Bernardo Puleio

Democrazia e Tragedia

Democrazia e Tragedia di Bernardo Puleio

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ISBN: 978-88-7676-245-1
Edizione 2004, 209 PAGINE


Politecnico Mediterraneo - Sociologia


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Ad Atene, nel V secolo a.C., si attua una profonda e significativa Rivoluzione, imperniata sulla conquista del potere dal basso, ad opera del demos: il potere dell’assemblea, sia pure con alcune contraddizioni, segna la nascita non solo della democrazia, ma pone anche le premesse per un risvolto antropologico e culturale significativo, caratterizzato dala nascita di una cultura nazional-popolare, in grado di ristrutturare, in senso pienamente democratico, il mito e la tradizione precedenti.

Democrazia e tragedia investica, attraverso tre saggi monotematici ed un’appendice conclusiva, incentrata sull’Antigone e sull’Edipo tiranno di Sofocle, i rapporti tra potere e cultura, tra tragedia ed egemonia politica, individuando nell’ateniesità, nell’elaborazione mitica della rappresentazione di ua società unica e giusta, filantropicamente vicina ai più deboli, il prototipo fondamentale di un progetto sociale che mira a formare, a tratro, una nuova classe dirigente, orgogliosamente autocosciente dei propri compiti.
La tragedia, mediante il terapeutico controllo delle emozioni, ricorrendo alla catartica liberazione dal’angoscia esistenziale, incanala il tragico nella più rassicurante foma della finzione teatrale, rovesciando, al contempo, edipicamente, l’eroismo della tradizione aristocratica in eccesso e dismisura, ponendo la necessità della costituzione di un nuovo paradigma celebrativo, connotato dalo spazio pubblico occupato dalla polis democratica, che nella sua corale moderazione, assurge ad esempio di sapenzale virtù

Errore e colpa nella tragedia italiana del Cinquecento di Bernardo Puleio

Bernardo Puleio

Il sedicesimo secolo è il periodo della rivisitazione dei testi classici e del successo della Poetica aristotelica. Tuttavia, le formulazioni teoriche scaturite dalle poetiche cinquecentesche e la lettura dei testi tragici (ingiustamente poco noti) forniscono una visione disperata dei rapporti tra società e potere. Il potere, sempre legato a un’inquietante epifania di thanatos, minaccia costantemente i cittadini senza alcun rispetto per la morale e la misura.

La violenza è il suo linguaggio preferito e solo la violenza può essere lo strumento della liberazione tragica. La gratuità del male, la spietatezza, l’orrore fanno dell’esercizio del potere un elemento angosciante. Seviziare, squartare, smembrare sono i mezzi adoperati, in una sorta di pedagogia del terrore, per indurre i sudditi all’obbedienza.

In quest’ottica la tragedia italiana aumenta, senza fine, le paure e i timori, senza alcuna possibilità di catarsi. Infatti, gli oggetti rappresentati non sono percepiti come lontani o inverosimili, ma sono connotati dalla triste attualità.

Il corpo viene esibito (nelle tragedie come nelle pubbliche piazze) come il trofeo su cui la violenza sacra, cioè ultima e definitiva, non vendicata e non vendicabile, del potere (sia laico che religioso) si diverte a compiere ogni sorta di scempiaggine, tracciando i segni di una scellerata affabulazione, di una semantica dello strazio. Solo un gesto di uguale e contraria violenza, come il tirannicidio, può, ma momentaneamente, nella certezza che la prassi reale è ben altra cosa, liberare, fittiziamente, sul proscenio, dall’inquietante rappresentazione onnivora del potere.

Una tragedia senza catarsi, specchio delle paure e dei sovvertimenti etici patiti dalla società italiana, campo nascente dell’antimachiavellismo.

Prende forma, pertanto, un genere non amato nelle corti, in quanto non è funzionale agli interessi di chi governa (a differenza della commedia che, nella eccezionalità del momento festivo e trasgressivo, postula, per contrasto, la rigidità normale e normativa delle censure e delle differenze sociali).

Ma c’è di più: la tragedia è il campo dell’azione fittizia che prelude alla lotta vera e propria degli oppositori ai regimi assoluti, soprattutto a Firenze. 


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