Politecnico Mediterraneo

Nuova Ipsa Editore

 

L’opera di Pietro Lanza di Scordia (1807-1855) saggista, storico, pubblicista, si presenta come interessante e, per alcuni aspetti, originale espressione dell’impegno politico e civile di un intellettuale nella Sicilia borbonica. Esponente autorevole e stimato del liberalismo moderato, pretore di Palermo nel 1835-38 e nel 1848, anno in cui, assunto il titolo di principe di Butera, entrò a far parte della Camera dei Pari, ministro nel 1848-49, esule dopo la restaurazione borbonica, Lanza di Scordia unì all’attività politica e di pubblico amministratore la riflessione costante sul passato e soprattutto sul presente dell’isola, esposta in molti dei suoi scritti. Convinto estimatore delle secolari istituzioni siciliane quanto critico attento alle problematiche del tempo, non tralasciò di esercitare attraverso le sue opere quella che riteneva, come molti scrittori in quel periodo, una doverosa azione di incitamento verso gli stessi siciliani e di monito nei confronti del governo borbonico. Sicilianista appassionato, si rivela tuttavia studioso aperto ai ‘tempi’ e alla realtà di stati italiani ed europei più progrediti, riscontrata personalmente nei frequenti viaggi e durante l’esilio, come nei rapporti con esponenti di alto rilievo della cultura, della storiografia e della politica. 

Dall’analisi delle opere e della varia pubblicistica del Lanza di Scordia emergono la personalità culturale e politica, la concezione della storia, l’operosità civile. La monografia propone il profilo di uno studioso sinora trascurato e, insieme, uno spaccato della Sicilia dei primi decenni dell’Ottocento e del rapporto, nella peculiarità che questo assunse nell’isola, fra storiografia e politica, fra intellettuali, società e regime borbonico. 
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Il confronto culturale e professionale con gli operatori di aiuto in campo sociale e sanitario ha permesso di evidenziare, pur con il filtro delle diverse sensibilità personali, la varietà della declinazione culturale e delle diverse età, il rapporto comune con le dimensioni, le fasi e le modalità del cambiamento e dei transiti siano essi generazionali culturali o ambientali e ci ha fatto mettere a fuoco come primo tema da affrontare il registro del paterno. Questo libro è, dunque, il frutto di una condivisione delle sensibilità, dei vissuti, dei ricordi personali, delle tracce coglibili nel patrimonio storico-artistico e letterario, nei tanti codici normativi, etici, religiosi che ispirano e connotano il qui e ora ma che si alimenta di un lì e allora di cui si tende a perdere le tracce. Un lì e allora legato alla Storia e alle tante storie di ciascuno di noi, così come alla tradizione ed alla cultura di appartenenza la cui acquisizione e interiorizzazione tanta parte viene ad assumere nel determinismo e nella consistenza del funzionamento psichico. Mediterraneo, Padre, dunque, per porre a confronto diversi ambiti disciplinari e interrogare il senso del paterno nella cultura mediterranea, per coglierne la costituzione archetipica, l’evoluzione, l’incessante dialettica simbolica, i bruschi accapo imposti dalla cultura contemporanea. Gli interventi, affidati a importanti personalità del mondo scientifico, della cultura e delle professioni di aiuto, si configurano come momenti di scandaglio epistemologico, ma costituiscono al contempo pretesto per la creazione di un’officina di esperienze umane, un laboratorio ideale dove riflettere sul rapporto con il padre o con la paternità attraverso. L’auspicio è che i lettori possano condividere nuove prospettive sulle connotazioni che la cultura mediterranea ha impresso al senso del paterno e possano trovare forse, un’occasione supplementare per chiedersi se portino ancora, in che misura, con quale e consapevolezza e quali ritorni emotivi il proprio Anchise sulle spalle…...
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Questo libro è dedicato agli adolescenti, in particolare a quella fetta minoritaria che, nella civiltà occidentale, sembra soffrire di una apparente miseria emozionale, valoriale e spirituale, dentro un vuoto esistenziale in cui sono intrappolati. E’ rivolto agli adulti, genitori, insegnanti, politici, antropologi, teologi e a tutti gli operatori del settore medico-psico-socio-educativo perché, attraverso le storie cliniche dei ragazzi emerse dalle indagini effettuate nelle scuole e nelle università, nei centri per adolescenti e risultate dalla personale esperienza clinica sul campo dell’Autrice, più che ventennale, si possano comprendere, interrogandosi e mettendosi in discussione, i “disastri” determinatisi nei nostri giovani, cercando ognuno a suo modo di porvi riparo. Dopo una disamina della realtà adolescenziale odierna e del malessere che la caratterizza, viene concentrata l’attenzione sui disagi più frequenti: da quelli di tipo emotivo-affettivi a quelli legati ad un’alterata costruzione dell’immagine corporea, da quelli comunicativo cibernetici a quelli affettivo-sessuali, da abuso di sostanze e comportamentali, in un dialogo ponte tra psicoeducazione e neuroscienze. L’identità della persona adolescente sembra frammentata e spezzata. Le storie e i racconti clinici parlano da soli: La maschera della vergogna; Il complesso di Pollicino; La Lolita sul cubo; Mi bevo mi sballo e mi fumo; La palla di grasso nascosta sotto la Pelle d’asino; Il Musicista autistico; Gianburraschino il Ritalino; La Bella addormentata; Il poeta dai tanti tic; Un alieno nella mente; Il Ranocchio principe. Si ringraziano tutti i protagonisti “tipo”di queste storie, in cui ognuno potrebbe riconoscersi, per aver mandato, spesso inconsapevolmente, i messaggi del loro pathos, attraverso i quali entrare, rispecchiandosi, nel loro cervello emotivo, scoprendone finalmente la password di accesso! L’amore e l’empatia può salvarci e salvarli? Si, oltre alla via emotivo-affettiva e ai metodi psicopedagogici sperimentali di fabulo-arte-terapia, neuroestetica ed emozioni qui riportati e tratti dai manuali ARCHETIPI DELL’UNI VERSO ed EROS FABULARS.

Tavole test per le emozioni, tavole fabulars e di neuroestetica GIULIA DE FILIPPI
Giulia Di Filippi, artista di fama internazionale, è nella collana presenze della Giorgio Mondadori. Dopo la SERIE VERSO 1, HOLOS, EROSOPHY, è approdata, nel campo dell’arteterapia, alla neuroestetica in un continua ricerca sperimentale tra arte e cervello. Cofondatrice del Laboratorio sperimentale psyc”olos”art.
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Antonio Luigi Paolilli, nato a Sulmona nel 1958, insegna materie giuridiche ed economiche negli istituti superiori ed è cultore di Economia politica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce. Ha pubblicato articoli di modellistica applicata all’economia.

Giglielmo Forges Davanzati (autore della prefazione), nato a Napoli nel 1967, è professore associato di Storia del pensiero economico e titolare dell’insegnamento di Economia politica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Lecce. Ha pubblicato volumi e saggi su temi di economia del lavoro, di storia del pensiero economico e di etica economica.

Ferdinando Boero (autore della postfazione), nato a Genova nel 1951, è professore ordinario di Zoologia presso la facoltà di Scienze MM.FF.NN. dell’Università di Lecce. Ha pubblicato su temi di biodiversità, ecologia, biologia evoluzionistica.
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Ad Atene, nel V secolo a.C., si attua una profonda e significativa Rivoluzione, imperniata sulla conquista del potere dal basso, ad opera del demos: il potere dell’assemblea, sia pure con alcune contraddizioni, segna la nascita non solo della democrazia, ma pone anche le premesse per un risvolto antropologico e culturale significativo, caratterizzato dala nascita di una cultura nazional-popolare, in grado di ristrutturare, in senso pienamente democratico, il mito e la tradizione precedenti.

Democrazia e tragedia investica, attraverso tre saggi monotematici ed un’appendice conclusiva, incentrata sull’Antigone e sull’Edipo tiranno di Sofocle, i rapporti tra potere e cultura, tra tragedia ed egemonia politica, individuando nell’ateniesità, nell’elaborazione mitica della rappresentazione di ua società unica e giusta, filantropicamente vicina ai più deboli, il prototipo fondamentale di un progetto sociale che mira a formare, a tratro, una nuova classe dirigente, orgogliosamente autocosciente dei propri compiti.
La tragedia, mediante il terapeutico controllo delle emozioni, ricorrendo alla catartica liberazione dal’angoscia esistenziale, incanala il tragico nella più rassicurante foma della finzione teatrale, rovesciando, al contempo, edipicamente, l’eroismo della tradizione aristocratica in eccesso e dismisura, ponendo la necessità della costituzione di un nuovo paradigma celebrativo, connotato dalo spazio pubblico occupato dalla polis democratica, che nella sua corale moderazione, assurge ad esempio di sapenzale virtù

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Quando due anni or sono il Prof. Aldo Gerbino mi manifestò il desiderio di raccogliere in un volume degli scritti in onore del nostro Maestro Arcangelo Pasqualino, in occa­sione della sua nomina ad Emerito di Anatomia, conferitagli al termine della Sua car­riera universitaria, fui subito entusiasta che l’iniziativa fosse partita da uno degli ultimi allievi del Professore Pasqualino, entrato a far parte, mio tramite, del gruppo morfologico palermita­no. Ritenni allora indispensabile, per concretizzare il progetto, prendere contatto non soltanto con i colleghi morfologi palermitani e siciliani, ma anche con i colleghi, soprattutto istologi, di altre Università italiane, in qualche modo legati, per varie motivazioni, al nostro Maestro.

Mi piace attestare con legittimo orgoglio che all’unanimità i cari colleghi da me intervistati, pur gravati dai loro impegni lavorativi, con non celato plauso per l’iniziativa, si resero imme­diatamente disponibili, a testimoniare con un loro contributo scientifico, la loro stima nei con­fronti del Maestro.

Non è un caso fortuito che questo volume veda la luce in occasione del 52° Congresso della Società di Anatomia che si tiene quest’anno a Palermo, poiché esso può rappresentare, per certi versi, un suggello e un’attestazione del prestigio riscosso dalla Scuola morfologica palermita­na. Quale primo suo Allievo, dopo tanti anni di frequentazione al suo fianco, ho la presunzione di affermare che gli addetti ai lavori ben conoscono la levatura scientifica e didattica del Prof. Arcangelo Pasqualino, per cui mi limito semplicemente ad affermare che con la sua autorevole operosità, Egli onora, perpetuandola, la gloriosa tradizione della Scuola morfologica palermi­tana che ebbe, tra gli altri, Emerico Luna, suo Maestro, uno dei suoi più fulgidi rappresentanti.

Questo volume rivela inoltre, a parer mio, un ulteriore, insolito, pregio: esso non è nato per una fruizione commerciale, ma per testimoniare un tributo di affetto da parte di colleghi esti­matori del nostro Maestro, evento raro, direi, nei tempi che attualmente viviamo, gravidi di egoismo e prevaricazione, completamente svuotati di ogni senso di rispetto e di riconoscenza.

Sono certo pertanto che il nostro Maestro, assolutamente ignaro di questa iniziativa, terrà con sé, con legittimo compiacimento e tra le cose più care, questa prova per così dire palpabile, dell’affetto nostro per Lui.

Mi è caro rivolgere un sentito e sincero ringraziamento ai colleghi che con squisita sensibi­lità hanno permesso la realizzazione di questo volume.

Ad Aldo Gerbino, artefice di questa lodevole iniziativa e del suo felice compimento, espri­mo con affetto il mio speciale grazie. Un particolare ringraziamento va infine all’Editore che, incurante degli intenti commerciali, con ammirevole comprensione, si è sobbarcato ad una non indifferente fatica.

Vincenzo Tessitore
dall’Istituto di Istologia ed Embriologia Generale
Palermo 16 giugno 1998


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La schizofrenia costituisce, senz’alcuna ombra di dubbio, il più importante proble­ma di tutta la moderna psichiatria. E ciò non solo perché questa malattia possiede un gran­dissimo significato sociale; ma anche perché il suo enigma biologico la allontana, per tanti punti di vista, da tutte le regole note della medicina.

La letteratura che si occupa di questo problema è immensa ed aumenta ogni giorno di più; ma sovente i vari contributi invece di apportare un raggio di luce, sia pure molto fievole, che possa in qualche modo contribuire alla sua soluzione, non fanno altro che infittire ancora di più il buio che lo circonda con la conseguenza di rendere ancora più ardua la soluzione dei vari problemi clinici che la malattia comporta.

Le principali oscurità di questo appassionante problema possono senz’altro essere considerate le seguenti:

1) grave e spesso permanente degradazione della funzione psichica alla quale non fa riscontro alcun substrato lesionale certo;
2) aspetto fenomenologico di un’alterazione importante che, nello stesso tempo, è incomprensibile nella sua struttura psicopatologica e difficilmente intuibile nella sua patogenesi;
3) decorso quanto mai diverso e spesso imprevedibile di un raggruppamento sintomatologico molto vasto e variabile.

Se si pone attenzione al gran numero di concezioni che sono state finora postulate ed alle tante diverse posizioni assunte dai diversi ricercatori, di fronte al problema della schizofrenia e delle psicosi schizofreniche, ci si rende conto di quanto complessa sia la problematica con la quale ci confrontiamo.

Si tratta di un’unità nosolofica? Oppure le sindromi schizofreniche sono forme distinte ed indipendenti l’una dall’altra? Sono reazioni biologiche oppure reazioni pura­mente psichiche della personalità? Sono autentiche somatosi? Esistono sintomi veramen­te patognomonici che ci consentono, in clinica, di isolare con certezza le psicosi schizofre­niche? Si tratta di una malattia ereditaria? La sua causalità è endogena oppure esogena? Perché tanto polimorfismo clinico? È la schizofrenia primitivamente cerebrale o extrace­rebrale? Queste e tante altre domande si presentano alla mente di chi si accinge allo studio della schizofrenia ed incomincia a meditare sulle diverse ipotesi prospettate.

La tesi che verrà prospettata e sostenuta in questo lavoro è che le schizofrenie sono dovute ad una catena causale i cui principali anelli sono rappresentati da:

1) struttura costituzionale;
2) risposte progressivamente difettose ed abitudini nocive di pensiero e sentimento;
3) eventi ed esperienze psicologiche stressanti;
4) processi organici di natura, il più delle volte, dismetaboliche.

Queste condizioni, infatti, sono tutte forze che, in maniera subdola, tendono a disor­ganizzare e frantumare la personalità nel modo più vario. Fra tutti questi anelli causali, però, quelli che, a mio avviso, esplicano il ruolo più importante sono quelli che riguardano la struttura costituzionale che pertanto, in ultima istanza, sono quelli che affondano le loro radici nella biologia genetica del soggetto.

È evidente, però, che questo mio punto di vista non potrà, sic et simpliciter, essere accettato e condiviso da tutti gli studiosi dell’argomento; esso, tuttavia, servirà a stimolare la riflessione e la discussione che mi auguro pacata e costruttiva.

Sulla base di questo mio punto di vista, comunque, è senz’altro possibile, a mio avviso, conciliare fra loro le due maggiori tesi che attualmente si contendono il campo dell’interpretazione genetica della malattia, vale a dire quella organicistica e quella psicoge­netica, poiché esse, ad una più attenta e pacata valutazione ed analisi dettagliata dimostrano che, lungi dall’escludersi l’un l’altra, si integrano e completano vicendevolmente.

È da tener presente, comunque, che il punto di vista da me espresso ha sempre il valore di una ipotesi che è né più né meno fondata di tutte le altre finora prospettatte; ma se dinnanzi ai tanti problemi ancora insoluti della Psichiatria non si assumono posizioni per l’una o l’altra ipotesi o teoria non si perverrà mai all’apertura di una breccia nelle difese di questa problematica.

Di fronte a ciò che è sconosciuto, tutti i suggerimenti, tutte le opinioni ed i punti di vista sono, a mio avviso, lodevoli anche se essi non rappresentano niente di più che l’ansia e l’inquietudine di gettar luce là dove è buio fitto.

Quando, di fronte ad un problema come quello della schizofrenia, si mantiene un atteggiamento statico di raccolta di dati, di teorie e di ipotesi, senza poi cercare di valorizzarli, di ottenere da essi un preciso atteggiamento di fronte al problema, fosse anche solamente di tipo speculativo e di carattere puramente personale, in un campo come questo in cui non esiste quasi niente di definitivamente ammesso come autentica verità, quella posizione di immobilismo risulta, oltre che inerte, del tutto sterile. Viceversa, a suo confronto, l’altra, anche se non conduce alla certezza e serve soltanto come giudizio transitorio, fino a quando l’autentica verità non giunge fino a noi, risulta sempre più produttiva.

E questo il motivo per cui il mio atteggiamento, di fronte alla problematica attuale dell’etiopatogenesi della schizofrenia, oltre che critico è speculativo. Sicché non è del tutto escluso che i risultati di indagini future potrebbero anche indurmi a dover cambiare, in tutto od in parte, le mie opinioni.

Ad ogni modo lo scopo principale di questo mio lavoro, frutto di una esperienza clinica quarantennale, è quello di fornire una visione del problema che sia la più chiara possibile ed una guida alla soluzione pratica dei vari quesiti clinici che la malattia quotidianamente comporta. […]

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Il sedicesimo secolo è il periodo della rivisitazione dei testi classici e del successo della Poetica aristotelica. Tuttavia, le formulazioni teoriche scaturite dalle poetiche cinquecentesche e la lettura dei testi tragici (ingiustamente poco noti) forniscono una visione disperata dei rapporti tra società e potere. Il potere, sempre legato a un’inquietante epifania di thanatos, minaccia costantemente i cittadini senza alcun rispetto per la morale e la misura.

La violenza è il suo linguaggio preferito e solo la violenza può essere lo strumento della liberazione tragica. La gratuità del male, la spietatezza, l’orrore fanno dell’esercizio del potere un elemento angosciante. Seviziare, squartare, smembrare sono i mezzi adoperati, in una sorta di pedagogia del terrore, per indurre i sudditi all’obbedienza.

In quest’ottica la tragedia italiana aumenta, senza fine, le paure e i timori, senza alcuna possibilità di catarsi. Infatti, gli oggetti rappresentati non sono percepiti come lontani o inverosimili, ma sono connotati dalla triste attualità.

Il corpo viene esibito (nelle tragedie come nelle pubbliche piazze) come il trofeo su cui la violenza sacra, cioè ultima e definitiva, non vendicata e non vendicabile, del potere (sia laico che religioso) si diverte a compiere ogni sorta di scempiaggine, tracciando i segni di una scellerata affabulazione, di una semantica dello strazio. Solo un gesto di uguale e contraria violenza, come il tirannicidio, può, ma momentaneamente, nella certezza che la prassi reale è ben altra cosa, liberare, fittiziamente, sul proscenio, dall’inquietante rappresentazione onnivora del potere.

Una tragedia senza catarsi, specchio delle paure e dei sovvertimenti etici patiti dalla società italiana, campo nascente dell’antimachiavellismo.

Prende forma, pertanto, un genere non amato nelle corti, in quanto non è funzionale agli interessi di chi governa (a differenza della commedia che, nella eccezionalità del momento festivo e trasgressivo, postula, per contrasto, la rigidità normale e normativa delle censure e delle differenze sociali).

Ma c’è di più: la tragedia è il campo dell’azione fittizia che prelude alla lotta vera e propria degli oppositori ai regimi assoluti, soprattutto a Firenze. ...
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La terra cruda non rientra nel consueto novero dei materiali da utilizzare nelle costruzioni, nonostante essa costituisca una presenza diffusa nelle architetture storiche, tradizionali e contemporanee, nei più disparati contesti. L’indiscutibile coerenza col sempre più attuale obiettivo della sostenibilità non riesce a superare i frequenti pregiudizi che ne osteggiano la concreta applicazione nell’odierno scenario delle pratiche costruttive.

La Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Caltanissetta ha promosso una Giornata di studi per raccogliere contributi sul tema della terra cruda nelle costruzioni, allo scopo di richiamare l’interesse di istituzioni ed operatori sul ruolo che tale materiale può ancora oggi assumere, particolarmente in Sicilia, Regione che custodisce notevoli architetture archeologiche in terra cruda (di cui le mura di Capo Soprano a Gela costituiscono l’esempio più conosciuto) e in cui le strategie di valorizzazione locale del territorio rivestono estrema attualità.

L’iniziativa della Giornata di studi è correlata allo svolgimento di una ricerca, finanziata dal Ministero per l’Università e la Ricerca scientifica, sull’argomento Conoscenze scientifiche, sperimentali e tacite e azioni di conservazione di architetture in terra cruda in Italia del Sud.

La Giornata di studi è stata tenuta a Caltanissetta, presso il Museo Archeologico di Contrada Santo Spirito, il 29 giugno 2007; responsabile scientifico è stata Maria Luisa Germanà, su designazione della Sovrintendente Rosalba Panvini.
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