Guido Bellocchio

Nato a Torino nel 1960, si laurea con lode in Odontoiatria e Protesi Dentaria all’Università di Torino nel 1985 con tesi degna di pubblicazione sulla determinazione della perdita ossea nella Malattia Parodontale con indagini radiologiche e sondaggio. In possesso del Diploma in Omotossicologia e Discipline Integrate, si occupa da oltre 20 anni di Medicine Complementari in Odontoiatria. È autore di diverse pubblicazioni scientifiche nel campo della Medicina Funzionale, della Radiologia Odontostomatologica e della Medicina Legale Odontostomatologica. Tra il 2001 e il 2006 ha frequentato i corsi di Omeopatia Classica organizzati dall’AIOT.La sua esperienza nelle Medicine Complementari comprende l’omeopatia classica, l’omotossicologia, la medicina funzionale, la Floriterapia di Bach, la kinesiologia applicata e l’elettroagopuntura sec. Voll, la rimozione terapeutica delle otturazioni in amalgama, l’impiego di materiali tachionici: la sua filosofia operativa è ispirata ad una ”Odontoiatria a misura d’uomo”. Dal 1996 al 2000 ha insegnato presso la Scuola dell’Associazione Medica Italiana di Omotossicologia (AIOT).
È stato altresì docente presso la Scuola Italiana di Medicina Funzionale, dove si occupa del trattamento olistico della Malattia Parodontale; ha collaborato anche con il Centro Studi Universitari Internazionali di Lugano come relatore in corsi e seminari. Membro permanente della Consulta dei Relatori della Associazione Italiana Odontoiatri dal 2002; membro del Gruppo Piemontese di Studi Omotossicologici “Prometeo” dal gennaio 2004.
Dal marzo 2009 dirige il Gruppo di Studio per le Medicine non convenzionali in Odontoiatria costituito, per sua stessa iniziativa, in seno alla sede di Torino dell’Associazione italiana Odontoiatri, della quale è stato anche socio fondatore e primo vicepresidente provinciale. Nel 2011 ha pubblicato, coautore Levio Cappello, il libro La Bocca tra Psicosomatica e Omeopatia.

Una trattazione rigorosa e ineccepibile che non s’accontenta di mostrare un’equilibrata sintonia tra conoscenze e rigore metodologico, ma fa a gara nel catturare la nostra attenzione con quello simbolico e archetipico, approfondito e ricchissimo di riferimenti.
Il Mercurio, allegoria del cammino dell’uomo, seduce, stupisce e tradisce. Incarna la metafora della mutevolezza, rapidamente trasformandosi da farmaco sottile, ricco di promesse, in terribile veleno. Ricorda ai lettori l’ambivalenza del nostro desiderio di ricerca, divenendo nel corso della storia sia materia essenziale di strumenti di raffinata precisione che grossolano intruglio utilizzato per soddisfare la bramosia dell’oro.
Il Mercurio diviene il “veleno dei veleni”, un modello dell’utilizzo disinvolto che noi uomini spesso facciamo di molte sostanze per poi accorgerci tragicamente del danno che abbiamo procurato a noi stessi e al nostro mondo. È un’occasione simbolica, in questi anni difficili per il pianeta, che invita a riflettere e cambiare, ci incoraggia, dunque, a considerare quella trasformazione che tanto caro rese il Mercurio agli alchimisti.
Nelle scuole odontoiatriche s’insegnava l’uso dell’amalgama e quanta energia e dedizione fu necessaria perché scolpire restauri di questo materiale divenisse un’arte in quella branca dell’odontoiatria che prende il nome di “conservativa”. Ma tanto più grande fu la dedizione e l’energia che consentì, già a metà degli anni ’80, a pochi pionieri di mettere in discussione quell’operato per i dubbi che divennero poi certezze sulla sua nocività. Erano anni in cui la medicina specialistica si affermava con sempre maggior splendore eppure, anche in un settore così specifico come l’odontoiatria, accadde ad alcuni di noi che guardavano nella loro interezza quello straordinario miracolo biologico rappresentato dai nostri pazienti, i conti non tornavano: stavamo usando con leggerezza un veleno perché “era solo per restaurare dei denti”. Con onestà e fermezza fummo tra quanti dissero “abbiamo sbagliato” e cambiammo rotta. Ecco il dono che, nella nostra modesta esperienza, l’incontro con Mercurio “il mutevole” ha portato: imparare un atteggiamento nuovo fatto di umiltà; attenzione al tutto pur partendo dal particolare; abbandono delle certezze. Scoprimmo la forza che viene dal riconoscere il proprio errore e le infinite possibilità che si presentano quando si è disposti ad accogliere ciò che non ci si aspetta.

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