Opere di Giovanni Meli

Nuova Ipsa Editore

Collana dedicata alla produzione letteraria di Giovanni Meli.
Comitato scientifico:
Beatrice Alfonzetti (Università di Roma, La Sapienza), Matteo di Gesù (Università di Palermo), Fransce Fedi (Università di Pisa), Aldo Maria Morace (Università di Sassari), Michela Sacco Messineo (Università di Palermo) 

La Fata Galanti (1762) è il primo poema in versi composto e recitato dal ventenne Giovanni Meli nella moderna accademia, la Galante Conversazione, che il principe di Campofranco aveva aperto nel suo palazzo di Palermo (oggi palazzo Valguarnera-Gangi) nel 1760. L’opera sviluppa finalità diverse: encomiastiche, nei confronti del padrone di casa, ma anche e sullo stesso piano dei confratelli massoni; volontà di mostrare le proprie ampie e sicure conoscenze della tradizione letteraria, filosofica e scientifica; desiderio di distinguersi intelligentemente in un’innovazione moderata, in nuove combinazioni della tradizione e soprattutto nel saperla piegare con una sorta di sorriso ironico e divertito, che a volte diviene riso aperto, nelle forme e nei modi della cultura cittadina, soprattutto popolare, dell’epoca; mostrare, per questa via, un punto di vista interno ma superiore rispetto a questa classe di appartenenza; far conoscere la propria ortodossia (religiosa e filosofica) e quindi presentarsi quale legittimo candidato per la confraternita massonica del Campofranco che con la sua Conversazione portava a Palermo ciò che aveva sperimentato nelle sue frequentazioni parigine.

Ne viene fuori un poemetto dalla vena leggera e delicata, tra Ariosto e Berni (non senza però la lettura di Giulio Cesare Cortese) che trascorre dal serio e rispettoso al tono decisamente comico e irriverente e svela nel Meli capacità evidenti di abile verseggiatore.

La nuova edizione ne restaura l’ultima volontà dell’Autore riportando il testo dell’edizione 1814 e, insieme con le varianti dei manoscritti, ne riporta quelle dei testi a stampa delle edizioni ’62, ’69, ’87.

L’analisi critica dell’opera e dei suoi rapporti intertestuali è preceduta da un’ampia ricostruzione della vita culturale di Palermo e della Sicilia della metà del Settecento e, in particolare, da una completa ricognizione sulle accademie siciliane e, in particolare, della Galante Conversazione e sugli intellettuali che ad essa aderirono.  ...
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Nella letteratura europea del Settecento l’antica tradizione della poesia pastorale conosce una ripresa vigorosa e viene reinterpretata alla luce di interessi del tutto moderni: la riflessione sull’ordine cosmico e il suo sistema di forze inaugurata dalle ricerche newtoniane, l’approccio filosofico allo studio del tempo naturale e del tempo storico (regolati entrambi da un andamento ciclico), la diffusione dei modelli di sviluppo economico fondati sulle teorie fisiocratiche.

In questa nuova prospettiva si colloca anche il progetto de La Buccolica di Giovanni Meli, poema composto di egloghe e idilli in dialetto siciliano, suddiviso in quattro sezioni intitolate alle stagioni dell’anno e pubblicato fra il 1787 e il 1814. Sia nell’ampiezza che nella varietà dei metri e dei registri quest’opera rivela la felice disponibilità dell’autore ad assimilare e rifondere originalmente alcuni recenti esempi europei (da Pope a Thomson, da Saint-Lambert a Gessner) e l’illustre tradizione ‘sicula’, ricondotta con orgoglio a Teocrito.

Così, sotto il segno di Pan, nei versi meliani si alternano segmenti lirici in cui l’amore è celebrato, lucrezianamente, come «focu dilicatu» che «scurri e va di cosa in cosa», e terzine celebrative di un mondo agricolo dai connotati utopici, pacifico e laborioso, retto dalla giustizia e dalla fratellanza. E ancora, alla rivendicazione della necessità di educare gli uomini così come si coltivano le piante (temperando «pri la via di lu cori e di la menti» la forza selvaggia dell’istinto) si accostano le lodi dell’antica sovranità di Gelone siracusano, che impiegò la sua forza non per spargere il sangue ma «a stabiliri in tronu la raggiuni», o la contemplazione ammirata delle infinite specie che popolano l’aria, le acque e la terra, fino all’«occulti vii» delle sue profondità, in cui la natura custodisce pietre e metalli preziosi confusi «tra rocchi, crita e fangu».

Il volume presenta il testo Buccolica nella redazione critica già felicemente messa a punto da Giorgio Santangelo, ma con una nuova traduzione italiana di Michele Purpura, l’introduzione e il commento di Francesca Fedi.
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Le Favole morali furono davvero l’ultima opera di Giovanni Meli? A testimoniarlo ci sarebbe l’ultima edizione delle Opere curate dallo stesso autore nel 1814 tra le quali esse videro per la prima volte la luce, ma la tradizione manoscritta sembrerebbe testimoniare una diversa, più complessa e tormentata costruzione del testo.

L’edizione curata da Salvatore Zarcone per tutte le Opere di Giovanni Meli per i tipi Nuova Ipsa ricostruisce per la prima volta questo percorso attraverso le varianti dei numerosi testimoni rimastici, certamente più numerosi delle altre opere dello scrittore palermitano, che documentano il lungo e complesso lavoro di elaborazione soprattutto dal punto di vista linguistico e della costruzione del discorso favolistico meliano.
Meli fu di certo maestro in questo genere e forse, per riprendere almeno il giudizio di Francesco de Sanctis, il migliore dei nostri favolisti del Settecento, ma insieme è da sottolineare, oltre al volere e al significato poetico già abbondantemente documentato dalla tradizione, l’interesse sociale che sta alla base di queste composizioni. Le sopraffazioni, le ingiustizie, le iniquità, le azioni ingiuste e vili trovano ampia rappresentazione in un mondo in cui sono sempre i deboli a pagare, sempre gli umili a soccombere e spesso gli animali di Meli velano appena appena personaggi e situazioni reali della società coeva, fanno capo ad avvenimenti e situazioni ampiamente riconoscibili e individuabili nell’ancora duramente feudale società siciliana.

Il punto di vista dell’autore è anche quello di uno scienziato, quale egli era in realtà, che osserva i comportamenti animali non con la superiorità del metafisico che è certo della propria differenza e della propria distanza da quel livello, ma con l’umiltà e l’ammirazione dell’uomo di scienza che osserva, considera e riconosce forme e modi non soltanto simili ma, com’è il caso della fedeltà del cane, anche superiori a quelli dell’uomo.
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