Hermann Broch

Hermann Broch (Vienna 1886 - New Haven, Connecticut, 1951) scrittore austriaco. Figlio di un industriale, diresse per un certo tempo l’industria paterna, finché a quarant’anni non risolse di darsi allo studio della matematica, della filosofia, della psicologia e della letteratura. Nel 1931-32 fu pubblicata a Zurigo la sua prima opera, la trilogia narrativa I sonnambuli (Die Schlafwandler), mentre nel 1934 apparve L’incognita (Die unbekannte Grösse). In seguito B. si ritirò nel Tirolo, dove lavorò tra l’altro al romanzo Il tentatore (Der Versucher), pubblicato postumo nel 1953. Nel 1938, dopo aver patito la prigionia nelle carceri naziste, emigrò negli Stati Uniti, dove ottenne la cittadinanza americana e la cattedra di tedesco presso l’università di Yale, che tenne fino all’anno della morte. Nel 1945 diede alle stampe il romanzo La morte di Virgilio (Der Tod des Vergil) e nel 1950 un nuovo romanzo, Gli incolpevoli (Die Schuldlosen). Gli altri scritti di B. sono costituiti dal dramma Perché non sanno quel che fanno (Denn sie wissen nicht was sie tun, 1936), da racconti, da saggi critici (su Joyce, Hofmannsthal, sull’eredità mitica della poesia ecc.), da poesie e da un’indagine, rimasta frammentaria, sulla Psicologia delle masse (Massenpsychologie, postumo, 1959).Motivo centrale dell’opera di B. è lo sfaldarsi di una vita spirituale che ha smarrito obiettivi e valori. Interprete acuto dell’intima frattura e instabilità della società tedesca del Novecento, e indagatore della crisi sociale e morale dell’epoca borghese, B. ha intrecciato a questi temi anche una componente più risolutamente metafisica, esprimendo la solitudine angosciata di fronte alla morte, l’ansia d’infinito, la ricerca del divino. Ebreo convertitosi al cattolicesimo, ma soprattutto intellettuale consapevole della irrecuperabilità di certi beni perduti, B. vuole in fondo reperire alcuni elementi sostitutivi della fede, cercando in una sorta di nuova mitologia il medicamento necessario a un’età malata e prigioniera dell’oggettività. La narrativa sperimentale di B. si fonda su una strumentazione espressiva assai ricca in cui si alternano moduli di prosa naturalistica e brani poetici di alto lirismo, il dialogo drammatico e il saggio psicologico-filosofico. Il superamento del romanzo avviene infatti secondo molteplici direttrici; spesso B. sembra studiare non tanto la realtà quanto le virtualità che sono implicite in quel genere letterario e che segnano, al limite, la sua disgregazione. Densa di significati e di riferimenti culturali, di allusioni e di reminiscenze, di simmetrie interne e di amplificazioni (esemplare in questo senso l’immenso monologo interiore che costituisce La morte di Virgilio), la narrativa di B. è uno dei risultati più suggestivi e grandiosi della letteratura del nostro secolo.

«Inserire epoche storiche tanto diverse in una sola composizione», ha scritto Milan Kundera, è «una delle nuove possibilità, un tempo inconcepibili, che si sono aperte all’arte del romanzo del XX secolo non ap­pena ha saputo superare i limiti della fasci­nazione per le psicologie individuali e dedicarsi alla problematica esistenziale nel­l’accezione più ampia, generale, sovraindi­viduale della parola»; per poi proseguire: «...faccio riferimento ai Sonnambuli, dove Hermann Broch, per mostrarci l’esistenza europea travolta dal torrente della “degra­dazione dei valori”, si sofferma su tre distin­te epoche storiche: i tre gradini che l’Euro­pa scendeva verso il crollo finale della sua cultura e della sua ragion d’essere». Un torrente che parte, in questo primo pan­nello della trilogia romanzesca di Broch, dal tardo Ottocento, con lo smarrito Joa­chim von Pasenow, giovane Junker prussia­no, incerto se trasgredire i doveri di fami­glia e vivere alla giornata con la piccola Ru­zena, entraîneuse incontrata allo Jaeger­kasino, a Berlino, oppure seguire la via dell’«onore» e della tradizione, e chiedere in sposa l’avvenente Elisabeth, figlia di un proprietario terriero.
Ma è soprattutto nella forma letteraria, ag­giunge ancora Kundera, che Broch ha osa­to l’innovazione più audace, facendo en­trare nel romanzo il pensiero: una riflessio­ne che si rivela «tenacemente autonoma rispetto a ogni sistema di idee precostitui­te; non giudica; non proclama verità; si interroga, si stupisce, sonda; assume le forme più diverse: metaforica, ironica, ipotetica, iperbolica, aforistica, divertente, provoca­toria, estrosa; e soprattutto: non abbando­na mai il cerchio magico della vita dei per­sonaggi; è la vita dei personaggi ad alimen­tarla».

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