’atmosfera emotiva che contribuisce a creare, un’atmosfera di grande sospensione, quasi di attesa in alcuni passi, e comunque di grande fascino.

Questi sono dunque i temi principali della poetica de I guardiani del sì, temi difficili che si appoggiano sulla solida roccia di una struttura metrica curatissima, di una versificazione colta e dotta, eppure fresca e misurata. 
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Lungo i fili che reggono l’ordito della Storia ufficiale dell’Unità d’Italia, il romanzo costruisce una vicenda privata attraversata dall’impresa dei Mille.

È la storia di Serafina, un’orfana che dopo una serie di dolorose vicende personali si pone al seguito dei garibaldini appena sbarcati a Marsala, giunge fino a Gaeta e dopo la fine dei Borbone si unisce a una banda di briganti e disertori che combattono gli invasori piemontesi condividendone il destino.
Alla Storia ufficiale fanno da contraltare Abba, che tra le righe dice di più di quello che vorrebbe dire, poi l’indignato gesuita padre Curci e infine Carmine Crocco, il brigante semi-intellettuale.

Due le chiavi di lettura di questo complesso romanzo. Da un lato la riconduzione a quotidianità, a fatto, di vicende ormai eroicizzate e come tali consegnate alla storia, dall’altro la realizzazione di un esercito di mimesi linguistica, denso di ironia, inteso a ricreare anche a mezzo di un linguaggio alto l’ambientazione ottocentesca.

"...e anche Serafina vide davanti a sé, lontano lontano, l’Etna, immenso, sterminato, nereggiante, con in cima un largo sbuffo di fumo chiaro. Fermò il carro in uno slargo, si inginocchiò e si segnò. Al suo cuore ormai provato la grande montagna apparve come il rampante di un immane, crudele cuneo di roccia tenebrosa e fumigante, scagliato verso il sole da una forza immensa e avversa, sorta dalla profondità degli abissi per innalzare fino alla luce una terra ineguagliabile e inchiodarvela". 
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