Colapesce

Nuova Ipsa Editore

Raffinata collana di poesia e carteggi

Beppe Galasso, medico e poeta, nasce a Palermo nel novembre del 1955, cresciuto sotto la guida di Cesare Sermenghi, poeta, archeologo, scultore e pittore, buon amico di Sciascia e Guttuso, che lo educa allo studio dei poeti contemporanei. Consegue la maturità al liceo classico Meli ai tempi del professore Cannata, guida di giovani promesse, fra cui Gianni Riotta e ne subisce il fascino rivoluzionario.
Dal ’74 all’81 completa gli studi di medicina specializzandosi in nutrizione e diventando esperto in omeopatia e agopuntura... Quandi si trasferisce a Bergamo e Milano, dove tutt’ora vive e lavora.
Dopo un intimo travaglio, approda, spronato da Anna, figlia di Cesare, alla sua prima silloge poetica, raccogliendo frammenti ed esperienze personali, maturate nella sua vasta esperienza di medico e studioso dell’animo umano. ...
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Una intensa ed emozionata poetica della memoria che caratterizza la silloge "È luntana la sira" di Tania Fonte trova nella verità del dialetto siciliano il veicolo espressivo e comunicativo più autentico. La raccolta rivela, sotto il profilo letterario, il proprio maggior pregio nella qualità alta del dettato linguistico, riuscendo a conferire a ogni lirica un pathos di nostalgie e di speranze.  ...
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Non so come questi versi suonino nella lingua originaria con la quale sono stati concepiti ma credo che anche la traduzione fornita dalla stesso poeta contenga quella musica interiore che sembra affidata alla lahuta della tradizione albanese con quanto di nostalgia e di memoria fermenta ancora nell’anima dell’autore che da italoalbanese siciliano conserva tale stato d’animo nei suoi precordi.

Si tratta di una silloge, quasi una biografia sintetica in versi, dove la storia personale, l’amore, la quotidianità e la memoria del passato costituiscono un humus poetico che si fa canto stringato e talvolta solenne che parla di una Arberia di Sicilia come luogo dell’esistere e del vivere in una continuità col passato rivolto alla decifrazione del presente; una sorta di autobiografia in versi, appunto, che si rivela a se stessa e alla nostra sensibilità di lettori che riconosciamo Istanbul e Teresa di Calcutta, la casa siciliana e la terra del Kosovo, i legami familiari e le allusioni incantate ad un eros “acqua e fuoco” che esprime pienamente l’umanità e la religiosità di un uomo che sa attraversare e vivere la vita guardando verso il cielo e aperto al vasto orizzonte della cultura nella quale sa trovare i fondamenti che nutrono la sua poetica visione della realtà.  ...
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Vincitore del 40° premio internazionale di poesia città di Marineo.
"Giunto alla sua quarantesima edizione il Premio Internazionale di poesia "Città di Marineo" ha voluto ulteriormente approfondire e verificare l’efficacia della sua formula per dare maggiore pregnanza alla lingua siciliana, quale fulcro insostituibile della nostra identità. Nella fattispecie abbiamo voluto creare per l’inedito in dialetto, una sezione che ponesse in evidenza non la singola lirica, bensì un’opera compiuta di trenta poesie, con diritto alla pubblicazione da parte di una nota casa editrice, quale nel nostro caso la Nuova Ipsa di Palermo, che potesse diffondere meglio il messaggio di un poeta o di una poetessa di valore. In questo modo siamo riusciti ad ottenere una nutrita partecipazione di molti autori dialettali che certamente hanno voglia di affermarsi nel panorama culturale nazionale..."  ...
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Il computer, con la sua pagina bianca sempre pronta o più spesso un foglio con una penna accanto, questi gli strumenti che nei momenti difficili, o quando un colore, un fruscìo o uno sguardo, hanno colpito il mio mente/cuore, ho usato, e ormai sempre uso, per dare vita ad una emozione liberandola nella forza delle parole o dei colori.
È soprattutto il silenzio, che mai ho sentito a causa della malattia all’orecchio, ma che ho spesso vissuto, che ha dato vita a pensieri, forse poesie, che hanno avuto effetti liberatori su quanto vivevo, o subivo, o credevo di subire.
Un giorno ho raccolto questi appunti, nascosti in alcuni file e tanti cassetti, e ho ritrovato me stessa al passato.
Un percorso duro, come capita nella vita di molti, ma che ognuno vive come esclusiva sofferenza.

Nadia Gaggioli è Presidente dell’Associazione Malati Menière Insieme Onlus (AMMI Onlus).

Il dipinto in copertina, Sole e Luna, è dell’Autrice.

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Il conciso canzoniere della poetessa contiene varie caratteristiche delle maqamat, dalla mistica alla musica. La composizione unisce la semplicità ad una misteriosità accompagnata dalla musica, peculiarità connaturale alla forma poetica in generale e, in particolare, derivata
dalla melodia e dall’armonia d’ogni singolo verso, ma più importante di tutto è il lato esoterico e arcano di questa raccolta poetica.
I tòpoi utilizzati nel divan della Gherib si riscontrano abbondantemente fra le opere della mistica islamica in entrambe le sue lingue principali, cioè il persiano e l’arabo.

La dimora delle quindici prostrazioni dal punto di vista prosodico è un componimento moderno e i versi non seguono le regole della metrica quantitativa della letteratura classica arabofona. Probabilmente tra i vari temi presenti nella poesia della Gherib, il più interessante da trattare in questa breve introduzione è il dialogo surreale che emerge ampiamente nel corso del divan. Si tratta di domande, risposte, apostrofi e dialoghi esoterici che si svolgono fra i vari personaggi presenti nell’opera: ad esempio, tra la poetessa e il Signore, oppure il Veglio, o comunque un’altra esistenza suprema; personaggi sconosciuti e misteriosi che interloquiscono fra loro medesimi con un linguaggio pieno di riferimenti mistici e trascendentali.

Per quanto riguarda la retorica, il canzoniere è abbastanza denso, con similitudini, allusioni, metafore, ripetizioni e paronomasie facilmente rintracciabili; ma in questo quadro retorico la figura più rilevante è l’allegoria: una specie di tota allegoria che narra la storia dello sviluppo mentale e spirituale della poetessa, in un percorso immaginario e soprannaturale.
Un percorso che invita il lettore a scoprire lo splendore di un reame ignoto, situato tra l’Oriente e l’Occidente, la luce e l’oscurità, la realtà e l’immaginazione, lo spirito e la materia. ...
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Seconda opera dopo La corona di tombacco, I guardiani del sì è una prova di maturità poetica, la costruzione di un percorso poetico saldo e maturo. Questo si avverte già nell’approccio alla scrittura, che trae origine dal robusto patrimonio culturale dell’autore, ma che sa farsi anche indipendente dall’autore stesso, riuscendo a instaurare un rapporto di comunicazione diretta con il lettore e creando sul piano stilistico una poesia che pone la propria forza precipuamente nell’evocatività della parola, che si fa specchio, scrittura sull’acqua. È questa la chiave di lettura della scelta di utilizzare una parola dotta e colta che richiama alla memoria archetipi ancestrali. Il mito è infatti una delle chiavi di volta dell’opera, il mito classico, la Thule, gli dei della tradizione. A fare però da contrappunto a questo vi è sicuramente la tradizione veterotestamentaria, che si percepisce spesso come uno dei passaggi principali di questa scrittura.
E poi vi è la Cabala, lo studio dei significanti, il nome di Dio che racchiude il senso del mondo. La ricerca di un dio infatti sembra essere uno degli obiettivi della silloge, di un dio che sappia vestirsi dei panni di meta e di strumento di realizzazione: “non sei un guerriero, / tu sei un apostolo pellegrino, / ma se dimentichi la tua causa / sarai solo un randagio”.

Nella costante rievocazione da parte dell’autore è possibile trovare in chiave rivissuta quasi tutta l’opera della tradizione letteraria.

Questo presuppone una abitudine ai classici forte, una pregnanza che deriva non dal mero citazionismo o dalla piacevole esibizione di conoscenza, ma da una interiorizzazione di quel tipo di cultura, che emerge quindi come un fatto naturale.

Ecco quindi che i riferimenti diventano spontanei e vengono integrati in maniera armoniosa con il tessuto della scrittura.

Accanto questo tipo di riflessioni, l’autore si ritaglia occasionalmente, specie nella prima parte della antologia, degli spazi più intimi, nei quali, complessivamente, pur mantenendo lo spirito che lo contraddistingue, racconta del proprio sentire e in particolare del proprio sentire amoroso.

Siamo di fronte ad una poesia di grande complessità e di non facile decifrazione: la decodifica infatti passa non solo per il mondo concettuale cui appartiene e da cui trae origine, ma soprattutto per l’atmosfera emotiva che contribuisce a creare, un’atmosfera di grande sospensione, quasi di attesa in alcuni passi, e comunque di grande fascino.

Questi sono dunque i temi principali della poetica de I guardiani del sì, temi difficili che si appoggiano sulla solida roccia di una struttura metrica curatissima, di una versificazione colta e dotta, eppure fresca e misurata. ...
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Non è facile leggere le opere di Adeeb Kamal Ad-Deen e non lo è neanche tradurle! Bisogna innamorarsi del suo alfabeto e sopratutto imparare, prima di decidere di tuffarvisi sentro, ad ammirare da lontano le coste e le onde del suo mare......
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Non ho la presunzione di pensare a me come ad un poeta; illustri autori, infinitamente bravi e più coinvolgenti di me, hanno scritto opere che rimarranno indelebili nelle menti e nei cuori di noi tutti. Con questi piccoli componimenti ho voluto soltanto riversare un po’ di me in parole, con la speranza di suscitare in chi legge anche solo una piccola emozione.

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La Poesia è “il linguaggio che canta”. Canta, anche quando la disperazione, l’angoscia, l’ansia ne turbano le note, perché essa reca sempre con sé un’intelligenza profonda, una “ragione” basata sull’istinto, sulla sensibilità, sul desiderio appassionato di “esserci”.
Quale dimensione e qualità generata dallo spirito che individua nella nostra esistenza, quello strano alchemico impasto d’eternità e quotidianità, la Poesia, incontrastata protagonista, veste il colore del tempo, ovvero quella particolare sfumatura che sa offrirci un soffio d’attualità....
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dalla prefazione di Aldo gerbino:
Esiste una profonda innervazione storica tra Sicilia e Spagna. Un travaso di culture (al di là dell’egemonia tra “culture”, cosa non da poc) le quali, nella terra dove il mito s’incarna, assumono particolari connotati. Un molecolare assorbimento in forma di gesti, emblemi, tragiche efferatezze, fasti, oscure tensioni; un ispanismo (che coniugato alla tregicità greca) viene trascinato fino alle estreme conseguenze. E chi, meglio di Gonzalo Alvarez Garcia, poteva cogliere tutto questo, grazie alla sua fisiologica dicotomia che lo segna parimenti uomo di Spagna e di Sicilia?

Affascinanti pagine quelle in cui il territorio viene sospinto da un’onda spirituale; l’Andalusia, dove l’ozio è cultura, terra dell’arte e della pacatezza: la Galizia, segno profondo della morte e cifra della saudade: “desiderio del futuro” misto alla “nostalgia del passato”. E tra le linee morbide del siciliano Emilio Greco, prende consistenza, tra le pagine di questi saggi, l’impronta energica di José Ortega Y Gasset col suo Tema de nuestro tiempo, che innerva pensiero e storia. Tra questi motivi, immancabile la morte. Una educazione - scrive Ortega nel 1937 ricordando la scomparsa di Miguel De Unamuno - che può sostanziarsi in questo grande scrittore la cui “ vita, tutta la sua filosofia sono state, come quella di Spinoza, una meditatio mortis “.

Da questa meditazione il lungo e accorato racconto per saggi di Gonzalo Alvarez Garcia rinnova il suono profondo della Spagna; canto patetico e notturno dove si imbrigliano la vita e la morte, la sofferta malinconia dell’esistenza. Quell’amore che per Gonzalo è la Sicilia, mentre la Spagna par condensarsi nella piega nascosta della morte che porta con sé, da sempre come l’anima musicale di un “Cante Jondo ”.
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Dimensione sacrale ed esterrefatta potremmo definire il per­corso poematico sostenuto da Davide Marchetta, e sotteso, fino allo spasmo, nei ventisei ’movimenti’ di questo "Io sono Caino". Una posizione emblematica e tragica, nel momento in cui anche la società contemporanea appare attraversata dal drammatico dibattito sulla pena di morte (ne è testimo­nianza, sul versante della poesia, il recente impegno a più voci di "Baci ardenti di vita"). E Caino, consapevolezza vigile del suo essere uomo "maledetto", quanto ’riflesso’ della col­pa collettiva, si va inscrivendo, come in un inesorabile tun­nel, nel limite e nel cardine del tempo.•!! tempo della morte è (qui spesso viene ribadito): bruciare "la morte del tempo nel tempo". Caino, il nome che spetta, forse, un po’ a tutti noi, responsabili (se non altro per contiguità biologica), in misura diversa, dei delitti stessi del mondo, della morte im­punita degli innocenti, del dialogo afono nei confronti di quanti chiedono giustizia, s’impone in questa sede come metafora dell’ammonitrice presenza etica. Tale poesia, agil­mente mossa su un piano così irto di pericoli, è, comunque, capace di sfuggire al marchio della retorica, e, per certi aspetti, si affida, non all’aulicità che il congegno poematico con frequenza assume (segno della sua cifra creativa), ma al metallo ordinato della prosa, in un sostentamento loico, meno cantabile, capace di restituire suffragi maggiori alla dignità del ’grido’. Questa poesia, che viva o avverta le "aure fangose dell’incubo", diadema della sua stessa esistenza, non può non trasmettere la passionale esigenza d’interveni­re sul dialogo interumano dove il disegno della morte e della violenza assegna con ossessiva incidenza alla fragilità di questo spazio postmoderno. Tutto sembra avvenire, per Mar­chetta, "tra la veglia e il sonno", ma sostenuto da una lucidità estrema dei fatti spinosi dell’esistenza, del racconto del do­lore che non è meno sostanza del dolore stesso. D’improvviso, poi, s’erge la dispersione cui vanno destinate le anime, i sentimenti, lo sgomento per la perduta dimensione dell’inte­rezza umana, appena straziata sull’orizzonte dei "ritorni mo­renti"....
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Ecco la Poesia, colei che da sola illumina i fiacchi movi­menti della Ragione; poesia, "Diamant sans rival", perenne­mente incastonato sulla casa del mondo dal suo fervido ’Pastore’.
Eppure, per il romantico Alfred de Vigny (1797-1863), qui limpidamente tradotto da Gina D’Angelo Ma­tassa, si attesta la luce della passione e il pigmento strug­gente del sentimento terrestre e celeste, per riversarsi in un pessimismo capace, però, di riconoscere la sua essenza pri­maria nella materia stessa dell’universo, nella valenza socia­le e religiosa, nella incommensurabile grandezza di Dio, nella percepita vastità del cosmo: manifesto "spazio del corpo della terra". E alla grandezza impervia dell’animò ecco annodarsi, in questo fluviale incedere di versi, il ’sen­so della decorazione’, non quello fine a se stesso, ma quello impregnato (e quindi motore) di un protosimbolismo agile e profondo. Così (come in Wanda: una storia russa, poemetto del 1847) gli anelli, le perle, i sigilli, i diamanti, i ce­sellati bracciali, i sacri talismani, conducono tra i "ghiacci eterni", stravolgendo il ’dolore’ nel ’colore’ intenso della perenne azzurrità della storia. Allora i paesaggi umani, da "Mosé" all’adultera dal letto "cosparso di aloe e mirra", anelano, come tutto in Vigny — poeta di Loches, indimenti­cato autore delle Destìnéès, dei "Poemi antichi e moder­ni", scrittore drammatico — alla ricerca costante di una to­tale purità dello spirito. Di certo rifulge (oggi ancor più visibile) il succo aereo della vita con le sue luci abbaglianti, i lutti impenetrabili, le apocalittiche visioni che più tardi ritroveremo, ma con un intento e spessore diversi, in alcuni ’poemoni’ di Mario Rapisardi. Infine scorgiamo le sue rac­colte e dignitosissime lacrime stellare su ogni improvviso apparire d’abisso, forma non negletta di conoscenza, cui molto deposito è devoluto alla poesia e ai suoi ’profeti’.

Aldo Gerbino


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€ 8,93 € 10,5
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Come una sorta di micro-epopea etnica (sangue siculo-alba­nese) si offre questo «anacronistico», ma gustoso "reprint" del romanzo siciliano di Nicola Di Marco Cuccia, dal titolo L’ombra, pubblicato dal supplemento Domenica del «Gior­nale di Sicilia» dal maggio 1945 al gennaio 1946, in 30 pun­tate, firmate con lo pseudonimo Rocco Santamaria. E appaiono manifeste le ascendenze con i padri del romanzo popolare e veristico: da Vincenzo Linares al Verga, meno a quelle proprie del ’feuilleton’ caro all’inventiva di William Galt, per il quale manca l’esasperazione dell’intreccio stori­co, la passione per le architetture urbane e la toponomastica. Qui, invece, troviamo un’affollata ritrattistica (il truce Ros-somaligno, la dolce Santa d’Ignoti dalla carnagione d’avorio, l’irruente Turi di Padron Gaspare Lena, la volitiva Ntonietta di padron Carmine Papa, don Rocco Manolesta, zu’ Giurlanno Massaru Ciccu, Mastro Angelo Testalonga, i beccamorti Massaro Ntoni Coppola, Mastro Costantino lo Scimunitu, il papas Simone Castriota, la gna’ Carminuzza Linguacciuta, Massaro Ntoni Capra, donna Rosa, Nofrio Nzinzula con lo spirito del gigante Ferraù, e tanti altri); essa accompagna nel suo essere un’interessante lettura sociopsicologica e antropo­logica, innervata da un cromatismo linguistico e paremiologico che non può non ricondurci al Pitré demopsicologo, alle pieghe di una tradizione orale d’ampia efficacia e icasti­ca pregnanza. L’ombra della morta ammazzata, portatrice di sventure (un’ombra da scacciare a colpi di croci), sacrificata dalla cecità dei costumi e delle miopi usanze, vaga per il paese di Contessa Entellina, si sposta per le campagne di Chiusa; in questi luoghi, amori, umori, enfasi sentimentali, iracondie e bigotte osservanze destrutturano un minuscolo cosmo votato all’oscurantismo, avvertendo, comunque, nel picaresco incedere degli eventi, dove ruota l’amore tra Turi e Santa, il declino d’una civiltà. Nicola Di Marco Cuccia (che rileggiamo a quaranta anni dalla scomparsa) tratta tutto que­sto materiale con vivacità espressionistica, leggendo, quasi attraverso una fisiognomica darwiniana, tracce di vicende e volti, esilaranti accadimenti umani e ambientali.

Aldo Gerbino
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€ 8,08 € 9,5
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Qualcosa di ancestrale, di amniotico, di magmatico e lucido insieme, insiste, con perentoria fierezza, in questi versi di Giovanni Occhipinti, elaborati alla fine degli anni Ottanta e raccolti sotto il titolo L’ac­qua e il sogno. Non a caso l’innervazione che si offre, quasi dolente, sul versante delle stazioni poe­tiche, dislocata nella interfaccia dei singoli versi, in bilico su di uno sprofondamento d’abisso, o protèsa (quasi) in una sorta di desiderio navigatorio nel cyberspazio disposto tra remotissime virtuali galassie, o volta alla ricerca di un platonico iperuranio, o an­cora diretta per biologica appartenenza alle raggela­te certezze del mito, appare qui risolta in forma di un reticolo ombroso costellato di incertezze, dubbi, di addensati frammenti della memoria. Occhipinti investe tutto nel suo ipermetro cauto e coinvolgen­te; quale corporeità gorgonica egli dispone il nutri­mento al turbine dell’anima; e in questo turbine tut­to vi trova alloggiamento, la funzione primigenia: dalle elitre degli insetti, alle pigmentazioni metafisi­che imposte dal diorama della pittura, ai suoni, coinvolgendo, in una sorta di espressionismo verba­le, la condizione più intima dei rapporti umani. Così: amore, sesso, dialogo estraniante, volti fami­liari, affetti, sentimenti, trovano la loro giustificazio­ne nell’autunno dell’esistenza (tempo privilegiato dei resoconti), in quella piega debole arricchita da­gli occhi di figli, nipoti, e nei quali il poeta riflette il suo scoramento, soprattutto per ritrovarne la subli­me ragione del suo esserci lungo "l’asse che condu­ce a dio". Dalla graduale perdita delle capacità d’opposizione al frastuono della quotidianità, affiora, quale flebile suono umano, quell’incerto "mi spau­ra", che punteggia - e rasserena - il ritmo incalzante del racconto poetico. In tale dispersione emotiva resta comunque a galleggiare, sulle acque laminanti, la fronda esile di un’incomparabile, diafana, pena.

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"UNA, SEMPLICE, CONOSCIBILE, SERENA"
La casa della contrada Noce, verso la metà degli anni Ottanta - dove Sciascia mi attendeva, insieme al suo amico d’infanzia e poeta Stefano Vilardo, emanava un corrusco effetto di luce.

Appariva confusa al tremore labile dell’orizzonte cementizio di Agrigento, appena stemperato dal sorri­so amaro dello scrittore di Racalmuto.

Un pomeriggio estivo intenso e silenzioso, innerva­to da una quiete che faceva crescere dentro parte d’ani­ma pronta a entrare in consonanza con quella piega sciasciana fatta d’impegno civile, e sostenuta da un’idea "alta" della politica.

La verità e l’esercizio della protesta, della contraddi­zione, furono, oltre lo spigoloso tema della poesia, i grani essenziali di quel nostro lontano colloquio.

«Ho contraddetto e mi sono contraddetto», diceva Sciascia (e lo ripete, con l’impeto d’una giovinezza in­tellettuale, Gina D’Angelo Matassa, in questa sua taci­tiana verifica dell’ Utopia nel Candido di Sciascia). In questa frase vi aleggia il fondato timore di come le esercitazioni sulla verità, tendano, poi, a renderla non plastica (se non addirittura anaplastica), a ridurre l’es­senza stessa che la governa. Si parlò della morte, del­l’angoscia (temi, qui sviluppati in apertura del volumetto), e del lenimento prodotto dallo stato d’inno­cenza. Argomenti, questi, affrontati, con passione lai­ca, da Gina D’Angelo Matassa, nutriti da una sorta di lucida mestizia, pronti a dipanare vicende della lettera­tura e della storia, con il condimento della memoria, depurata, per fortuna, dalla "infezione" dell’autobiografismo.

Sulla semplicità e sull’evidenza della verità parlam­mo in quel meriggio con l’indagatore del Candido: e ancora della diffidenza da lui avvertita nei confronti della poesia («a me piace dire le cose dalla "a" alla "zeta"», rifletteva; mentre sul suo comodino staziona­vano i versi di Sereni; e, non a caso, diresse, fino alla morte i poetici "Quaderni di Galleria", e, non a caso, le sue prime esperienze furono di carattere poetico).

Le nostre "divergenze" ci portarono, grazie alla sua franca articolazione di raissoneur, verso l’insita bellez­za dell’idea di verità, che proprio in virtù della sua accecante evidenza, veniva "non vista", e, colpevol­mente corrosa, andava mostrando, attraverso la sua iperstruttura, la cancrena tutta umana su cui poggiava. «La verità esiste» - ribadisce Gina - «è una, semplice, conoscibile, serena». Proprio in virtù di questa "strut­turale" grazia, genera inestinguibili complicazioni, fraintendimenti, angosce. È la persistenza di Candido, nella densità "greve" di questo tempo, a darci, forse, un possibile strumento di pietà (utile l’esercizio della pietà sollecitato da Lèvi-Strauss), ma anche a rilevarci la nostra biologica condizione al martirio intellettuale non appena le sovrastrutture culturali s’impossessano della nostra mente.

"Semplicità? Casualità?", con queste parole, ricor­do ci congedammo da Sciascia, dopo aver accennato alle biologiche indicazioni di Monod sul "caso e la necessità" e alle perenni quanto attuali interrogazioni di Sant’Agostino.

Il bagliore che ci aveva accolto, aveva però, a poco a poco, ceduto il posto ad ombre screziate d’un verde cupo, approdo di un inquietante frangersi d’elitre.

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dalla prefazione di Aldo Gerbino:
E’ una “pesantezza lanosa” quella che avvolge il teatro esistenziale di Emilio Paolo Taormina: formazione alla vita e rarefazione, apprendistato per un eistere contro la neghittosa impudenza della realtà.

Palermo vibra, quale corda tesa mai pronta a lacerarsi, nello scorcio di un tempo che, al di là della cronologia (dagli anni Cinquanta ai Sessanta), denuncia il suo umore distruttivo e invitante, sinuoso e colmo di ulcerazioni.

Il bancone di vendita d’un negozio di dischi si trasforma così in banco di prova alla vita, scenario su cui affiorano personaggi confrontati di continuo con l’illusione, con le amarezze dell’Autore, mescolate alla sua réverie poetica, pronte a sfaldarsi con le più tenaci aspirazioni. Anche il paesaggio urbano fa da cornice alla lingua dell’anima e all’azione autobiografica; la luna diventa corpo bianco e squamoso “come il ventre di un merluzzo”, o cosparsa di filamenti, o color del rame; essa è midolla di tenui lucori, di frammentate aspirazioni, di odiosi incontri e soffici, quanto fuggevoli, amori. Il negozio (negozio dell’anima e del corpo) diventa allora, in questa prosa tenue e suasiva, osservatorio privilegiato; esso contende alla strada (Palermo, forse, è l’unica città italiana ad ospitare una via “Terrasanta”), un tempo avvolta dal profumo degli aranceti e cosparsa dalla voluttà della zagara, il guazzabuglio dell’esistenza, l’orgogliosa ricerca per la comprensione del “giusto peso dell’anima”.

Quel sentimento di dolore e di pena sottile è raccolto nelle trame di un paesaggio sonoro, ricco delle tracce struggenti di sassofono (forse quello di Charlie Parker?) e densi liquori sul volto afono del tempo.

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€ 5,27 € 6,2
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Il libro è stato concepito per i lettori la cui età va dai dieci ai tredici anni e nasce dall’intuizione e dalla fantasia che si intrecciano nel gioco delle parole sin quasi a farne un luogo di divertimento e di riflessione.

Nella scelta dei testi narrativi l’Autore ha tenuto conto della psicologia del pre-adolescente, sicchè il libro riesce fruibile anche senza l’intervento di intermediari.

L’aspetto narrativo e fantastico dei racconti ha una presa immediata sul giovanissimo lettore e il mondo che rivive nel libro suscita rispondenze dentro di lui. La “leggibilità” del libro consiste nella coincidenza tra l’esperienza del lettore e lo spirito del testo narrativo, la cui lunghezza (altro criterio di “leggibilità”) o durata non è mai psicologicamente eccessiva.

L’Autore ha di proposito voluto insistere sulla dimensione favolistica dei racconti per meglio sottolineare, tra divertimento e pensosità, le ambizioni, le vanità, le passioni, i buoni sentimenti, le buone e le cattive azioni dell’uomo, le distorsioni del progresso e della tecnologia. Tutti temi che appartengono alla nostra contemporaneità e su cui è doveroso far riflettere, sia pure attraverso un tono scherzoso e grottesco, i giovanissimi che si avviano a divenire la generazione responsabile di domani. Una sorta di “Libro cuore” contemporaneo.

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€ 5,10 € 6
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Nella "Conta delle ore", lungo il crinale ch’era la via del grano, la poesia di Pino, dall’infinità coglie la realtà dei luoghi con le sue cose e le sue anime ritornanti.
Riscopro, proprio adesso, riallacciando brandelli di memoria, che nel completare quei versi, la tua presenza lungo il Ticino diventa simbolo della identificazion tra nord e sud, che trova nella cultura contadina l’espressione ultima e assoluta della condizione umana, lungo quella valle che per noi è il fiume Torto

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€ 6,80 € 8
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Dalla prefazione: “ ...L’innocenza cui Giardina ha aspirato, e che ascrive alla ragazzaglia, è, in fondo quella virtù che noi gli riconosciamo e che abbiamo già ritrovato -come perenne tensione- nell’atto di “fede e d’ingenuità” (così come veniva definita questa tensione da Fausto Pirandello) o in quella esistenza, volta all’ideale della fanciullezza, riscontrabile intatta nella poetica fluviale di un Palazzeschi. Nel cosmo di Giardina ogni cosa si popola di liberi cittadini, di bimbi, di poeti scorribandieri, animate boscaglie, donne in amore dall’olezzo penetrante e modesto del “ Paglieri “, di luminose giornate, tormentate soltanto dalla minaccia oscura della distruzione meccanica, pronta a imbavagliare tutto nel tentativo di una ossessiva cristallizazione, senza alcuna possibilità di riscatto. I ragazzi seguono, stupefatti, il poeta ambulante per le strade di Bagheria, di Godrano, di Villafrati, accomunati da un inno burlesco e ingenuo. Si accende, allora, il grido improvviso che s’innalza sul corpo piatto di Rocca Busambra fino alle brughiere, ai pascoli, ai tetti grigiastri..”

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Un fatto di sangue, atroce, inatteso — registrato dopo il secondo conflitto mondiale, tra il 17 e il 24 gennaio del 1946 — sconvolge l’aria rarefatta d’un raccolto paesino posto a ridosso dei bastioni madoniti.
È quella stessa aria che risente (come forse accade in tutti i luoghi del mondo) dei flussi del bene e del male: un’atmosfera già impregnata (poco più d’un decennio prima) dalla pre­senza di Crowley nel suo ’maleficio’ cefaludese e dal­l’esemplare vivido misticismo di Angelina Lanza, irrag­giato, per l’incantevole Gibilmanna, dalla sua Casa sulla montagna. Gli aspri speroni di Pizzo Dìpilo, i querceti rigogliosi d’anni e d’umori, le chiese del Quattrocento ricoperte da fragili intonaci e licheni, le tombe trecen­tesche della nobile famiglia Ventimiglia, su su fino al pianoro delle Fate, vengono attraversati dallo sbigotti­mento per il sequestro e l’omicidio di un bambino.
L’esame autoptico mostra impietosamente il suo corpicino raccolto in un sacco: esibisce una ferita lacero-contusa sulla regione temporale destra e una frattura del femore sinistro. La piccola innocente vittima affio­ra come macabro fagotto dalle acque basse del torrente, appena coperto dai silenzi boschivi e dal frullare d’ali dei rapaci, dove il disprezzo omicida l’aveva spinto dall’alto di un costone pietroso. In mano stringe ancora una bacchettina: agile ed essenziale legnetto (il cui de­stino era quello di essere colpito da un robusto basto­ne) in uso tra i giochi semplici praticati dai figli delle famiglie povere del tempo. Mazza e piusu (gioco regi­strato dalla passione demopsicologia del Pitré) fu, ap­punto, l’estremo trastullo da cui venne strappato il po­vero bimbo, trasformato, da una balorda quanto orrida ’Banda 64’, in strumento d’ignobile ricatto. Viene fatta richiesta, pena la morte, della somma di 200.000 lire; la stessa cifra che sarebbe dovuta servire all’acquisto d’una quota societaria per il molino S. Giacomo.
Affio­ra in questa cronaca minimale (’Giuro di dire la verità!’), espunta da sentenze e ricordi e raccontata con veemen­te pudore da Gina D’Angelo, il corpo intatto dell’innocenza aggredita, imposto quale metafora di violenza agente nella società contemporanea.
Una necessità emerge da questo umano libretto, proprio lungo la sua ricognizione resa necessaria dall’urgenza della memo­ria dolorosa: quella di ricostruire il volto categoriale della Verità, che dovrebbe riconoscere, più che nella ragione, nel cuore, il suo primo motore.

Un impatto immediato, solare con il ’vero’ può essere, dunque, raccolto dalla stessa sinistra lucentezza degli eventi de­littuosi, nei momento in cui essa si raggela nel grido intimo e straziato del dolore collettivo. Ogni architet­tura della ragione saprà sconfiggerlo con lo stesso cie­co furore da cui si è generato, incuneandosi, così, nella densa coltre della miseria morale, per porsi oltre, come voleva Yourcenar, da ogni algido e sconfortante inverno dei sentimenti.

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(dalla prefazione di Michele Perriera): La visione di Cechov è coscienza vissuta della precarietà del mondo. Ogni artista si nutre di questa percezione, ma Cechov ne rappresenta più di ogni altro la suprema, laica umiltà. Questa coscienza è in lui eticità dello scrivere, autentica carità verso l’enigma del reale. Il linguaggio cechoviano osserva dunque la quotidianità della sconfitta come rivelazione della più profonda responsabilità esistenziale; e questa verità non cela, anzi lascia meglio vedere la passione di vivere. Tutto sembra allora compiersi in un attenuarsi della luce: ma la desolazione rende più visibili le ombre inconsolate delle nostre mancanze.
Nel “ Compositore di laudi “ Gigi Mancuso contempla con amore queste ombre cechoviane, se ne lascia incantare e inondare. In un certo senso egli le adora: come sacre e auguranti reliquie di una verità non illusoria. L’interruzione dello slancio di vita si nasconde per Cechov, in ogni fremito dell’energia. Questa è la verità che stringe il cuore: che la frattura dell’essere sia il fondamento stesso dell’essere. La “fragilità umana” è osservata però da Cechov con la forza di una malinconica accettazione del mondo, con quella “deferenza al non senso della morte” di cui parla Levinas. è una deferenza che non spiega il senso del dolore, ma rende osservabile e perciò visibile il suo enigma. “Prima caratteristica dell’Essere è l’essere in questione”, scrive ancora Levinas: l’essere cioè sempre “contestato”, interrotto, irrisolto. Di questa inconsolabile esperienza psicologica - con la quale Cechov anticipa lo spirito della nostra epoca - lo scrittore russo rappresenta, con sovrano rilievo, il Sapere quotidiano. Questo Sapere Gigi Mancuso coltiva e raccoglie come un fiore della scrittura e della vita. E compie il commosso gesto con la naturalezza e l’infatuazione di un trasporto ideale.

Conoscere Cechovianamente è dunque scoprire, osservare e accettare il fondamento instabile della vita, sentirsi fratelli della sua complessità, delle sue caduche intensità, delle sue inconsolabili pene. Ma questo conoscere - suggerisce Mancuso - è anche un adorare, un laudare il viatico dell’esistenza. Gli “appunti” di Gigi Mancuso sono dunque “laudi” - a loro volta - dell’amato “Compositore”. Ma rappresentano anche qualcosa di più della profonda e lucida testimonianza. Cercano - a partire dal vecchio Maestro - un attuale itinerario di vita e di scrittura che, rinunciando alle luccicanti lusinghe della nostra epoca, si allontani non solo da ogni perentorio ideologismo ma anche dalle più diffuse modalità della cultura postmoderna.

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Bebé, nomignolo familiare di Antonio Pizzuto, segna, nella prima parte di questo tenace epistolario (1929-1949) con Salvatore Spinelli, qui ricostruito con esem­plare cura da A. Pane, il tempo d’una fedele apparte­nenza all’amicizia, dalla quale prende consistenza un quadro intellettuale filtrato dalla città di Palermo (quella cara al Pitré e ad O. Lo Valvo) raccolta tra i due deva­stanti conflitti mondiali. Si mettono anche in luce gli affioramenti, le tensioni preparatorie della loro poetica. Il 1929 è l’anno in cui Pizzuto, allievo non indifferente agli insegnamenti di C. Guastella e sensibile alle lettere (il nonno materno era stato U. A. Amico), definisce l’opera non compresa da G. A. Borgese, Sinfonia. "Oc­corre guardare questa ’Sinfonia’ con occhio nuovo", scriveva, "perché essa non è sorta dal passato, ma sol­tanto dopo il passato [...].Ond’è che io non saprei ri­spondere alle domande «che cosa simboleggia?» se non con un «niente»".

Dal 1948 perviene, invece, il colloquio sui materiali letterari di Salvatore Spinelli (Totò), allievo di E. Donadoni, già pronti a definire l’affresco de Il mondo giovine. Due amici palermitani, laureati in giurisprudenza (Bebé, nel futuro, sarà questore, e Totò amministrativo degli Istituti Ospitalieri di Milano), sostanziati in una (sincretica) duplicità di estetiche: conflagrazione della parola, densità e dilatazione del frammento, introspe­zione e analisi per Pizzuto; discorso lungo e cromatico, erede degli affreschi ottocenteschi, perennemente mos­so dal flusso del tempo e della vita per Spinelli. La fluvialità narrativa di Totò, fortemente contrastante con la pagina pizzutiana, ci restituisce un autore, così come sottolinea Lucio Zinna nel denso saggio introduttivo, che "nel leggere i manoscritti di Pizzuto, si sente diso­rientato, trova (1948) ’cose grandi’ e ’cose meno gran­di’".
I loro rapporti epistolari dureranno ancora per altri due decenni, ma, come essi stessi ebbero a dichiarare: "Noi siamo due scrittori di opposte tendenze, ma ci vo­gliamo bene immensamente". Ma si sarebbe potuto af­fermare che la faccia (tonda e malinconicamente feli­ce) di Pizzuto ben poteva legarsi alla scrittura di Spinel­li; e, viceversa, il volto scavato, esistenziale di Totò po­teva nervosamente scorrere tra i fili intricati delle ’Bam­bole’, abitare le stanze d’uno scrittore che vestiva l’abito di poliziotto: "un modo come un altro", dirà egli stesso, "per guadagnarsi da vivere". 


Salvatore Spinelli (Palermo, 1892 - Arenzano, 1969), conseguita la laurea in Giurisprudenza, nel 1920 si trasferì a Milano dove fu per quarant’anni dirigente amministrativo dell’Ospedale Maggiore, concludendo la carriera con la carica di Segretario Generale. Al­l’Ospedale Maggiore dedicò un’opera storica (La Ca’ Granda, 1956 e 1958) e gli undici volumi biografici dei Benefattori. Fu anche consulente della Casa Ri­cordi e tradusse il Mussorgsky di M. G. Calvocoressi (1925). Pubblicò due libri di racconti  (L’accordo per­fetto, 1928; Musica in famiglia, 1969), due raccolte di aforismi (Antiarte e anticritica, 1947; Lo specchio per la bertuccia, 1954) e il romanzo-saga II mondo giovi­ne (1958).

Antonio Pizzuto (Palermo, 1893 - Roma 1976), cre­sciuto in una famiglia di tradizioni umanistiche, si laureò in Giurisprudenza e quindi in Filosofia. Nel 1918 intraprese a Palermo la carriera di poliziotto, proseguita (dal 1930) a Roma, con importanti incari­chi negli organismi della Polizia Internazionale (l’at­tuale Interpol), e conclusa nel 1949 ad Arezzo, con il grado di Questore. Dopo la pensione si consacrò alla scrittura, imponendosi come uno dei narratori più originali del Novecento. Fra le sue opere ricordiamo: Sul ponte di Avignone (1938 e 1985) Signorina Rosina (1956, 1959 e 1967); Si riparano bambole (I960 e 1973); II triciclo (1962 e 1966); Ravenna (1962); Paginette (1964 e 1972); Sinfonia (1966 e 1974); Testa­mento (1969); Pagelle I e II (1973 e 1975. Postume sono uscite: Ultime e Penultime (1978); Giunte e Vir­gole (1996); Cosi (1998) Rapiti e Rapier (1998); Spe­gnere le caldaie (1999). Recentemente sono apparsi gli epistolari con Giovanni Nencioni (1998), e con Gianfranco e Margaret Contini (2000).

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Il giovane autore, un avvocato palermitano, ambienta la tenebrosa vicenda in una Sicilia emblematicamente sospesa tra comportamenti in apparenza contraddittori e violente passioni.
Il giallo prende avvio dalla lettura di un testamento olografo, forse apocrifo...
Perché Sofia Gelsomino, di Baucina, ha lasciato in eredità il palazzo di famiglia alle figlie Addolorata e Gesualda e alla nipote Suor Margherita, con palese violazione della quota di legittima degli altri quattro fratelli?
Una vicenda che dovrebbe interessare solo gli avvocati civilisti, e invece: “Comandi maresciallo, hanno trovato il cadavere di un uomo a un chilometro circa dal paese, presso contrada Foddone; è stato rinvenuto casualmente da Sebastiano Cutrona, incensurato, che di mestiere fa il pastore. Il cadavere non aveva documenti e pare che il decesso sia dovuto a cause naturali”.
Da qui si dipana l’appassionante intrico che dopo rocambolesche vicende porta alla sorprendente conclusione-rivelazione che coinvolge e travolge tutti i protagonisti: il maresciallo Salimbeni, comandante della Stazione dei Reali Carabinieri di Baucina, i fratelli Giammnaco, la mafia e la zecca......
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Originato da una richiesta di aiuto ("Mondadori ti conosce?"), questo carteggio evolve con gli anni in ‘patto di mutuo soccorso’ fra due scrittori alla ricerca di una propria fisionomia (e di editori disposti a riconoscerla). Reclusi in carriere burocratiche che ne hanno depresso le giovanili ambizioni d’arte, Antonio Pizzuto e Salvatore Spinelli misurano nella dimensione libera e ‘irresponsabile’ dello scambio epistolare il pregio dei loro ‘essudati narrativi’ e la legittimità delle ragioni che li sottendono. Il reciproco riscontro, umoristicamente adibito dai "due scimmioni che, chiusi nel gabbione, occhi e culi arrossati, si levano di dosso le pulci vicendevolmente", sedimenta una disputa sul ‘romanzo’ tutta giocata su alternative ancor oggi irrisolte (l’istanza modernista e addirittura informale di Pizzuto, l’aplomb moderato e ‘figurativo’ di Spinelli) e sostenuta da un teatrino di frizzi e lazzi goliardici, di affabili perfidie, di ironiche prosopopee, di causidiche causeries in cui si riaccende la sicilitudine sepolta nel cinereo sussiego dell’‘ottimo funzionario’.

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Ben due lavori della presente trilogia nascono dalla collaborazione con il compositore Mario Modestini, a cui mi legano sentimenti di sincera amicizia.
Melopea per Mothia - operapoesia è concepita come “messa in scena” con voce narrante, canto, danza, una violoncellista e musica registrata. Hetaera Rosalia è invece un “oratorio” con voce narrante, soprano e orchestra.

Sua l’idea di fare un lavoro nuovo, con partiture orchestrali e testo poetico, su questa figura insieme misteriosa e affascinante a cui i palermitani dedicano il proprio culto. Ma tutti e tre i testi nascono come ricerca delle radici, conservano una dimensione corale, la vocazione ad essere narrati ad alta voce – parole in scena - attenti a cogliere il ricamo segreto della vita. Di ieri, di oggi, di sempre.
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Il medusario altro non è che l’esternazione dello spirito umano in versione rinata.
un crogiolo di sentimenti provato dall’autore prima ch’egli compia i dovuti discernimenti, per consentirgli di porgervi le varie poesie, ordinatamente disposte per una maggior vostra comprensione.

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Da un superburocrate che va in pensione ti aspetteresti il solito giallo, magari ambientato nelle altrettanto solite stanze del potere, e invece Busalacchi tira fuori questi versi fitti di parole desuete e dietro ai quali si intuisce una ricerca sui vocaboli che puntella una ispirazione spesso felice. La penna di Busalacchi sembra cibarsi delle realtà più disparate e di certo costruisce un teatro di fiori, orchi, richiami storici e pittorici che danno senza dubbio al burocrate in pensione la patente di autore di poesie.

ENRICO DEL MERCATO ...
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Un poemetto che si dipana attraverso una serie di quadri che, nel loro complesso, costituiscono una trama e, quindi, un romanzo in versi. Si potrebbe dire, nel senso nietzchiano del termine, un’opera inattuale, e per questo attualissima. Una cronistoria che parte da uno spezzato (il testo come somma di frammenti) e arriva a un continuo, dato l’uso che Monti fa dei versi come unico blocco, sebbene morbido. QUi il pathos sintattico o metrico-sintattico entra in contrasto con la marmorietà apparente del blocco. Tutto questo materiale poetico subisce una forte voltura drammatica, come se le sensazioni fossero lì per sfuggire o, al contrario, per caricarsi di peso. Ma qui c’è anche il passaggio da una realtà già impreganata di mito a un mito che s’appoggia alla realtà. La conclusione è un bellissimo esempio di discesa dal sovrareale al reale. Si tocca, in sostanza, l’ambiguità concettuale tra la nobilitazione di ciò che vive e la sua immersione in una sorta d’irrealtà ultramondana...
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Nessun lamento è vano e non c’è carne umana
che non voglia far ritorno alla sua dimora
quando l’anima ascolta il rumore della foglia
che si stacca dal suo ramo.

Sono così lontano dalla vita
da non desiderare neppure di morire...
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Un rèfolo leggero s’infiltra tra i tessuti stagionali, così, in un ritmo circadiale, gira impietoso, avvoltola il crespo frinire del giorno, imbriglia la notte, sostiene le affocate estati e i grigi piovosi degli inverni di Sicilia. Ecco, allora, un turbinio zoologico, una flora infittita di sterpi, infio­rescenze, licheni, pozze d’acqua ove galleggiano frantumi di muschi, attraversate da rettili acquatici, da sospiri di anellidi infittiti tra i fondali pietrosi, da cortecce d’alberi, da insistenti registri entomologici. Tutto questo vibra tra i versetti poematici scanditi in queste «stagioni del ramar­ro» di Angelo Giambartino, così come avvenne per «II periplo del tempo» (1993) e poi per le «Geometria del sonno» (1997), quasi in una continuità ideale e materia­le, ove corpi, gesti, frantumi d’ore si accalcano fra vibran­ti pagine della memoria, immersi, avrebbe detto Lucio Piccolo, nel ’sortilegio’ della natura, del suo soffio aperto alla sensualità, al corteo degli anni dettato dall’inganno del tempo. S’accende, non peregrino, un gusto antropo­logico dal sapore antico, dal sordo rumore degli anni trascorsi, nei quali "i vecchi canterani" prendono vita dal­le "stanze profumate di cotogna".

Ed è questo profumo che tutto pervade: camere in ombra, giorni della doglianza, fanciullezza svanita e riproposta in una vivida surrealtà, quasi a specchiarsi in "cavalli di zucchero", occhi di ramarro, fluttuare bizzarro di lepidot­teri. Infine: alberi, fruscii d’erbe, il cuore di un ragazzo tra passi silenti d’un capraio, odore aspro di cacciagione, sangue rappreso di una mora.

Aldo Gerbino
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"I grandi poeti sono rari come i grandi amanti. Non bastano le velleità, le furie e i sogni; ci vuole il meglio: i coglioni duri".

Cesare Pavese
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