Rassegna stampa

Una raccolta dei migliori articoli di giornale sulle pubblicazioni della Nuova Ipsa editore di Palermo

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La Repubblica - Palermo del 02 marzo 2008
Garibaldi e Sorel
Rivoluzione siciliana  
 
Prendete l’epopea garibaldina, aggiungetegli la filosofia di George Sorel e filtrate tutto con la cultura siciliana. Ne verrà fuori un mix ibrido e poco strutturato, eppure capace di diventare una guida adeguata per capire la Sicilia di inizio Novecento. "Lu Sissanta di Marsala a Palermu" da poco ristampato per la casa editrice Nuova Ipsa (a cura di Vito Mercadante junior, pagine 134, 6 euro), è proprio questo: un poemetto epico e rievocativo del Generale e dei suoi picciotti, ma anche un arnese non troppo arcaico per decifrare quanto quel mito abbia inciso come sprone e additivo sulle lotte contadine siciliane.
L’autore fa il nome di Vito Mercadante, classe 1873, sindacalista di Prizzi e poeta dialettale che non disdegna la composizione di vivaci saggi polemici. Iscritto alla Facoltà di Ingegneria dell’Università di Palermo, abbandona presto gli studi per la morte del padre. Si impiega così nelle ferrovie, ma si dedica anche alle lotte condotte dai Fasci siciliani, a Prizzi. All’inizio del Novecento – ha da poco superato la trentina – ecco la svolta. Scopre George Eugene Sorel. È una sorta di rivelazione, che si trasforma in una specie di apostolato laico.
Mercadante inizia a diffondere tra i contadini le idee del filosofo francese. Legge e rilegge le "Considerazioni sulla violenza", approdate in Italia sotto gli auspici dell’editore Giuseppe Laterza, con la traduzione di Antonio Sarno e un’introduzione di Benedetto Croce. E si entusiasma a tal punto da rispondere piccato allo stesso filosofo napoletano, che sulla "Voce" di Prezzolini accusa Sorel di debolezza concettuale. Ma fa di più: scrive un pamphlet vivace e originale, tutto di stampo soreliano, "La ferrovia ai ferrovieri", che riscontra il plauso di Vilfredo Pareto, deciso a scriverne di suo pugno la prefazione.
E i suoi sforzi non si fermano qui. Mercadante è infatti un appassionato di Garibaldi, di cui ha letto e di cui ha avuto tramandato le gesta. Ricordandosi dell’adesione del "Generale" alla Prima Internazionale («L’Intenazionale è il sol dell’avvenire», aveva scritto nel 1872 in una lettera indirizzata a Celso Ceretti), decide quindi di porre a raffronto le "Considerazioni sulla violenza" di Sorel con l’epopea dei Mille. Nasce così il poemetto dialettale, ora ripubblicato a distanza di un secolo dalla sua unica edizione.
Si intuisce sin da subito che l’impronta di "Lu Sissanta" è molto caratterizzata. E la riprova è che le gesta raccontate da Mercadante non iniziano, come si può immaginare, a Quarto, bensì a Marsala. L’atmosfera è quella delle missioni impossibili, l’aria che si respira quasi apocalittica: «Lu celu è annuvulatu / chi è trubba la marina / chi tanfu d’abbruscatu / pri feudi e pri jardina». Garibaldi appare sin da subito come «lu Furtissimu», «marinaru senza uguali / ‘ntra l’America purtentu / cavalieri mai vidutu».
E ben presto Mercadante, scrivendo il poemetto, si lascia prendere la mano. Risente in modo nettissimo del fascino del suo eroe, "Garibaldo". Ne descrive le virtù, fino a rappresentarlo come un vero e proprio demiurgo, capace di plasmare un intero popolo e di volgerlo al bene comune. E così facendo sembra quasi dimenticarsi dell’insegnamento del suo maestro, Sorel appunto, che in quegli anni va sostenendo che il proletariato non ha bisogno di guide, potendosi da sé solo organizzare. Ma il poeta di Prizzi vede giusto: al di là di tutto, il mito garibaldino è funzionale alla dottrina del filosofo francese. Sorel è convinto infatti che l’azione libera generi un mondo fantastico, contrapposto a quello storico.
Mercadante affonda così a piene mani nell’avventura dei Mille e la volge alle sue personali convinzioni. Tanto da farsi persuaso, anni dopo, che la prima guerra mondiale, sia l’occasione, per l’auspicata rivoluzione. Chiede di partire per il fronte, ma, complici anche i suoi trascorsi politici, non viene reclutato. Nel 1936, muore per un cancro allo stomaco. Nel testamento, un’unica indicazione, destinata al nipote Tommaso: essere seppellito nella fossa comune come un contadino qualsiasi, uno dei tanti da lui difesi. 
 
Aurelio Pes
 
 
 
 


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